La teoria del tutto

Regia: James Marsh
Genere: Drammatico – Biografico
Durata: 123′
Lingua: Inglese
Cast: Eddie Redmayne, Felicity Jones, David Thewlis, Harry Lloyd, Charlie Cox,
Sceneggiatura: Anthony McCarten (adattamento dal libro di Jane Hawking)
Fotografia: Benoît Delhomme
Musiche: Jóhann Jóhannsson
Montaggio: Jinx Godfrey
Distribuzione: Universal Pictures
Uscita: 15 gennaio 2015
1963, un giovane cosmologo agnostico destinato ad essere uno dei più fondamentali e celebri scienziati del suo tempo incontra una studentessa di lingue cattolica e tra i due sboccia l’amore. Lui è Stephen Hawking a cui entro poco verrà però diagnosticata l’atrofia muscolare progressiva e lei una giovane ma coraggiosa ragazza che sigillerà, con la sua dedizione e il suo grande carattere, l’inizio di una delle storie d’amore più belle e, forse importanti, di questo secolo.
‘E se io invertissi il tempo per vedere che cosa è successo all’origine del tempo?’
Io sono di parte e non mi vergogno a dirlo. Stephen Hawking è uno dei modelli a cui tutti dovrebbero ispirarsi per il suo intelletto mai provocatorio, per il brillante umorismo inglese, per la bellezza del suo pensiero e per l’autentica testardaggine con cui ha fatto della conoscenza una spaccaghiacci verso la liberazione della mente. Un visionario che doveva vivere due anni sopravvissuto contro ogni probabilità, impossibilitato a parlare e a muoversi, che per il resto dei suoi giorni si è impegnato nella divulgazione (anche per ragazzi attraverso i libri scritti con i figli) di una tematica scientifica tra le più affascinanti e meno accessibili.
Ma al centro del primo lungometraggio cinematografico sulla sua vita (ne esiste uno televisivo con Benedict Cumberbatch, nientemeno) più che il fisico teorico è messo sotto i riflettori l’uomo sorretto da una donna immensa, forte e innamorata, che della compassione e della cura da un corpo in decostruzione è riuscita a lasciar emergere un atto d’amore immenso da cui però non farsi intrappolare fuori tempo.
In questo la regia di James Marsh (Man on wire, Doppio gioco e Project Nim) riesce a penetrare senza scivolare, nonostante i momenti a rischio melassa che comunque non mancano, lasciando alla fine la netta sensazione epidermica di aver assistito al crearsi ed evolversi di un legame unico e centrale senza il quale forse non avremmo avuto l’Hawking che conosciamo oggi.
Così ritrovare l’inizio dell’universo e la ricerca della famosa unificazione della fisica non sembrano altro che il macro in relazione al micro di due persone capaci di affrontare tutto se poste una al fianco dell’altra, dall’inizio alla fine e dalla fine all’inizio.
Indimentacabile l’interpretazione sempre impeccabile e profondissima di Eddie Redmayne, giovane ma dal curriculum sterminato e variegato, capace di calarsi in qualunque ruolo con una semplicità e un’immediatezza magistrali, eppure qui a tratti adombrato dalla splendida e sorprendente Felicity Jones, una scoperta mozzafiato, calibrata e direttissima, che si spera farà molta strada da qui in avanti, Oscar o meno (il film è infatti candidato a 5 statuette: film, attori protagonisti, sceneggiatura non originale e colonna sonora).
Vi lascio con un regalo, qualcosa capace di darvi un semplice assaggio della grandezza (e della simpatia) di questo spettacolare essere umano:
Angelica Milia
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