Cinecefali

Published on Settembre 19th, 2016 | by Angelica Milia

Alla ricerca di Dory

 

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Regia: Andrew Stanton, Angus MacLane
Durata: 1h 38′
Cast: Ellen DeGeneres (Carla Signoris), Albert Brooks (Luca Zingaretti), Ty Burrell (Ambrogio Colombo), Sigourney Weaver (Licia Colò)
Uscita nelle sale: 15 settembre 2016
Trama: Per noi sono trascorsi tredici anni, ma per Nemo ne è passato solo uno. Lui, il padre Marlin e Dory vivono tranquillamente nel loro spicchio di Oceano, finché la pesciolina chirurgo non ricorda improvvisamente qualcosa di importante: i suoi genitori… che ora deve assolutamente ritrovare.

‘Che cosa farebbe Dory?’

Con Alla ricerca di Dory Andrew Stanton torna in quell’angolo di oceano che lo ha portato alla ribalta (nonostante lavori con la Pixar sin dai tempi di Toy Story) condividendo questa volta la postazione dietro alla macchina da presa con Angus MacLane, per andare non più alla scoperta di un futuro possibile, ma di un passato dimenticato.

Seguendo più o meno la struttura di Alla ricerca di Nemo, Stanton riesce a non imbrogliare, evitando di produrre un sequel pieno di strizzatine al precedente e privo di un’anima propria. Se, infatti, già nel primo film il personaggio di Dory era quello più forte ed emozionante, qui si rischiava di esasperare i suoi limiti narrativi rendendola ridondante  (errore già commesso grossolanamente, ad esempio, con Cars 2). Fortunatamente, non è questo il caso.
Alla ricerca di Dory si apre con l’episodio fulcro di tutta una vita, colpendo per la violenza di una realtà difficile da gestire, ovvero quella di due genitori che devono venire a patti con una figlia affetta da amnesia cronica, con quell’onestà e delicatezza a cui la Pixar non riesce a renderci insensibili. La capacità di sintesi di raccontare frammenti di vite in pochi attimi filmici, con una potenza visiva e sonora devastanti (quasi inutile citare come esempio massimo Up), è infatti propria di questa casa di produzione, tanto da esserne quasi diventato un marchio di fabbrica.

Per la ricerca di Dory, però, avviene un ribaltamento: se prima era il genitore a perdere il figlio (a lui superiore in coraggio e apertura) per essere poi spinto dall’amore ad affrontare le proprie ansie e cercarlo al di là dell’oceano (sempre partendo dal trauma della perdita), ora è una figlia ad aver perso i genitori, con il problema di dover ricordare come e perché, venendo a patti con la propria disabilità in maniera mai superficiale, e a tratti straziante.

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Se in Ratatouille era la classe sociale e in Wall-e l’umanità perduta, in Dory è ancora più forte che in Nemo l’idea che il disabile non sia in nessun modo inferiore, ma forse più dotato, più forte e speciale di un individuo normodotato. È inoltre una cosa bellissima che il film sia stato proiettato al Policlinico Gemelli in anteprima, come primo film di un esperimento di osservazione che cercherà di analizzare l’effetto positivo sulla psiche dei bambini nell’atto di fruire film di vario tipo.

Dory è infatti una lettera d’amore all’essere se stessi come poche storie lo sono state in maniera così originale e dirompente nel mondo dell’animazione. Riuscendo a far piangere non come ricatto ma attraverso un percorso di accettazione e confronto, la Pixar torna a fare la cosa che le riesce meglio: raccontare storie meravigliose sulla fiducia e sulla crescita, facendoci però sempre soffrire un po’.

Angelica Milia

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