Cinecefali

Published on Luglio 5th, 2015 | by Sabrina D'Errico

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Hungry Hearts

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Quello tra Mina (Alba Rohrwacher) e Jude (Adam Driver) è amore a prima vista, un colpo di fulmine che ha come complice la meno romantica delle ambientazioni. Rimasti imprigionati per una manciata di minuti in un maleodorante bagno di un ristorante cinese a New York, i due si conoscono, si innamorano ed eccoli già nella scena successiva condividere felicemente lo stesso letto. Trapiantata a New York per lavoro, per Mina un nuovo trasferimento sembra essere alle porte, ma una gravidanza a ciel sereno romperà i piani della giovane Italiana alleviando al contempo il crollo emotivo di Jude che pare non aspettare altro che un matrimonio e l’inizio di una nuova vita in tre. Sulle note di What a Feeling e Tu si na cosa grande, il party di matrimonio segna la conclusione di quella che inizia come una commedia e finisce per lasciar spazio ad un vero e proprio horror familiare.

Saverio Costanzo, così come era successo con La solitudine dei Numeri Primi, attinge ad un romanzo, Il bambino indaco di Marco Franzoso, per mettere in scena ancora un volta la storia di un dramma familiare e delle ossessioni dell’essere umano che puntualmente si rivelano incurabili, ingestibili, a tratti spropositate. Il felice quadretto iniziale, assume le tinte più cupe nel preciso momento in cui si radica in Mina la convinzione di portare in grembo un “bambino indaco” ovvero dotato di superpoteri spirituali. Da qui il rifiuto di ogni consiglio dei medici durante la gravidanza, e la maniacale imposizione di una dieta vegana a tutta la famiglia, bambino incluso, è motivo della relativa “non crescita”. In una casa-gabbia, resa ancora più opprimente dal ricorso periodico all’obiettivo fish-eye, si sviluppa l’incubo della convivenza, sotto l’occhio razionale di Jude obbligato ad un tratto a dover prendere atto della follia della moglie e dell’irrazionale stile di vita di cui il figlio è vittima.
In Hungry Hearts il raccontare i disturbi dell’alimentazione è funzionale a far luce su tutta una collezione di ossessioni che vanno a costituire una grossa ragnatela su cui si muove l’infelice giovane famiglia. Mina è il prodotto della frustrazione di chi rinuncia alla carriera per la famiglia, travolta da un’ondata eccessiva di amore, quel troppo amore la cui mole si contrappone così palesemente al suo essere tutta pelle e ossa. Assistiamo così all’ultima delle fiabe, e neanche alla più rara delle situazioni in cui la messa al mondo di un figlio è frattura e non collante, un amore che distrugge invece di costruire.
Poco convincente la seconda metà del film in cui la cadenza monotona delle battute dei personaggi, sembra ad un certo punto stonare eccessivamente con il dramma raccontato troppo stretto nel poco adeguato self control.

Sabrina D’Errico

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