Musica

Published on Ottobre 22nd, 2014 | by Roberto D'Angelo

Popular Problems – Leonard Cohen

Leonard Cohen Popular Problems

«Il maestro Roshi mi disse una cosa carina. Mi disse che più invecchi, più diventi solo, e più profondo è l’amore di cui hai bisogno. Ciò significa che quest’eroe che hai cercato di mantenere come figura centrale nel dramma della tua vita, beh, a quest’eroe non piace la vita da eroe. Ti costa una manutenzione enorme il tenere questa posa da eroe, e l’eroe subisce una sconfitta dopo l’altra. E non sono sconfitte eroiche; sono sconfitte ignobili. Finalmente, un bel giorno ti dici, “Lasciamolo morire – non posso più permettermi questa posizione eroica”.»

Il maestro Leonard Cohen ha compiuto ottant’anni lo scorso 21 settembre. Due giorni dopo ha visto la luce il suo tredicesimo album in studio, Popular Problems, a meno di due anni da Old Ideas. E l’impressione che si ha è che lo spartiacque raccontato nello stralcio di intervista citato in apertura sia stato valicato. Non più il campione del popolo ebraico, non più il cantautore per antonomasia che vive nella sua Torre di Canzone, non più il cantante che porta il dono della poesia come un albatro al collo, fra benedizione e condanna. Leonard Cohen è un onesto fabbro di versi che raccontano eventi straordinariamente comuni, come l’amore e l’uragano Katrina e l’11 settembre col distacco che sorride e non consola. Un poeta che ascolta la radio, guarda la tv e costruisce con calma allegorie che non nobilitano. 9 nuovi brani a cui manca calore e partecipazione, calore che ormai sta tutto in una voce che già da 30 anni ha perso il suo timbro nasale per scendere sempre più giù e poi risalire da una caverna, con tutto il carico di fascino che ne deriva.

Se si pensa all’omogeneità e al lirismo di Old Ideas, ciò che colpisce al primo ascolto di Popular Problems è la varietà dei generi. E questo mi spinge a riflettere su un aspetto dell’opera di Cohen che non avevo mai considerato. Se si guarda alla sua intera discografia concentrandosi sul lato strettamente musicale, ci si rende conto che Cohen ha attraversato un’impressionante varietà di generi. Dal folk delicato e oscuro, con i suoi raffinati arrangiamenti chitarristici, all’ingombrante wall of sound degli album prodotti da Phil Spector, allo strano synth pop degli anni ’80. Nessuno dei generi è tuttavia definito. La musica di Leonard Cohen non ha genere perché li sfiora tutti, in versioni stilizzate e piegate a proprio piacimento. Popular Problems da questo punto di vista è emblematico, perché i suddetti generi li usa tutti, dal blues di Slow e Almost Like The Blues (titolo ironicamente in tema con quanto appena detto), all’improbabile country di Did I Ever Love You alla sintetica Nevermind. Il tutto tenuto insieme da un suono basso, nitido e levigato, frutto di quello che forse è il mixaggio più curato della sua lunghissima carriera.

In Slow il vecchio Leonard ci racconta del modo in cui la sua vita e il suo lavoro si sono svolti: lentamente. “You want to get there soon, I want to get there last”, forse quel gusto per lo spettacolare egocentrismo non è del tutto svanito. Almost like the blues è quasi un blues, e racconta del triste che c’è nell’esistenza, quello che accade intorno mentre ci si guarda le scarpe, triste quasi come un blues. Samson in New Orleans è un classico della scrittura di Leonard Cohen: l’eroe storico e/o mitologico decontestualizzato e ricollocato nel mondo moderno o nella mente dello scrittore (si pensi a Joan of Arc o Story of Isaac o al gobbo Quasimodo di Avalanche). Il luogo è New Orleans, il tempo è quello della distruzione di Katrina, lo spirito è quello di Ercole che tira già le colonne del tempio. A Street racconta in maniera traslata il senso di “niente è più come prima” successivo all’11 settembre: un tripudio di aforismi e il sentore di una festa finita, la perdita della possibilità di sbronzarsi come un tempo. E il laconico finale: “I’ll be standing on this corner where there used to be a street”. È la classe dello scrittore che si palesa. L’amore e i suoi dubbi occupano la parte centrale del disco nell’insolito country di Did I ever love you e nella radiofonica ballata My Oh My. Nevermind con la sua cassa elettronica in quattro quarti, le incursioni arabeggianti dei cori e delle percussioni, il suo rutilare di immagini sembra la figlia strana di Who by fire. Born in chains riporta alle atmosfere del vecchio disco assieme all’immaginario ebraico, una costante nella scrittura di Cohen. Si chiude in bellezza con l’americana You got me singing, con la sua metrica perfetta e la sua rassicurante verità: finché Leonard Cohen sarà con noi, scriverà e canterà. E questo è uno dei pensieri che la notte mi fanno dormire bene, non so voi.

Roberto D’Angelo

Tracklist
1. Slow
2. Almost Like The Blues
3. Samson in New Orleans
4. A Street
5. Did I Ever Love You
6. My Oh My
7. Nevermind
8. Born in Chains
9. You Got Me Singing

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Popular Problems – Leonard Cohen Roberto D'Angelo

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4

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