Björk – Vulnicura
Dopo le sperimentazioni meccaniche e ai limiti del cervellotico (figlie forse di una mancanza di ispirazione celata solo da un altissimo senso della forma) di Volta e Biophilia, Björk Guðmundsdóttir, al secolo Björk, torna a un album scritto, suonato e cantato, insomma composto secondo dinamiche più tradizionali. Premettiamo subito che l’aggettivo “tradizionale” ha ben poco senso se parliamo dell’artista islandese, che in questo Vulnicura ha compiuto un ulteriore passo in avanti nello sfrondare dal suo intricato universo sonoro quei brandelli di post-modernismo che hanno costituito una parte significativa della sua produzione discografica.
Il titolo è un gioco di parole che fonde i due termini latini vulnus (ferita) e cura: è un concept che parla della crisi e del suo superamento in un rapporto di coppia, organizzato nell’album in maniera scientificamente cronologica, tanto che nel booklet ogni titolo dei brani è accompagnato dalla data. Inevitabile il riferimento alla storia personale della stessa Björk, recentemente separatasi dal compagno Mattew Barney. Leggendo con attenzione i testi, spesso rivolti a una ideale seconda persona, si avvertono una rabbia e una delusione che hanno del singolare nella sua intera storia artistica, segno evidente del dramma umano vissuto dalla cantante.
Vulnicura introduce una nuova modalità espressiva, seppure in nuce già nei lavori precedenti, nello stile compositivo di Björk. Dobbiamo innanzitutto dimenticarci delle lineari (seppur originali) linee melodiche dei suoi brani più popolari, come Hyperballad, Yoga o Pagan Poetry: siamo piuttosto nel campo dell’espressione pura, dove la parola e la sua inflessione musicale si inseguono a vicenda, piegandosi talvolta l’una all’altra, declinandosi e ripetendosi molto lentamente, ma senza che la dinamica dei brani – grazie al sempre straordinario intuito timbrico dell’artista islandese – ne esca mortificata o impoverita. Il suono quasi onnipresente degli archi (tutti arrangiati dall’autrice), indiscusso coprotagonista delle nove tracce, accompagna il canto dolente, strascicato e più partecipe che mai di Björk, un canto che sembra continuamente sforzarsi di sfuggire alle soluzioni melodiche e ritmiche più immediate per disegnare piuttosto un percorso personale, come mai ci era capitato di ascoltare nei lavori precedenti. Perché se sostanzialmente la crescita artistica di Bjork è stata soprattutto un affinare, negli anni, un suono al tempo stesso moderno e senza tempo (culminante in quel tripudio timbrico che è Vespertine), la sua personalità puramente melodica è sempre stata ampiamente delineata già dai tempi di Debut. Oggi invece siamo di fronte a un’artista che, forse mossa da esperienze di vita personali, sembra essere entrata in una fase in cui il canto si fa spazio in un modo assolutamente nuovo nella selva di suoni che negli ultimi lavori l’avevano un po’ compresso, ed è forse questo che rende Vulnicura il suo lavoro più intimo. Sono palesi, in questo senso, il brano di apertura Stonemilker, dalla melodia a suo modo lirica ed elegiaca ma dal tono subito sobrio, scarno e peraltro anche indurito da un testo che spesso si fa spazio a fatica per esaltarne il suo essere più prosastico che poetico; Lionsong con le sue ardite escursione armoniche; la lunghissima e lentissima Black Lake, con i suoi inattesi silenzi, il suo tono funereo; Family, monumento espressionista dove si fa quasi fatica a trovare un tema conduttore e gli archi si frammentano in un mosaico ritmico; il canto disperato e maestoso di Notget.
Vulnicura non è un disco per tutti i palati, e non lo sarà probabilmente neppure per molti fan della vecchia Björk. Ma gli artisti veri si evolvono, ricercano, osano. Non pretendiamo che le strade da loro percorse siano sempre accettate, ma in quanti oggi, realmente, percorrono una qualsiasi strada? La nostra islandese con questo album, oltre ad aver prodotto a nostro giudizio della grande musica, ci ricorda che l’arte deve proiettarsi in avanti in modo autonomo e inesorabile, e nostro dovere dovrebbe essere quello di essere testimoni consapevoli di questa proiezione. Tanto più se rappresentata da un disco così profondo, toccante, nuovo.
Giuseppe D’Alessandro
Tracklist:
1. Stonemilker
2. Lionsong
3. History of Touches
4. Black Lake
5. Family
6. Notget
7. Atom Dance
8. Mouth Mantra
9. Quicksand
Voto
Summary:





