Mad Max: Fury Road
Regia: George Miller
Anno: 2015
Durata: 120′
Cast: Tom Hardy, Charlize Theron, Nicholas Hoult, Hugh Keays-Byrne, Nathan Jones, Rosie Huntington-Whiteley, Zoe Kravitz, Riley Keough,
Musica: Tom Holkenborg aka Junkie XL
Uscita: 14 Maggio 2015
Trama: In un mondo in cancrena, gli uomini rimasti si aggregano in bande di folli deformi, dividendosi lotti di quel grande deserto che è diventata la Terra. Immortan Joe è il capo-sacerdote-padrone di un esercito di figli le cui uniche monete di scambio consistono in benzina e pallottole, o al massimo in una morte ammirevole. Quando una delle sue imperatrici tenta la fuga verso un destino migliore per se stessa, portandogli via le sue mogli favorite, dà inizio ad un inseguimento implacabile e sovrumano che avrà come principale elemento di disturbo un uomo più simile a un animale impazzito che a un appartenente dell’ex-genere umano: Max il Matto.
‘La speranza è un errore’
È la furia della sopravvivenza la strada in questione.
Nel suo genere e fuori (come per una quadratura del cerchio straordinaria) Fury Road farà prepotentemente scuola.
George Miller ripercorre la strada da cui era partito conquistando ogni centimetro con il suo sbaragliare maestri affermati e giovani prodigi presentando un film sorprendentemente semplice, muscolare, vorace, tossico e irrefrenabile, visivamente e narrativamente compatto nella sua furia cinetica, da essere tanto senza tempo quanto già definitivo.
Fin dal primo istante, sfruttando anche scene velocizzate dal gusto paradossalmente retrò, il regista australiano fa dello spettatore il suo Max il Matto, ammutolendolo e incatenandolo, in un susseguirsi di epicità struggenti, danze di carne e sangue dove nulla viene regalato al gusto del grande pubblico, personaggi agli antipodi eppure tutti alla ricerca di una diversa idea di nuova umanità perduta nel tempo e nella sabbia, e per questo uniti in un concatenarsi continuo di liberazioni e catture, minacce e promesse, desideri e soprattutto impossibili, ingegnosi combattimenti.
A dirla tutta non ci sono parole, o non servono, per parlare del nuovo Mad Max perché la semplice immagine in movimento di cui è fatto il suo invito più allettante e onesto.
Nel suo utilizzo di uomini deformi o animaleschi e donne pure e combattive capiamo quanto vengano schierati solo come mezzi per raggiungere il fine dell’inquadratura migliore, della sequenza più forte, della musica più alta, alla ricerca di un pulsare antico e incalcolabile capace di spaventare e affascinare la parte più oscura di tutti noi.
È impossibile, se non criminale, non perdersi nell’incantato dei del suo filtro blu notte spaccato da pochi punti luce caldi, da un montaggio iperserrato che va ad inserire frammenti in bianco e nero nel cuore di una tempesta di sabbia per rendere l’idea del fulmine più violento della storia terrestre, e non piangere quando la disperata ricerca di una migliore possibilità è resa palpabile durante una fuga dove la colonna sonora (sempre presente a martellare i ritmi dell’incedere esattamente come viene mostrato in scena) regala tracce di una dolcezza straziante e potente.
Non ci si può distrarre un secondo durante la sua durata di oltre due ore (consumate in un solo respiro troppo veloce ma profondissimo) ed è letteralmente inesprimibile lo stupore nel rendersi conto della mole di idee che un regista di 70 anni può ancora incamerare in un film di inseguimento nel deserto.
Non una scena, una sequenza o il film nella sua interezza, ricorre al freno nel rilascio di idee continue, incastonate l’una nell’altra, senza mai arrivare a un vero crescendo, ma susseguendosi senza osare sganciarsi dall’incontrastabile stupore che arrivano a scatenare. L’incredulità e la meraviglia si sovrappongono al pari delle esplosioni di follia e dei bagni di grandezza di cui questa pellicola è pregna, pronta a svettare nell’olimpo dei capolavori del cinema, vestendosi della stessa tranquilla noncuranza animale con cui il suo protagonista riemerge dai fumi della distruzione coperto di sangue non suo, pronto a dimostrare chi è con le azioni invece che con inutili paroloni.
Cinema da antologia, appunto.
Angelica Milia
Summary: La speranza è un errore




