Fumetti

Published on Gennaio 9th, 2016 | by cefalo precario

Qui – Richard McGuire

Richard McGuire, Here. Rizzoli Lizard 2015.

Here (Qui) è l’opera di Richard McGuire, poliedrico artista e grafico americano (noto al grande pubblico come illustratore del New Yorker) edito in Italia da Rizzoli Lizard. Tante le altre opere di questo autore: per citarne solo una, la sua partecipazione al film d’animazione Peur(s) du noir, geniale cartone a episodi, che annovera, anche i contributi notevoli di Mattotti e del grande Charles Burns. Ma è tramite Here, intorno alla cui idea ha scritto e riscritto per più di vent’anni, che McGuire si è imposto sulla scena del fumetto e con la quale potrebbe tracciare un segno unico. Più che un fumetto vero e proprio, Here sembra però un patchwork di illustrazioni tenute insieme da qualcosa di labile, quasi a voler concretizzare tutto il potenziale dell’arte sequenziale. Il suo fumetto sperimentale, infatti, sembra riuscire laddove nessuna opera d’arte o di cultura era riuscita prima d’ora: riprodurre la simultaneità, realizzare un’opera a tempo zero. Il suo tentativo è quello di tradurre in un’opera di fiction il concetto di contemporaneità.

Ma come può un’opera suggerire l’idea di un universo in cui il tempo non esiste e tutti i suoi segmenti coesistono, contemporaneamente, ignorando le principali leggi come la linearità del tempo e il principio di causalità che governano noi e la narrazione? Numerosi sono i tentativi nelle varie arti. In Dogville di Lars von Trier, ad esempio, tutti i personaggi si muovono in un ambiente unico, privo di pareti visibili e con barriere tracciate solamente da gessetti sul pavimento, lasciando intravedere il movimento degli altri sullo sfondo, e dando così l’idea che la storia prosegua e non sia possibile interromperla. Anche Alan Moore nella sua prima fatica letteraria, il bellissimo La voce del fuoco, tenta qualcosa di simile a McGuire, ambientando tutti i racconti raccolti nel romanzo in un unico, ristrettissimo luogo, la sua Northampton, ma in momenti diversi dispersi nel tempo (dal Medioevo alla contemporaneità, fino alla Preistoria).

Anche Here di McGuire è ambientato tutto nello stesso comunissimo luogo: il salotto di una casa, probabilmente per rendere l’idea di come tutti i luoghi, anche i più insignificanti, conservino il germe di antichi ricordi e possano fare da sfondo a scenari impossibili da immaginare.

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Sfogliando le pagine la nostra retina viene aggredita dall’affastellarsi di frame disparati e slegati fra loro, per merito dei quali la stessa identica inquadratura, a camera fissa, semplice, ci viene riproposta a distanza di anni, secondi, secoli, decenni e millenni, avanti e indietro nel tempo, con i personaggi che si susseguono e si sovrappongono, senza soluzione di continuità, senza nesso logico o causale, dai coloni ai dinosauri, agli indiani, ai venditori porta a porta, ai bambini. Grazie all’accostamento di scenari sempre uguali colti in momenti diversi della loro esistenza, non viaggiamo nel tempo, ma viviamo momenti temporali diversi, che convivono, l’uno accanto all’altro, e il nostro occhio è libero di coglierli.

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Se ci afferra la tentazione di rinvenire una radiazione di fondo, un messaggio che l’autore voglia suggerirci, assai verosimilmente, sarà solo la frustrazione di non trovare alcun senso al quale ricondurre lo snodarsi di quelle esistenze, reciprocamente ignare di se stesse, che tentano debolmente di imprimere un senso nel proprio tempo, di conservare e tramandare una memoria di sé che verrà, inevitabilmente, consegnata puntualmente all’oblio. Qualcuno cade, qualcuno si rialza, qualcuno muore, qualcuno si salva, c’è chi fa l’amore, chi litiga, chi gioca. Tutto si ripete, uguale, eppure differente.

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A noi non resta che sentirci minuscoli, identificarci con i personaggi dei frammenti di non storie che si susseguono  con chi è in grado di contemplarle tutte, all’unisono. Con Here, Richard McGuire è riuscito laddove nessuno si era mai spinto con altrettanto successo, sminuendoci fino all’insignificanza, restituendoci, peggio di Galileo, al ruolo marginale che ci compete nel creato. Eppure, a dispetto di un messaggio privo di redenzione, sprazzi di bellezza e poeticità riescono a raschiare qualche pagina, emergendo nelle piccole nicchie che le vignette si sono ritagliate. È la voce dell’umanità che si ripropone nella sua semplicità, dicendo che, seppure per poco (o forse per niente), in un continuum ininterrotto al quale riusciva indifferente, c’è stata; e quei momenti, trascurabili e di nessuna importanza, sono stati suoi e solo suoi e che, in quel piccolo istante – indicato da un’inflessibile didascalia in alto a sinistra della vignetta – quel luogo è stato occupato da quella persona e da nessun’altra, intenta in quell’azione piuttosto che in un’altra. E di quell’irripetibile istante sottratto all’eternità, nessuno più potrà privarla. Come per noi, del resto.

Gustav Berenson

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