Tangerine
TANGERINE
Regia: Sean Baker
Cast: Kitana Kiki Rodriguez, Mya Taylor, Karren Karagulian, Mickey O’Hagan, James Ransone
Durata: 1h 28′
Anno: 2015
Trama: Sin-Dee, appena uscita di prigione, divide una ciambella con la migliore amica Alexandra. E’ la vigilia di natale e le due trascorreranno la giornata attraversando tutta la città per poi ritrovarsi e scontrarsi dopo le rivelazioni emerse.
‘The world can be a cruel place.’
Quel colore arancio che scalda il tramonto rendendolo mozzafiato massacrandolo allo stesso tempo di malinconia, ecco cos’è Tangerine. La percezione di un momento unico e ordinario allo stesso tempo, qualcosa che rasenta il futuro pur restando radicalmente inchiodato al passato.
Una cosa preziosa, perché è allo stesso tempo divertente e dolorosa.
C’è una consapevolezza totale di questo negli spazi aperti saturati al massimo, o in quelli chiusi e soffocanti di Los Angeles, la stessa che Sean Baker decide di tagliare attraverso il passo infuriato di Sin-Dee, o con quello rassegnato di Alexandra.
Fin dalla prima scena, la cosa che inizialmente paralizza e poi elettrifica, è la medesima, ovvero la capacità di costruire un ritmo sincopato capace di passare dall’hip hop alla disco all’aria lirica, senza disperdere nulla, semmai compattando, senza arrestarsi mai, nemmeno quando il montaggio si eclissa rilasciando scene fisse, sintomatiche di un avvenimento in tempo reale (un atto sessuale, l’assorbimento di una notizia, la durata di una canzone).
I rumori, i dialoghi, le linee telefoniche, i flare, altre non sono che linee piegate alla costruzione elegantissima e furiosa di un film che è come un tuffo in profondità inesplorate da cui difficilmente si desidera provare un attimo di tregua, una boccata d’aria.
Perché è Tangerine, questo minuscolo prodotto girato con mezzi quotidiani (e parte della sua bellezza sta proprio nel non percepirlo MAI come una produzione casereccia, semmai il contrario) ad essere in se stesso un’insperata boccata d’aria nel panorama indipendente moderno.
Ci sono decenni di cinema mainstream e underground fusi insieme ad ogni passaggio, le interminabili camminate, le sfuriate pubbliche, gli incontri fortuiti, tutti che parlano il linguaggio del cinema con il carattere dell’immediatezza e della semplicità, raccontando la più banale delle trame con la potenza visiva più indescrivibile.
La situazione più estrema appare come una barzelletta, l’implacabile dolcezza violenta di ogni personaggio incanta per la sua capacità di apparire allo stesso tempo disperato e tenero, innocente e corruttibile.
Una città immersa nel sesso e nella droga diventa una sorta di sterminato parco giochi dove una vendetta diventa una serie di indizi, una sequenza di diapositive della povertà autocostituitasi nell’intestino della capitale dei sogni, soprattutto di quelli infranti.
Tangerine è una corsa a perdifiato verso il tramonto e le sue possibilità infinite, sempre più distanti, con stagliati controluce corpi emarginati, universi semplici eppure terribilmente crudeli nel dissacrare i templi si fanno portatori i protagonisti.
Ad ogni battuta, insulto o carezza che sia, dichiarazione di guerra o di alleanza, tifiamo per il lato basso delle creature che ci sfilano davanti, consapevoli della durezza dalla quale provengono e verso la quale torneranno.
Una riscoperta della sofferenza come vivere quotidiano. Ecco cos’è Tangerine.
Angelica Milia
Summary:





