Musica

Published on Novembre 19th, 2014 | by Giuseppe D'Alessandro

Pink Floyd – The Endless River

pink-floyd-the-endless-river

Pink Floyd – The Endless River

Ci sono fenomeni musicali che attraversano le generazioni, vuoi per la qualità artistica che li caratterizza, vuoi per la longevità dei suoi protagonisti. Nel mondo dell’industria discografica del ‘900, il secolo in cui la tecnologia ha cambiato la percezione non solo della musica ma anche dei musicisti, icone riconosciute a livello planetario e patrimonio comune acclarato, pochissimi possono vantare contemporaneamente un successo duraturo unito a uno stile e a dei contenuti artistici capaci di superare (e allo stesso tempo caratterizzare) la propria epoca come i Pink Floyd. Ognuno di noi ha un proprio rapporto personale con queste vecchie rockstar, i più “anziani” possono ricordarne l’ascesa, le file per comprare i nuovi album (quando ancora esistevano i negozi che vendevano dischi…), i decibel sparati in costosi impianti casalinghi o nelle autoradio; i più giovani invece ne conoscono l’eredità discografica lasciata appunto dai loro genitori, e se non troppo giovani hanno anche potuto assistere alle loro ultime trasformazioni prima dello scioglimento definitivo. In quasi cinquanta anni di dischi prodotti, la ricerca costante di un suono proprio, limpido, scarno ma mai banale, hanno fatto dei Pink Floyd una realtà che attraversa la storia del rock, prima dandole una sferzata in prima persona, e poi intuendone le inevitabili trasformazioni e adattandole alla propria cifra caratteristica senza mai snaturarla.

Gilmour-Mason-and-Wright

Orfani di Roger Waters dopo il discusso The Final Cut del 1983, che causò il litigio irreversibile tra Roger e David Gilmour, il gruppo ha continuato in trio per un’altra decade abbondante e altri due album in studio, ma è da pochi anni anche privo del suo storico tastierista, Richard Wright, morto nel 2008 per un cancro all’età di 65 anni. Non c’erano però state altre pubblicazioni dopo l’ultima prova del 1994, The Division Bell. A distanza di venti anni esatti da quell’ultimo disco arriva la notizia della pubblicazione di nuovo materiale inedito, tratto dalla stessa sessione di registrazione del ’94 e quindi ancora con Wright come protagonista: materiale ora rieditato e “rimaneggiato”, aggiungendo parti di chitarra e batteria in studio per completare quello che era rimasto solo in fase di abbozzo. Stando a quanto dicono Gilmour e Nick Mason (batterista storico del gruppo), The Division Bell avrebbe dovuto essere un album doppio, per metà cantato e per metà strumentale. Questo nuovo The Endless River, dedicato alla memoria dello sfortunato tastierista scomparso sei anni fa, rappresenta quindi quella seconda parte di un disco di cui – immaginiamo per ragioni meramente commerciali – rimase solo la parte cantata. Ecco perché questi nuovi brani sono tutti essenzialmente strumentali, con l’eccezione della sola Louder than words, che peraltro già nel titolo (“Più rumoroso delle parole”) evidenzia la non necessaria presenza di un testo in un brano musicale.

Ma paradossalmente è proprio questa assenza di una traccia testuale a generare più di qualche dubbio sulla reale potenza comunicativa di questo lavoro inedito. Anche se negli anni ’70 i Pink Floyd si dimostrarono maestri nel padroneggiare l’uso degli “spazi” enormi del progressive rock, certo favoriti da un mercato che chiedeva ampie suite strumentali e strutture complesse per accontentare gli ascoltatori più esigenti (altri tempi…), non si può confondere la loro concezione musicale con quella più barocca dei Genesis o Jethro Tull: Waters e Gilmour (autori della maggior parte dei brani) hanno sempre concepito lo spazio strumentale come una sottolineatura delle tematiche che fanno da sfondo ai dischi, e in cui la voce si zittisce quasi solo perché gli strumenti creino un pur mirabile contrappunto ad essa. Non è un caso che il loro più famoso brano strumentale, The Great Gig in The Sky, sia uno dei pochi scritti interamente da Wright.

Privi del contrappunto della chitarra intrisa di blues di Gilmour e dei tappeti geniali di Wright con la voce, che ci ha regalato delle bellissime perle anche in The Division Bell, come High Hopes e Keep Talking, la musica dei Pink Floyd ha certo il merito di non perdere assolutamente nulla del proprio suono, segno di una personalità tutto sommato impossibile da arginare, ma allo stesso tempo assume una patina fin troppo uniforme, perché dove altrove l’essenzialità era un pregio, qui diventa un mal celato limite nella costruzione musicale.

Diviso rigidamente in quattro suites strumentali, a loro volta costituite da brevi brani variamente collegati tra di loro, l’album contiene certamente degli straordinari momenti di “deja vu” che faranno senza dubbio la felicità dei vecchi e nuovi nostalgici: a più riprese fanno capolino la chitarra acustica di Welcome to the Machine e Dogs, i pad di Shine on You Crazy Diamond o il suono dei tamburi di Set the Controls for the Heart of the Sun; inoltre qua e là sono variamente distribuiti dei momenti di ispirazione genuina, ma basta forse questo per fare di una raccolta di pezzi un album coerente con la carriera dei Pink Floyd? Probabilmente no. Il dilemma atavico di moltissimi vecchi artisti tra il rispetto della propria storia e l’esigenza di raccontare qualcosa di diverso è sempre esistito, ma più spesso capita che rimanere “affezionati” a ciò che si considera la propria cifra stilistica diventi il modo migliore per rendere un cattivo servizio alla propria gloria.

Nessuno, ovviamente, avrebbe voluto sentire questi tre “vecchietti” trasformarsi e adattarsi dalla sera alla mattina a qualcosa che non gli è proprio, tanto più i Pink Floyd che della propria unicità hanno fatto una bandiera che ha resistito egregiamente, anche se con risultati non altrettanto clamorosi, anche alla defezione di Waters. Ma se The Division Bell suona ancora fresco e inventivo e si lascia ascoltare, qui l’operazione suona maledettamente forzata, producendo una musica troppo piatta e priva di dinamica per dare una esatta misura del talento dei suoi creatori.

Resta comunque almeno il piacere – e non è certo poco, di questi tempi – di ascoltare qualcosa che nella ricerca irraggiungibile di una fedeltà a se stessa, riesce a smarcarsi nettamente da ciò che si ascolta in giro. Album del genere, anche se non pienamente riusciti, non sono fatti per essere ascoltati distrattamente, ed è un contrasto coi tempi odierni assolutamente sano, considerando il mercato a cui è destinato: un mercato ormai fatto di brani impossibili da “consumare” come appassionati, ma riferiti a una dinamica di ascolto quanto mai superficiale e passiva. I Pink Floyd, perfino questi Pink Floyd, esigono ancora un’etica dell’ascolto che ti costringe a sederti e dedicare del tempo alla musica. E questo, se permettete, è ormai un traguardo di eccezionale rarità e di indubbio valore.

Giuseppe D’Alessandro


TRACKLIST

1. Things Left Unsaid
2. It’s What We Do
3. Ebb and Flow
4. Sum
5. Skins
6. Unsung
7. Anisina
8. The Lost Art of Conversation
9. On Noodle Street
10. Night Light
11. Allons-Y (1)
12. Autumn ’68
13. Allons-Y (2)
14. Talkin’ Hawkin’
15. Calling
16. Eyes to Pearls
17. Surfacing
18. Louder than Words

Twitter
Visit Us
Pink Floyd – The Endless River Giuseppe D'Alessandro

Summary:

3

Voto


Tags: , , , , , , , , , , , ,


About the Author



Back to Top ↑
  • Seguici su facebook

  • Vincitori del premio Radiolibri

    Vincitori del premio Radiolibri
  • Verità per Giulio Regeni

    Verità per Giulio Regeni
  • Giustizia per Mario Paciolla

    Mario Paciolla