Lì dove c’è il pericolo cresce anche ciò che salva – Giancarlo Capozzoli

Lì dove cresce il pericolo cresce anche ciò che salva di Giancarlo Capozzoli, edito da Universitalia (2015).
Lì dove c’è il pericolo cresce anche ciò che salva
“Lì dove cresce il pericolo cresce anche ciò che salva” è un verso di Friedrich Hölderlin che avevo letto qualche anno fa tra le parole rilevatrici de La questione della tecnica di Martin Heidegger. Ci ho messo un po’ per comprendere perché mi fosse tanto familiare quando ho cominciato a leggere il libro di Giancarlo Capozzoli dall’omonimo titolo. Quando ho ritrovato quel verso tra i vecchi appunti, non ho potuto fare altro che cominciare a domandarmi in maniera corrosiva perché l’autore avesse scelto un titolo tanto impegnativo, tanto immaginifico da riuscire ad additare il male e sfuggire al suo limite. Dov’è il lì? Qual è questo luogo? Cos’è il pericolo crescente? Cos’è che salva? Questo binomio di contrasto e di sintesi dove lo si può trovare?
Il fitto domandarsi trova nel libro di Giancarlo Capozzoli delle risposte scontrose, antipatiche, critiche, perché poco autocelebrative e lontane dallo storytelling del lieto fine. Lì dove c’è il pericolo cresce anche ciò che salva risolve Hölderlin addentrandosi in maniera profonda e particolare nelle viscere delle carceri italiane e raccontando storie, raccontando le vite, le paure, le fragilità, la marginalità e le aspettative di chi è stato recluso, di chi vive, dimenticato, indossando il proprio pentimento, le proprie vergogne. Di chi vive solo per respirare interminabili ore di attesa. Il sottofondo dell’attesa, del tempo immoto che può spaventare e può ammazzare, è il filo sottile che tiene insieme la raccolta di brevi racconti, di interviste e di articoli pubblicati da Capozzoli su Huffington Post, secondo il punto di vista non convenzionale di chi, come l’autore, dietro le sbarre coabita con la detenzione impegnandosi in un’opera di educazione e rieducazione portata avanti attraverso il teatro e la rappresentazione scenica e, più ampiamente, attraverso la cultura come mezzo di emancipazione dal passato, dal luogo di provenienza, dal proprio destino. I carcerati di Capozzoli sono in definitiva dei predestinati, sono vittime colpevoli ma pur sempre vittime, sono rei delle loro colpe ma anche di colpe collettive, sono condannati da sentenze pronunciate in nome di un popolo che rimane incosciente carnefice della propria indifferenza. Ogni storia raccontata diventa così una condanna collettiva pronunciata muta tra le pagine, nel cielo che non finisce nella porzione visibile dalle grate. Ogni storia privata che viene raccontata proprio in quel lì chiamato carcere officia il pericolo di Hölderlin; lo stesso pericolo in cui cresce il valore della speranza, della cultura che salva, che rende veramente liberi.
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