Cinecefali

Published on Ottobre 1st, 2015 | by Angelica Milia

AMY

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‘I died a hundred times’

Provo una sorta di timore a parlare di questo film, ma lo devo fare.

In primis per l’ammirazione verso il gesto di Asif Kapadia, il bravissimo documentarista londinese già autore di Senna, che in tre anni di lavoro e attraverso un centinaio di interviste incrociate con il preciso intento di costruire un prepotente lavoro d’investigazione, ha riportato a galla e restituito la dignità alla vita di una ragazza nata sul lato sbagliato della fortuna.

In secondo luogo per rispetto verso la stessa Amy Winehouse. Lo strazio messo in scena dai video di repertorio, inizialmente filmini casalinghi, testimoni privati di un’adolescenza vissuta con la classica spensieratezza di qualunque altra ragazza, mutano lentamente nell’occhio strisciante dell’opinione pubblica, insolente e crudo, alla costante ricerca di ogni imperfezione, di ogni scivolone, riuscendo nel proprio intento carnivoro, fagocitando una persona nella sua interezza, rispuntandola al mondo sotto forma di cadavere su una barella.

Quella di Kapadia è una pura crociata per la giustizia più che un semplice riporto di dati. Sembra un’interminabile e quasi insostenibile arringa intenta a raddrizzare un torto irreparabile, vicino in maniera imbarazzante al pubblico linciaggio, ma è anche una restituzione degli equilibri interni dove emerge, chiaro e ripugnante, il menefreghismo sentimentale e l’opportunismo di molte (ma non di tutte) le persone che avrebbero potuto salvare Amy dal suo destino incomprensibile.

Quello che infatti colpisce nella maniera più viscerale è la fragilità infantile di una persona profondamente bella e sensibile, in totale balia dell’affetto altrui, e per questo raggirata, usata e sbattuta come un pupazzo per motivi di soldi e fama proprie dalle persone per lei più importanti, abilissime nello schiacciare sullo sfondo quelle a lei realmente più legate, disperate all’idea di non poterla salvare.

Il cuore di tutto il male scaturisce dai due uomini, il padre e il marito (due personalità oltre i limiti della decenza), perno di ogni scelta e comportamento della cantante, ma il momento più devastante è legato al suo stesso pubblico ed è proprio nel comprendere questo che tutto l’operato, tutte le ragioni reali del film esplodono nel cuore, ammutolendo ogni possibile replica.

La logica dell’artista che porta sollievo nella vita della gente comune viene come sradicata con un lento lavorio che riempie lo stomaco di angoscia e senso di colpa. Ed è giusto che sia così, perché siamo tutti la stessa persona, e ridendo di Amy Winehouse ubriaca o strafatta, abbiamo riso di noi stessi, di chi ci è più caro, perché non ci siamo mai spinti a capire cosa va oltre il poco che possiamo toccare ogni giorno.

Amy non è solo un film che parla di una straordinaria cantante nata nell’epoca sbagliata (toccanti oltre ogni dire l’episodio con Tony Bennet e la genuina spontaneità mostrata durante la notte dei Grammy), ma è il racconto di ognuno di noi messo a nudo nella sua sgraziata, profonda incapacità di vivere senza che gli altri ci condannino a soffrire. Quel pezzo di vetro affilato con cui incidiamo sul nostro stomaco il nome del nostro carnefice, chiamandolo libertà.

Angelica Milia

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Mangio film, faccio film.



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