Alone – Spiral69

“When you’re born a lover, you’re born to suffer”. Scomodo i migliori Depeche Mode per presentarvi i 28 gradevoli e affascinanti minuti di dark malinconico di Alone, l’ultimo lavoro degli Spiral69 venuto alla luce (o al buio) lo scorso aprile per la Rehab Records, a solo un anno di distanza dal bel Ghosts in my eyes, prodotto dall’ex Placebo Steve Hewitt. L’amore raccontato con il linguaggio archetipico e diretto del desiderio e dello struggimento, la paradossale e irriducibile solitudine dell’amante su un letto di ritmi sintetici e melodie pop. Per la musica dark, soprattutto quella a cavallo fra la fine degli anni ’80 e i primi anni ’90, si tratta di un topos poetico particolarmente caro, basti pensare al suo sviluppo in capolavori come Disintegration dei Cure o Let Love In di Nick Cave & The Bad Seeds.
Colpisce innanzitutto l’ottimo lavoro di produzione che distribuisce il materiale in maniera logica e apparentemente studiata, dall’inizio più impetuoso ad una sezione centrale lenta e romantica che si riprende nel penultimo brano, per poi sfociare in un finale dai tratti epici. We’ll find each other in the dark, il brano di apertura, è un’inquietante promessa d’amore e al contempo la promessa di quello che ci aspetta nelle 6 tracce del disco, una sorta di manifesto che, su una texture elettronica tipicamente dark-wave, innesta un cantato alla Christian Death che parla di amore, peccato, separazione, dolore. Tanto per fissare il punto di vista privilegiato sulla fenomenologia del sentimento. Tinte fra l’esplicito di Trent Reznor e il sensuale di Martin Gore per Naked, una bella canzone che si perde un po’ nella parte centrale ma che si lascia cantare e ricordare (non a caso scelta come singolo). You’re mine è una classica ballad resa meno classica dalla predominanza dei synth rispetto alle chitarre che si riducono a lamenti lontani (scelta particolarmente azzeccata). Arriviamo a quello che probabilmente è l’episodio più interessante del mini-album, il gotico valzer sbilenco di Rose, con tanto di organetto e campanelli che esplodono nell’arioso quanto inquietante ritornello “Oh Rose, I hope you understand why I need to kill you”. Sii comprensiva, Rose. Ascoltando When the angels leave è difficile non pensare alla lezione di Smiths, Joy Division e Cure filtrati attraverso la lente degli Interpol, e in effetti il brano ricade abbastanza agevolmente in quella post-post-moderna rivisitazione della new-wave. Cruel chiude il tutto su una struttura ampia e dilatata che costruisce il “dark side of love” per accumulo di attributi: Love makes you break, makes you feel hate, love makes you fail, love makes you wrong, love makes you cry, makes you feel die, love makes you fool, love makes you cruel…
Riccardo Sabetti, ex Argine (storica band dark napoletana) ha prodotto interamente il disco, masterizzato negli Abbey Studios di Londra da Frank Arkright (che aveva lavorato già con Joy Division, The Smiths, New Order Editor). Attualmente la band è composta, oltre allo stesso Sabetti al basso, chitarra, voce e synth, da Andrea Freda alla batteria e da Enzo Russo alle chitarre. Alone è un piccolo disco dalle grandi intuizioni, con un’atmosfera ben definita e una struttura solida, pervaso da un appeal che lo rende apprezzabile anche per i non appassionati al genere.
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