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Published on Settembre 28th, 2016 | by Fabio D'Angelo

Il tassista di Maradona

Il tassista di Maradona

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Marco Marsullo, Il tassista di Maradona. Rizzoli (2016) pp. 250 € 15,00

«San Jorge, Magico Gonzalez, Santo patrono di Cadice»

“Da quando Baggio non gioca più…non è domenica”. Non fraintendete, dietro la citazione di Marmellata#25 Cremonini non si nasconde nessun tentativo di fare outing sui miei gusti musicali, (Cremonini non mi piace, sia chiaro), ma solo un tentativo di introdurre nella discussione quello che i coltivatori diretti di passione pallonara già sanno, e cioè il mondo del tifo si divide in due microcosmi antitetici.
La separazione è netta e da subito diventa insanabile. Così, ad esempio, un occhio attento e fortunato può già intuire dall’osservazione di due bambini che si scambiano i doppioni delle figurine panini la presenza dei due mondi contrapposti: quello del tifoso jihadista di una squadra, il cui universo calcistico inizia col portiere titolare e finisce con il diciottesimo uomo della rosa ufficiale. A questa figura si contrappone il romantico pallonaro, in grado di vedere gesti di pura bellezza e poesia oltre i colori della squadra del cuore. Per cui, quella di Cremonini, oltre ad essere un omaggio al più grande giocatore italiano degli ultimi 20 anni, è anche il tentativo di iscriversi di diritto nel secondo microcosmo. Lo fa cercando di vincere facile, perché la figura di Roberto Baggio è essa stessa il manifesto del romantico pallonaro nostrano: uno dei pochi giocatori al mondo in grado di segnare come Maradona (ossia dribblando una squadra intera). Mancò la consacrazione definitiva come eroe nazionale per colpa di quel rigore tirato alle stelle in una finale mondiale contro il Brasile, di cui poi in seguito disse: “sul momento avrei voluto scavare una buca e nascondermici dentro. Poi ho pensato che, visto che il Brasile ha molti più abitanti dell’Italia, con quel mio errore avevo fatto felice molta più gente”. Ma al romantico pallonaro spetta in verità anche un duro compito, quello di custode della memoria in grado di aprire il cassetto e spolverare, ad esempio, figurine come quella di Luciano Sola, campione d’Italia nel Napoli di Maradona con la sola imposizione di un’impronta di culo sulla panchina. Roba che anche a un bidello potrebbe capitare di vincere un nobel.

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Luciano Sola – Napoli- Figurine panini 1987

O le gesta del Foggia di Zeman (Zemanlandia). Il goal di Paolo Di Canio contro il Milan della difesa imbattibile di Capello. La rovesciata di Bressan contro il Barcellona. Le frasi ad effetto di Boskov. I goal impossibili di Roberto Mancini. Le punizioni a tre dita di Juninho Pernambucano e poi di Pirlo. O la corsa di un Mazzone infuriato sotto la curva dell’Atalanta.

Ecco, se anche voi vi riconoscete in questo microcosmo fatto di ricordi allora non potete non leggere Il tassista di Maradona di Marco Marsullo, edito da Rizzoli. La storia raccontata è quella di Jorge Alberto Gonzalez, detto “El Magico”, di cui Maradona in persona disse: “credo che sia migliore di me, appartiene a un’altra galassia”.

A differenza del El Pibe de Oro e di Luciano Sola, Gonzalez nella sua carriera non vinse nulla. Poteva scegliere la maglia dei club più blasonati d’Europa, ma preferì giocare nel Cadice, che all’epoca militava nella seconda divisione spagnola. Romanticismo pure, quello di El Mágico. Scelse una piccola città spagnola, la periferia del calcio europeo, contro ogni logica di mercato e di carriera, forse col solo scopo di preservare il suo stile di vita.
«Gli piaceva proprio, la notte. La trovava comoda, larga, accogliente, ma non solo per fare festa, perché El Mágo non era un festaiolo matto; non beveva (era quasi astemio) e non usava droghe (aveva fatto un paio di tiri d’erba una volta e aveva concluso con un “Be’? È questo? Tutto qui?»). A lui piaceva starci, nella notte, come un pilota con la benzina illimitata nella sua auto da corsa.»

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Magico Gonzalez – Figurina Cadiz Club de futbol

Nonostante una proverbiale indolenza e una vita dissoluta lontana miglia dall’idea dell’atleta, a Gonzalez bastò poco, in particolare una partita per diventare El Mágico ed essere venerato ancora oggi come un santo: la semifinale del Torneo Ramòn de Carranza contro il Barcellona. Una partita che più di ogni altra cosa rappresenta il Manifesto programmatico dell’essere Jorge Alberto Gonzalez.

«Gli piacevano il flamenco, le osterie, i bar e chi ci trovava dentro. Perché gli piacevano gli imprevisti. El Mágo stava sveglio di notte perché lui voleva sognare di giorno. E allora, semplicemente, dormiva di giorno.»

El Mágico, dopo una notte passata in giro, arrivò rintronato allo stadio di Cadice alla fine del primo tempo sul 3 a 0 per il Barça. Fu schierato lo stesso nel secondo tempo e da solo ribaltò il risultato. 4 a 3 finale per il Cadice e Gonzalez proclamato a furor di popolo santo.

Con Il Tassista di Maradona, Marsullo regala ai romantici pallonari la suggestione di finale a sorpresa tutto da leggere e soprattutto una leggenda: quella di Jorge Alberto González Barillas detto El Mágico da conservare e tramandare con cura.

«“Hai mai tradito la fiducia di un caro amico?” “Sì.” “E lui ti ha perdonato?” Il ragazzo si allenta un po’ il nodo alla cravatta: “Sì, ma non è stato facile. Ho dovuto rimediare alla stronzata che avevo fatto”. “Ecco. Questo è il calcio. Rimediare agli istanti in cui sembra tutto perduto.»

Fabio D’Angelo

 

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Il tassista di Maradona Fabio D'Angelo

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3.5

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è una persona semplice: ama la pasta e patate con la provola, la pizza, il sole, il mandolino e la SSC Napoli 1926. Alla domanda “Progetti per il futuro?”, generalmente risponde: non sottovalutare le conseguenze di una parmigiana di melanzane.



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