Macbeth

Regia: Justin Kurzel
Cast: Michael Fassbender, Marion Cotillard, Paddy Considine, David Thewlis, Jack Reynor, Sean Harris
Durata: 1h e 53′
Uscita: 5 Gennaio 2016
Trama: Macbeth è un valoroso servitore del suo buon re Duncan, ma di ritorno da una campagna militare tre streghe prevedono la sua salita al trono. Saputa la notizia la moglie lo sprona ad agire, mettendo in moto una serie di eventi che porteranno lo stesso Macbeth alla pazzia. Tratto dall’opera omonima di William Shakespeare.
‘Io oso fare tutto ciò che può essere degno di un uomo. Chi osa di più non lo è’
William Shakespeare. Basterebbe il nome come presentazione.
Da sempre, e sicuramente per molto altro tempo ancora, il più grande scrittore di tutti i tempi. L’unico, con il suo linguaggio e le sue strutture, capace di attraversare i secoli e essere adattato in un continuum di interpretazioni variabili, dove nessuna prevarica l’altra, verso un’eternità d’innovazioni che forse non ha mai conosciuto pari prima di lui.
Questo nuovo Macbeth è estremamente visivo, suo punto di forza ma anche debolezza. Dal testo di partenza il regista Justin Kurzel gioca però la sua carta più pesante con la scelta dei protagonisti Michael Fassbender e Marion Cotillard, grandi il giusto per fare da richiamo, ma non tanto da sbilanciare un prodotto comunque diretto a un determinatissimo tipo di pubblico. I protagonisti sono circondati di comprimari di alto livello (Paddy Considine e David Thewlies tra tutti) costruendo una catena di volti necessaria a sostenere il confronto con i paesaggi mozzafiato di una Scozia primigenia. Una Scozia medievale messa in scena lurida e primitiva, attraversata da uomini fatti di fango e sangue, inaugurata da ragazzini sbattuti nelle avanguardie e ralenty poderosi, esplosioni di sfondi cromatici e dominanze demoniache, il tutto raccolto in una rete di suoni e musiche indicative di intensità ben precise.

Questa nuova rilettura ha l’unico difetto di porsi a cavallo tra il cinematografico e il teatrale, scegliendo di spostare poco i corpi e concentrandosi sui volti per la durata dei monologhi centrali (solo una scena si stacca da questa modalità incarnando tutta la violenza tematica di cui purtroppo il film non riesce a farsi carico dall’inizio alla fine).
C’è però un’operazione riuscita molto bene, nonostante il mantenimento del testo originale (comunque rimaneggiato in alcune parti), ovvero l’emergere di quel cuore ‘troppo bianco’, il percorso di un uomo retto spinto dall’avidità della moglie tra le spire della follia. Un senso di colpa estremo e umano, incarnazione di uno degli apici oscuri più universali e riconosciuti del bardo di Stratford.
In definitiva questo Macbeth è una rivisitazione che non vuole cercare nuovi significati, ma edificare visivamente, e con tutte le forze portare in trionfo, la miracolosa potenza già insita nelle parole dell’autore inglese. Cosa di cui comunque è sempre difficile fare a meno. Avercene.
Angelica Milia
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