Il Nao di Brown
Per recensire Il Nao di Brown si potrebbe partire da lontano, questionando i concetti di eccezionalità e di normalità.
Oppure, si potrebbe partire dal titolo.
Il titolo, Il Nao di Brown, si riferisce alla protagonista, una ragazza anglo-giapponese di nome Nao, che vive a Londra e lavora in un negozio di Art Toys (è anche illustratrice e creatrice di personaggi e art toys). Sappiamo poco della sua vita passata, tramite qualche schizzo, qualche immagine che torna nella storia sotto forma di simbolo e ricordo (la madre, il padre, un amore finito). Quello che ci è chiaro, fin dall’inizio, è che Nao, la protagonista e voce narrante dell’opera, è affetta da un disturbo ossessivo compulsivo.
Quella che Nao intraprende tra le pagine di questo fumetto è una lotta animata, intensa e dolce allo stesso tempo. Una lotta contro se stessa, in primis, e le sue manie, in un percorso accidentato verso l’armonia e l’accettazione dell’amore.
Questa lotta turba, disturba, stupisce il lettore, trascinato dagli sprazzi di ossessività, negli abissi nelle crisi più profonde: la malattia di Nao violenta e prende possesso delle tavole, interrompendo il flusso narrativo e portandoci talvolta nelle fantasie della giovane, talvolta nella sua umana resistenza. Allo stesso tempo, le persone normali che circondano Nao custodiscono vite e storie altrettanto disarmanti: non è il disturbo di Nao, ad essere stemperato magistralmente, è la realtà circostante a subentrare e a tenerle testa.
Dal punto di vista narrativo e grafico il dualismo è fondamentale, due storie e due registri infatti si alternano.
Un segno, talvolta estremamente realistico, talvolta più sintetico con delle punte a là manga, è creato con matite HB e successivamente immerso in acquerelli coloratissimi, suggestivi, sapienti. Questo segno, ed il colore rosso in particolare, accompagnano la storia di Nao.
Un altro registro, in una grafica interamente digitale, è riservato al misteriosissimo manga-anime Ichi. Chi è, Ichi? Cosa simboleggiano Pictor e la sua storia? Prima di tutto un omaggio, a detta dello stesso Dillon, ai maestri Moebius e Miyazaki. E poi, una metafora della vita, forse, della ricerca e della possibilità di rinascita.
Tecnicamente, si tratta di un fumetto nel fumetto: un manga di cui Nao è appassionatissima, che invade la narrazione principale anche sotto forma di piccoli dettagli e immagini ricorrenti.
In una Londra piovosa ma a tratti estremamente colorata, la giovane si è creata una serie di abitudini confortanti, una quotidianità tappezzata di rimandi e forme, intessuta di fili sottili, di citazioni che collegano la nostra protagonista con i personaggi che le vivono accanto e con una storia diversa, più complessa, ma inafferrabile.
I personaggi che circondano Nao, come già accennato, sono veri, verissimi, e nessuno di loro è affatto normale. Tutti loro parlano col cuore, i discorsi sono reali, intimi e fragili.
Uno su tutti è Gregory, aka Il Nulla. Nao, novella stalker, prende una cotta per lui a causa proprio della sua somiglianza con uno dei personaggi del manga Ichi. Con lui il rapporto si complicherà, anche a causa di quei simboli che ricorrono come in una mappa, come fosse destino.
Un dettaglio su tutti, il simbolo della lavatrice, che si riallaccia alla pratica calligrafico-pittorica buddhista dell’Ensō, ricorre, collegando le parti al tutto. Il doppio, l’ambivalenza, che parte dalla natura scissa di Nao, sia come anglo-giapponese, sia come giovane affetta da un disturbo invalidante, e si concretizza in una vera e propria doppia narrazione, si ricollegano grazie al tema del cerchio che tutto armonizza e dell’amore che tutto lega.
Si tratta di un fumetto meritatamente pluripremiato (ricordiamo, su tutti, il premio speciale ad Angouleme 2013), di un autore britannico già maturo, che ritorna nel 2013 con questo fumetto, dopo anni di silenzio.
Un’opera meravigliosamente impegnativa, curata dallo stesso Dillon ad ogni livello compositivo: tutto, dal concept, alla narrazione, alle matite, ai colori, alla stessa copertina (che nasconde una piccola mappa…), è perfetto. Preciso, puntuale e allo stesso tempo vivo.
Si tratta dunque di un fumetto eccezionale a tutti gli effetti, ma non è questa eccezionalità che voglio discutere.
Quello che più ho trovato miracoloso è che, dopo un primo momenti di stupore, quella che dovrebbe emergere nettamente come un’eccezionalità in senso negativo, un’anormalità legata alla malattia, intersecandosi con storie di normalità, non ne esce affatto ingigantita. Anzi: il concetto stesso di anormalità decade, lasciando spazio ad un’eccezionalità del quotidiano. Ad un istinto di sopravvivenza assoluto e comunissimo.
Il lavoro di Dillon è consigliato non solo per la perfezione estetica, che mai scade nel puro esercizio di stile, ma anche per la profondità delle riflessioni proposte, per la leggerezza e la vivacità con cui queste riflessioni ci sono illustrate, per lo stupore magnifico di fronte alla vita, alle sue contraddizioni e alle strategie che ognuno mette in atto per viverla.
Martina Caschera
Voto
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