L’arte di collezionare mosche

Fredrik Sjöberg, L’arte di collezionare mosche. Iperborea, 2015.
Niente favorisce la concentrazione come la consapevolezza di una limitazione del tempo, e a volte anche dello spazio. Se non si sa qual è il limite, tutto resta normale. Come la vita. Vaga e languente. Come uno di quei dialoghi che nascono di solito quando c’è un ritardo del treno.
Per passione o per zapping, a tutti sarà capitato di passare una buona porzione del proprio tempo a guardare, come in preda a ipnosi, un documentario sulla natura. Il fascino discreto dell’etologia applicata alla vita di relazione e una voce narrante sempre maschile, rassicurante, volitiva al momento opportuno: oserei dire che essi rappresentano una forma alta di apatia televisiva, che mi permettono di lasciare andare ogni pensiero, di seguirli con gli occhi, con la parte superficiale della mia soglia attentiva, e assopire le ansie, le preoccupazioni, le urgenze.
In forma di una scrittura agile, pensosa e mai dimentica della dovuta ironia, Fredrik Sjöberg mette in scena una sorta di documentario letterario con L’arte di collezionare mosche, pubblicato nel 2015 da Iperborea dopo una lunga e affascinante vicenda editoriale iniziata nel 2004.
La perfetta veste di copertina e la traduzione impeccabile hanno spinto nel mercato italiano questo caso affascinante di non romanzo, non autobiografia, non diario. La storia è quella dello stesso Fredrik Sjöberg, uno svedese che si occupa di scrittura ed entomologia e che dal 1986 vive con la sua famiglia in una piccola isola al largo di Stoccolma, paradiso naturale dove si impegna a catturare e classificare mosche (ops, sirfidi per l’esattezza) e a raccontare verità universali attraverso eventi particolari. Sjöberg ci racconta di uomini avventurosi, del suo amore per Kundera e D.H. Lawrence, di se stesso e della fortezza delle nostre manie con la stessa cura profonda, curiosità e infantile entusiasmo che impiega nello studio dei sirfidi, nel meraviglioso isolamento dell’isola che ne fa un osservatore privilegiato della natura (umana e non).
Diverse anime attraversano questa composizione di scrittura, che la sbilanciano e la caratterizzano: racconti di viaggi in Kamčatka, amori del primo novecento, ritratti lussureggianti dell’isola, bizzarri dialoghi con i turisti di passaggio, indagini su una collezione di opere d’arte perduta e, naturalmente, mosche. I sirfidi sono il primo motore del racconto, ma ben presto da protagonisti e curioso punto di interesse non diventano che un dettaglio o una scusa per parlare di noi, di chi ci ha preceduto, delle nostre passioni e delle loro, così singolari, ridicole, così rivelatrici della nostra natura individuale.
Per tutto il tempo della mia lettura, non ho fatto che invidiare Sjöberg per la sua vicinanza a una dimensione difficilmente raggiungibile, un connubio quasi misero, banale, eppure perfetto tra letteratura, vita familiare, natura selvatica e passioni. Anche la Svezia, a parte l’eterno debito con Ingmar Bergman, mi è sembrata una terra affascinante, da visitare, attraversare e conoscere prima o poi, nelle città come negli angoli remoti, col suo mare straniero, sempre invernale, i paesaggi essenziali e logici, la lingua dolce e sconosciuta. Un altro luogo da collezionare, nella consapevolezza che «una collezione completa è la più triste di tutte le collezioni».
Roberta Rega
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