La logica del gambero
Agli assidui lettori di cronaca nera, ai nostalgici di Telefono Giallo o agli affezionati di Chi l’ha visto? e Quarto Grado potrà sembrare una banalità ciò che sto per dire: la realtà supera quasi sempre la più perversa delle fantasie di uno scrittore, al punto da rendere quasi inutile il suo sforzo di immaginare una storia originale. E qui, badate bene, non credo sia casuale l’evoluzione del giallo, con questa virata verso il noir, il cui punto di forza non è tanto il contrapporsi alla realtà, quanto il prenderne spunto in modo spudorato, al punto da ricostruire il contesto in maniera assolutamente fedele. Quasi una resa, insomma. E ciò un po’ spiega tutta la presenza di ex magistrati, ex giudici, investigatori e avvocati tra le fila dei maestri del genere. Tutta gente abituata a maneggiare per professione la realtà. Pur non appartenendo a una di queste categorie, Maria Rosaria Selo con il suo La logica del Gambero, edito da edizioniCentoautori, affronta la sfida contro la realtà con una mystery story che ha tutti gli elementi per appassionare il lettore. Un prete che, come spesso succede al più famoso Don Matteo, viene coinvolto suo malgrado in un pasticciaccio brutto brutto; il giusto mix tra intrigo e suspense, necessario per inchiodare il lettore fino all’ultima pagina; la provincia italiana, che dite quello che volete, rimane sempre la location ideale per ospitare storie dai contorni torbidi.
La Selo sceglie di ambientare la sua storia nel piccolo borgo di Montescuro, un posto quasi claustrofobico, in cui compressa in un codice che è un misto tra omertà e fede, vive una piccola comunità. La vicenda che ha appassionato tanto il sottoscritto, ruota intorno alla scomparsa di Beatrice, una bella ragazza la cui ricerca finirà per coinvolgere anche Fabio Corbara, un prete arrivato nel borgo per trascorrere un po’ di tempo per superare la morte del fratello, e che, invece, si ritroverà suo malgrado a dover fare i conti con un passato doloroso: il ricordo della drammatica sparizione avvenuta vent’anni prima di Bianca, una sua amica d’infanzia.
Ora, lo so, vi aspettate che vi dica se esiste un collegamento tra le vicende delle due donne e che vi spoileri la fine. Ovviamente non succederà niente di tutto questo, perché citando Fellini e lo slogan di una campagna referendaria di un po’ di tempo fa: “non si interrompe un’emozione”.
Ma non preoccupatevi: la storia è stata costruita così bene che il lettore, spinto anche da numerosi colpi di scena, sarà incentivato ad arrivare velocemente alla soluzione. Il finale non è banale, e può rientrare, senza eccessive forzature, nel discorso accennato prima della provincia italiana.
Perché che ci si trovi nella Ragusa del piccolo Loris, nella Brembate di Sopra di Yara Gambirasio, nella San Giuliano Terme di Roberta Ragusa, nella Motta Visconti di Carlo Lissi (un uomo apparentemente perfetto, fino al giorno in cui non si convinse della necessità irrinunciabile di liberarsi della gabbia rappresentata da una moglie e due figli), o nel borgo di Montescuro de La logica del gambero, poco cambia. In ognuno di questi posti viene descritta un pezzetto di quell’Italia profonda, caratterizzata da un micidiale miscuglio di ossessioni, chiusure, violenza, fede malata e bigottismo. Una bomba ad orologeria che fa paura o che fa fare ‘o giallo, secondo uno slang di strada da poco introdotto anche nel dizionario etimologico storico Napoletano. Giallo quindi come la paura, o come quel genere letterario che visto in tutte le sue declinazioni sa, come in questo caso con il borgo di Montescuro, immortale magistralmente il volto più oscuro di questo Paese.
Fabio D’Angelo
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