My mad fat diary
Genere: Drama, comedy, romance
Durata: 47 minuti (a episodio)
Lingua originale: inglese
Stagioni: 3 (concluso)
Cast: Sharon Rooney, Nico Mirallegro, Dan Cohen, IanHart, Jodie Comer
Prima TV: 14 gennaio 2013
Distribuzione: Channel 4
TRAMA: Iniziate a seguire un bel blog di recensioni. Fatevi un’idea dei gusti dei collaboratori. Proponetevi come recensore. Dopo una prima sobria recensione, buttate lì che vorreste parlare di un’altra serie, ma come se non v’importasse veramente, tanto da farvi dire dalla vostra caporedattrice:
“Ho deciso in maniera molto democratica di cosa scriverai. Se ti va, naturalmente.”
Ma certo.
SE MI VA.

TRAMA VERA: Rachel Earl è una sedicenne che vive nell’orrida provincia del Lincolnshire nel 1996; pesa 101 chilogrammi (16 stones, come dice lei) ed è appena uscita da una clinica psichiatrica, dove l’avevano ricoverata per un atto di autolesionismo.
Messa giù così, potrebbe sembrare una bella botta di mestizia profonda, ma My MadFatDiary è molto di più: è il diario scanzonato e ironico della rinascita emotiva di Rachel e del suo ingresso in un gruppo di ragazzi “normali” con i quali si confronterà e grazie ai quali vivrà situazioni mai vissute prima.
Il punto forte della serie, a parte l’ovvia britannicità e l’onestà nel trattare temi pesanti come le disfunzioni alimentari o le gravidanze adolescenziali, sta tutto nella pulizia dei sentimenti rappresentati e soprattutto nello sfacciato realismo che ci riprecipita davvero nel 1996.
Noi non siamo cresciuti nel Lincolnshire, è vero, ma la musica di quegli anni, per chi si sentiva lontano dalla rabbia grunge che veniva da oltreoceano, era tutto puro pop inglese. Oasis, Blur, Stone Roses e Pulp: la vita di Rachel ci sembra verissima non solo perché tratta da un diario realmente scritto, ma perché parla di noi con la nostra musica e i nostri tempi.
La mia generazione, quella dei tardi ‘70/primi ’80, ancora non aveva avuto una vera serie nostalgia.
C’è stato Friends, per chi aveva venticinque anni negli anni ’90, c’è stato Dawson’s Creek per chi era cretino, malvestito e soprattutto mal pettinato nei primi duemila. C’è stato, in senso totale (personalmente, molto più di Friends), How I Met Your Mother per raccontare i nostri trent’anni. Tutto bello, eh. Ma la nostra adolescenza dov’era?
La risposta è semplice: nel Lincolnshire.
My Mad Fat Diary parla a noi stessi ragazzini. Brutti, sbagliati, presuntuosi. Innamorati, giovani, tremendamente giovani, convinti che tutto sia eterno: l’amicizia, l’amore, la giovinezza stessa.
Finisce anche stavolta?
Sì.
Perché gli Inglesi, a differenza dei cugini americani, sanno quand’è il momento di salutarci. Con un bacio, con uno schiaffo, con un pezzone tipo Creep dei Radiohead, è uguale.
Forse voi, come me, ricordate i vostri 16 anni più belli di come siano stati in realtà, e va bene così. My Mad Fat Diary celebra la nostra generazione e il nostro passaggio a un’età non dico adulta, ma giù di lì. E lo fa con un accento da paura.

Tipo così da paura.
PERCHÉ VEDERE MY MAD FAT DIARY?
– Perché, in fondo in fondo, ho ancora 16 anni.
– Perché LA MUSICA, gente.
– Perché non esiste nulla di simile in nessun altro universo.
– Perché è vero.
– Perché la psicoterapia costerebbe troppo.
PERCHÉ NON VEDERE MY MAD FAT DIARY?
– Perché preferivo i Soundgarden.
– Perché sono nato vecchio.
– Perché nel ’96 ho dormito tutto il tempo.
– Perché vado in psicoterapia.
– Perché Dio non mi ha fornito un’anima.
Selvaggia C. Serini
Summary:





