Snob – Paolo Conte

“Oh, forma attica! Posa leggiadra! con un ricamo
D’uomini e fanciulle nel marmo,
Coi rami della foresta e le erbe calpestate –
Tu, forma silenziosa, come l’eternità
Tormenti e spezzi la nostra ragione.”
In Ode su un’urna greca John Keats rivolge una appassionata ovazione alla pura bellezza e alla sua immutabile verità, immortalata per sempre sui fianchi sinuosi e dipinti di un’urna risalente ad una splendida antichità. Quella stessa bellezza ellenica, selvaggia e sinuosa io ritrovo in Paolo Conte.
Non ha bisogno di presentazioni, lui. E se ne ha bisogno, è un problema vostro. Avvocato, chansonnier, cantautore, jazzman, senz’altro il più grande suonatore di kazoo di sempre, Paolo Conte torna dopo quattro anni di silenzio con 15 tracce inedite, epigraficamente riunite sotto il titolo di Snob. Può sembrare un titolo studiato, un aggettivo facilmente riferibile alla sua fisionomia nel panorama musicale italiano. Lui, così schivo, impenetrabile, così gelosamente adorato dai suoi cultori. E invece poi si scopre che è un piccolo gioiello di scrittura e composizione a dare il titolo all’album, il racconto di un uomo di provincia che rincorre affannosamente una donna, e con lei le sue velleità e ambizioni di grandezza. Paolo Conte è tornato: è tornata la voglia di raccontare quella sua particolarissima umanità, talvolta grottesca o goffa, candida o spietata, sempre ironica. Lo fa ancora, attraverso neologismi, allitterazioni, parole tronche e paesaggi musicali che rincorrono epoche, amoreggiano con atmosfere, colori e terre lontane.
Snob, un lavoro discografico che vede la luce a quarant’anni esatti dal suo esordio, suggerisce che non siamo ancora stanchi di viaggiare attraverso geografie di personaggi, gesti, riti antichi e sempre attuali. Non siamo ancora stanchi di perderci in visioni, narrazioni epiche di vite minime, luoghi in cui recitano caratteri pienamente letterari e vividi che tanto ricordano il ritrattismo di Georges Simenon.
Una certa critica non è stata generosa con Snob: stanchezza, maniera, una certa ripetizione di schemi contiani, o forse solo aspettative iperboliche. Al contrario, io ci vedo un ritorno di motivi tipici del suo universo musicale e narrativo, in primis l’esotismo e il racconto – ovvero il viaggio, motivo già obsoleto dall’Odissea in poi, cari critici – inanellati da una estrema attenzione alla composizione e alla scrittura, seppure essenziale e misurata negli arrangiamenti. Forse è proprio la cifra compositiva a rappresentare l’unità e la coerenza di questo lavoro discografico, sicuramente eterogeneo ma ricco di spunti, situazioni, suggestioni. Non c’è la visione d’insieme di Psiche (2008), o l’ironia di Nelson (2010) ma c’è dell’altro.
L’eterno sogno della donna, così presente in tutta la sua scrittura, vestale intravista, desiderata e mai posseduta, ritorna in brani come Incontro, Glamour, e in Donna dal Profumo di Caffè, fascinosa sinestesia. L’esotismo viaggia sulle note di Tropical e Maracas, percorre l’Argentina degli emigranti per arrivare fino al continente nero in Si sposa l’Africa, brano che riesce a tradurre il colore in musica.
La coda dell’album è una terra popolata da miniature: un corteggiamento senza parole sembra una smorfia in Manuale di Conversazione, mentre Signorina Saponetta è un viaggio nella Parigi degli anni venti, un disegno ad acquerello con una grazia che ricorda Wanda, dove le pennellate sono le parole tronche che puntellano le frasi.
Tutto questo accade in Snob, in forma di una voce ogni anno più bella, piena, sua. Senza esitazioni, un album degno della carriera, del genio e della fantasia dell’Avvocato: il migliore dei mondi possibili, oggi, in Italia.
Roberta Rega
Tracklist:
- Si sposa l’Africa
- Donna dal profumo di caffè
- Argentina
- Snob
- Tropical
- Fandango
- Incontro
- Tutti a casa
- L’uomo specchio
- Maracas
- Gente (CSIDN)
- Glamour
- Manuale di conversazione
- Signorina saponetta
- Ballerina
- Moschettieri al chiar di luna
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