Cefalo emergente

Published on Dicembre 6th, 2014 | by Roberto D'Angelo

Human Machine – NODe

HUMAN MACHINE, NODe. 2014

Circa un anno fa tornavo a curare la rubrica del nostro amato Cefalo Emergente, e lo facevo con la recensione entusiasta di un disco che mi era molto piaciuto. A un anno di distanza dall’epico Tragic Technology, i Node tornano con un altro degno lavoro, Human Machine. Per Johnny Lubvic, Kamoto San, Pak T2R, Luigi Di Maio e la new entry Andrea Vinti alla batteria, la macchina è di nuovo al centro di tutto, nell’elettronica dei synth, nel trattamento della voce, nella claustrofobia della tragedia umana. Eppure l’atmosfera è cambiata.

Se da un lato la tematica di fondo resta la stessa, la condizione umana esaminata in particolare nei suoi aspetti più cupi ed “esistenziali” in senso lato (spesso in arte le due cose vengono a confluire), dall’altro lato il tono si fa decisamente più intimo, lirico. Un moto che non va più dall’universale al singolo ma compie il percorso diametralmente opposto: dal dolore del singolo ai perché che riguardano tutti fino a scomodare il confronto con un divino distante e indifferente. Anche il suono si è evoluto di pari passo. Ciò che cattura immediatamente l’attenzione è una rinnovata cura per la forma canzone, che rinuncia alle divagazioni per scegliere una struttura più semplice, incisiva, diretta e decisamente più studiata. Le melodie si aprono, le ritmiche si fanno sintetiche e l’aggiunta delle voci femminili (quelle di Gaia Fusco e di Simona Coppola) offre un interessante controcanto. Il risultato è un elettro-pop che nulla toglie alla profondità del vecchio disco, e che ad un orecchio appassionato potrà ricordare il Bowie degli anni ’90, nei suoi episodi meno cerebrali e più passionali o l’elettronica new wave italiana degli anni ’80 (2+2=5, Weimar Gesang, giusto per fare qualche nome e darsi un tono). Per il resto, il synth e la cura del suono la fanno ancora da padroni, per sedurmi come si deve.

Ma veniamo alle 8 tracce del disco. The Shift apre le danze con una perfetta struttura pop alla Ultravox che lentamente incede fra pad e tappeti ritmici verso un ballabilissimo ritornello che si lega alla potente Soulsucker (non a caso scelta come primo singolo). Qui si parla di distacco, di perdita di amicizia, su una cassa in quattro che allegramente sostiene un delizioso contrappunto di melodie fra voce e tastiere. The universe è la mia preferita, perché tutto funziona: la linea di synth alla Europe, il cantato alla Damon Albarn degli albori, l’equilibrio fra le parti e quella chitarra che piano piano si fonde con la texture per poi sfociare in un assolone di quelli che non si usano più “che se no è volgare” (e invece qui ci sta benissimo). We come in peace è pesante, chitarrosa e preziosa nella melodia della parte centrale. Dark Shadows è fruibilissima e sorretta da un giro di basso di quelli che possono cambiare le sorti di una festa, e siamo a cavallo fra Blur e Devo. L’atmosfera è simile ma più netta in Freepocalypse & Easy Returns, probabilmente l’episodio più “rock” dell’album. Mi sorprendo a godere del lento ottimismo rassicurante (che somiglia più a una speranza) di The best is coming next per poi chiudere con la malinconica e struggente A god for humans.

E torno a consigliarveli, lasciate che i NODe vi raccontino l’uomo come meglio sanno fare: suonandogli i circuiti come si deve. Potete farlo anche su Spotify.

Roberto D’Angelo

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