A pietre rovesciate – Intervista a Mauro Tetti
A pietre rovesciate – Intervista a Mauro Tetti

Mauro Tetti, A pietre rovesciate. Tunuè edizioni, 2016. pp. 96, € 9,90
“In principio Dio creò il cielo e la pietra. Il di su e di giù. Le tenebre tremanti di su, le acque inerti di giù. E Dio disse: A Li Ga. Le acque si aprirono, emerse l’isola e Dio vide che era cosa buona. Dio parlava e dalla bocca uscivano musiche. E queste musiche meritavano di essere antiche. Dio creò il giorno e la notte, vide l’alba e vide il crepuscolo. Era il tempo.”
Fulminante e maestoso, l’incipit di A pietre rovesciate stabilisce subito i toni di un racconto singolare e inafferrabile, che vacilla tra favola, diceria e cronaca. Dall’universale al particolare, dalla creazione di tutte le cose del mondo a quella dell’ultimo uomo, è Nonna Dora la voce della cittadina di Nur, governata da regine brutte come la siccità, dei suoi abitanti e dei pericoli costanti provenienti dalla natura e dagli uomini. Nonna Dora istruisce e spaventa con i suoi racconti il narratore ragazzo e i suoi giovani amici, che diventano a loro volta il tramite di una nuova visione della storia, un altro passaggio della memoria, una nuova distorsione della realtà. Leggere questo breve romanzo è come entrare nella casa degli specchi, dove una sola voce viene distorta in dieci e cento altre voci, e poi declinata per tutti gli anni intercorsi dall’inizio dei tempi al presente; ogni narrazione possibile della realtà è in sé vera e falsa, crudele e compassionevole, feroce e docile. È difficile descrivere una storia del genere, fatta soprattutto della sua stessa scrittura, e abbiamo chiesto al suo autore, Mauro Tetti, di darci una mano.

A pietre rovesciate introduce subito il lettore a una necessità recitativa della parola. La tua scrittura richiama i testi sacri, la tradizione orale, un mantra della memoria: la parola, più che il mezzo, sembra rappresentare il fine di questo romanzo. Ne fai un uso potente, evocativo, sostanziale. Da dove viene questa esigenza di sperimentare una dimensione tanto concreta, sonora della scrittura?
Dalla necessità di dare a ogni storia la sua forma appropriata, o almeno di provarci. La lingua stessa è in grado di segnare i percorsi narrativi e così è stato con A pietre rovesciate. Avevo immaginato lingua di anziani e di adolescenti, antica e nuova allo stesso tempo, così come le luci al neon di una città del futuro che illuminano le torri in pietra di un antico villaggio.
La cittadina di Nur è un centro geografico sospeso nel tempo dove a leggende e tradizioni si accavallano echi della modernità, come in tante cittadine del sud Italia. Mi ha fatto pensare ai Malavoglia e alla provincia allucinata di Ermanno Cavazzoni. Qual è il rapporto con la tua terra di origine, la Sardegna, e con i modi in cui viene raccontata oggi?
Nell’isola ci sono stati e ci sono tuttora grandissimi narratori, che hanno attraversato e attraversano le sue forme: la geografia, la lingua e la storia dei popoli che l’hanno conquistata, o di quelli che l’isola è riuscita a conquistare. I libri di questa letteratura occupano per me gli scaffali più importanti. E tra gli artisti sardi il primo che mi viene in mente, non a caso considerando la potenza del suo ultimo lavoro, è il musicista Iacopo Incani alias Iosonouncane, che è riuscito a unire la modernità elettronica coi suoni arcaici della terra, e a riprodurre atmosfere acquatiche che mi lasciano continuamente sospeso tra sogno e realtà. Il suo disco vale quanto i migliori romanzi. Ma per me la Sardegna è anche altro: è la mia infanzia in un piccolo paese; è una nonna che racconta le fiabe; è un dieci di agosto di qualche anno fa quando ho dormito sotto un ginepro secolare nelle dune di Pistis, dove inizia costa verde sotto il golfo di Oristano. Con me c’erano alcuni amici, abbiamo acceso delle candele su un pavimento di scisto e abbiamo letto a turno alcuni autori americani. C’era il deserto, il mare stropicciato, le rive e i frangenti argentati, l’odore forte dell’elicriso e della cera, la notte e le costellazioni come ragnatele immaginate. Non sapevamo cosa ci sarebbe successo. Ci aspettavamo di sentire in ogni momento il boato di quelle stelle esplose ancora prima che noi nascessimo. E poi nessun altro nel raggio di chilometri, né uomini, né strade, né cemento, né niente. In simili occasioni la Sardegna è il sentiero che ci riporta alla natura e alla pietra preistorica, che va al di là di noi e delle nostre origini, che riesce a trascendere la vita e si spinge più lontano nel tempo cosmico.
La polifonia di A pietre rovesciate converge nella unica voce narrante, quella di un ragazzo che interroga i propri ricordi con un realismo sempre filtrato dal candore. Storie di emarginazione, adolescenze incompiute, morti violente e finanche uno stupro, raccontati come fiaba. Cosa prevale, la dimensione favolistica o quella reale?
È così perché il romanzo parla di quel passaggio (o crescita, o quel che è) che trasforma l’ascoltatore annoiato in narratore. E in quel momento la realtà prevale sulla fiaba, i sogni vengono travolti dalle crudeltà degli uomini con la stessa forza del vento descritto. Anche se chi va a raccontare quella forza non sembra percepirla. Per il resto il mio era solo il tentativo modesto di prendere in considerazione gli indifesi, coloro che non hanno ricchezze ma che hanno una vita come gli altri che merita di essere raccontata. E anche i più abietti alla fine piangono: come l’avara regina che viene pietrificata. Anche se le sue sono lacrime di ghiaia.
Ho trovato molto interessante questa tua “disattenzione” ai caratteri; voglio dire: personaggi come parabole, manifestazioni, simboli. Questo aspetto, insieme all’uso recitativo della parola, mi ha fatto pensare alla scrittura teatrale. Quanto ha influito la tua vicinanza con questo mondo nel tuo romanzo?
Se c’è un palcoscenico i personaggi sono delle marionette, là dove sembrano muoversi all’interno di schemi già impostati dalla lingua o dalla fiaba. E non c’è un’analisi approfondita dei loro caratteri ma solo fili invisibili che guidano i loro movimenti. La mia esperienza teatrale è stata effimera e mi ha impegnato esclusivamente come autore di alcuni monologhi, di cui uno intitolato Adynaton e messo in scena dalla compagnia teatrale Riverrun di Cagliari (tra l’altro accompagnato dalla musiche di Iosonouncane). Per intenderci: non ho mai calpestato un palcoscenico e non so cosa si provi. Ma ho capito lì l’importanza delle scelte linguistiche: quanto meglio arrivi il messaggio tanto più ci si allontana dalla piattezza dell’italiano standard, o quali forzature evitare in questo senso. Ho capito anche che tra il pubblico possono esserci persone che sbadigliano e persone che piangono. Se quelle che piangono son più di quelle che sbadigliano allora l’obiettivo è raggiunto.
Grazie ancora a Mauro per le belle risposte.
Roberta Rega



