Own Boo – EP

Pochissime sono le informazioni che sono riuscito a ricavare sugli Own Boo tramite il mio esperto googolare a zonzo. Si sa che vengono da Brescia. Dalle tre foto caricate sul loro profilo facebook intuiamo che sono cinque, due ragazze e tre ragazzi. Si sa che lo scorso gennaio hanno pubblicato su 12’’ un EP autoprodotto, distribuito anche in America su musicassetta, tramite la Mirror Universe Tapes. Detto ciò (faceva tanto indie, nevvero?), quello che posso affermare con certezza è che il suddetto EP omonimo è bello, proprio bello.
Vocazione internazionale palese: basso, chitarre, batteria e synth producono texture acide su cui si appoggia una voce femminile dal timbro sensuale e interessante. Il cantato in inglese, con particolare attenzione all’aspetto fonico della lingua, produce melodie orecchiabili ma non facili che a volte si avvicinano al parlato. L’immaginario temporale di riferimento è quello a cavallo fra gli anni ’80 e ’90. Uno shoegaze decisamente più arioso rispetto a quello degli epigoni del genere (Jesus and Mary Chain, My Bloody Valentine), e l’uso discreto della distorsione a favore di un’effettistica più “stereo” genera delle vere e proprie incursioni nella psichedelia anni ’70, e la sensazione si fa più forte nei momenti in cui il suono dell’organo è preponderante. A tratti possono tornare in mente i Sonic Youth negli episodi più legati alla forma canzone, o i Blonde Redhead del periodo intermedio. Il risultato è originale e colpisce per le intuizioni melodiche e per la facilità di composizione. Quattro canzoni abbastanza differenti fra loro, un suono omogeneo a fare da filo conduttore come un marchio di fabbrica, ma modulato in maniera cangiante, quasi a fornire un assaggio di quello che questi cinque (suppongo giovani) musicisti sono in grado di creare. In attesa di un LP che sia all’altezza delle aspettative. Nel frattempo parliamo di quello che abbiamo: quattro belle canzoni.
Gli occhi blu di Edie aprono le ciondolanti danze. Un caldo feedback ed immagini eteree snocciolate da un declamato alla Kim Gordon. Scoppia un’intro più incalzante che detta il ritmo dell’entrata in scena della protagonista; voce armonizzata in secondo piano e, dopo un passaggio modulante, una bella parte centrale di barrettiana memoria. Gloom è sostenuta da un bel riff surf-rock, da un organo squillante e tanto riverbero sulla batteria. La ritmica stop&go e le dinamiche del ritornello, con il pieno strumentale sulla parola “gloom”, creano un’alchimia irresistibile. Una potenziale hit a cui segue il momento più interessante del piccolo disco, l’accattivante Here with me. Tutti gli elementi esposti trovano compimento in una forma canzone perfetta, tonda, che porta dritto nel cuore dell’America degli anni ’90 che suona i cimeli del suo passato folk, con un suono sempre acido, a cavallo fra i già citati Jesus and Mary Chain e le melodie assassine dei dimenticati Shivaree (sì, quelli di Goodnight Moon… sì, hanno fatto un disco intero, ed è davvero bello). Si chiude in bellezza con Celebration, forse il brano più shoegaze e derivativo (se non fosse per un bel lavoro della sezione ritmica), ma che non stona assolutamente in chiusura.
Un’autoproduzione fatta davvero bene, che forse in qualche momento abusa dell’effetto “amalgama”. Il che dispiacerà forse ai fanatici delle architetture armoniche e dei momenti solisti. Ma che piace tanto a chi come me ama questo tipo di sonorità. A tutti posso dire che quest’opera prima non annoia. Qualcuno ne sarà entusiasta. Io ne voglio ancora.
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Roberto D’Angelo



