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Published on Gennaio 10th, 2017 | by Roberta Rega

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Grande Nudo

Grande nudo

Gianni Tetti, Grande nudo. Neo Edizioni, 2016 pp 678

 “Se qualcuno è convinto che da una crisi nasca un mondo migliore, sbaglia. Siamo gli stessi di prima, solo più soli, più impauriti.”

Quante volte abbiamo immaginato la fine di questo mondo, quello che c’è dopo. La consapevolezza di vivere in un’epoca di decadenza, o sull’orlo di qualcosa di indefinito ed enorme che sta per accadere, accompagna grande parte della letteratura, la visione del futuro prossimo e una fetta importante dei discorsi, dal momento che ci sentiamo protagonisti di un grandioso, tecnologico e ridondante nuovo Medioevo (che secondo la lezione di Umberto Eco non era poi così male). Gianni Tetti, in questo suo Grande nudo, accompagna il lettore sull’orlo del suddetto baratro nel quale abbiamo tutti paura di guardare, e ci spinge con violenza fino al punto più basso e terreno di un abisso dal quale risaliamo miracolosamente e inaspettatamente, ignari del fatto che nel lancio avessimo una corda da bungee jumping legata alla vita, e grati che tanto terrore ci abbia restituito a noi stessi tutti interi, sani, stupiti.

“Prima se bevevo l’acqua del rubinetto mamma mi tirava i capelli oppure mi mollava uno scapaccione a testa e mi urlava di brutto che ero un cabbudigazzu e adesso mi dice bevi quella che non ce n’è altra e io la bevo. Anche se quell’acqua non è buona da bere, dal colore sembra di no, e nonna una volta s’ha bevuto l’acqua rossa ed è rimasta due giorni a diarrea e per poco non ci moriva cagando. Invece non è morta.”

Sardegna, giorni nostri. Una cittadina qualunque sprofonda gradualmente e irreversibilmente in una catastrofe, e con essa i suoi abitanti. Una serie di presagi annuncia la caduta in un abisso di violenza e sopraffazione, dove il confine tra uomini e bestie viene abbattuto dalla necessità, e la furia di sopravvivere annulla ogni precedente forma di coesistenza e ordinamento sociale. Ma quella che sembra essere solamente una fine, rappresenterà anche un rinnovamento, sotto nuovi valori e priorità, della definizione stessa di uomo e di bestia, di maternità, di convivenza umana e di giustizia.

“Ci accorgiamo delle cose solo quando ci servono, e lo stesso facciamo con le persone. E se non ci servono le dimentichiamo. Per questo facciamo schifo. Per questo va tutto a puttane.”

Il Grande nudo impietoso e dolente descritto dall’autore è quello del nostro presente, è il nudo dei nostri rapporti interpersonali, dei desideri e delle perversioni che animano le notti insonni, è il nudo corpo dei reati mai commessi solo per codardia o paura della punizione, è tutto quello che ci vergogniamo di essere, quando ce ne accorgiamo. Ma questo non è un romanzo del dolore, della violenza o dell’orrore: è la storia di un ammutinamento, di un occhio che guarda tutti dal buco della serratura, raccontata ogni volta da una voce diversa, una sorta di incontro tra I Malavoglia e l’Inferno della Divina Commedia dove a Dante e Virgilio si accompagna il Marchese De Sade.

“Se finiscono i sogni, a quale realtà dovrò rassegnarmi? Non ho capito qual è il sogno. Forse perdo lui, per sempre. O forse voi, non vedrei più voi. Non prendetela male, non fraintendetemi, io vi ringrazio, ma a voi rinuncerei.”

Questo non è, dicevo, un romanzo di violenza o di redenzione; è un tessuto narrativo duro, che non lascia tregua, soffocante e necessario, che improvvisamente si dilata e scopre una grande compassione, elementare e primigenia, un sentimento darwiniano di pietà. È quella la forza che ci solleva dagli inferi come lettori e come attori di un tempo che è lo stesso, indeterminato e catastrofico ma senza dubbio reale, descritto da Grande Nudo. Le tante voci del romanzo vivono di vita propria eppure vengono arrangiate in una lingua unica che dilaga senza soluzione, estenuante e polisinfonica, a tratti teatrale, poetica, poi brutale fino all’insostenibile. Ma come accennato all’inizio, abbiamo una corda attaccata in vita che ci sostiene e ci fa arrivare fino alla fine di questo lungo romanzo con gli occhi spalancati di stupore, di domande, ebbri di tante parole, fatti, e persone così diabolicamente orchestrati dalla mano dello scrittore.

Roberta Rega

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"Era un mondo adulto, si sbagliava da professionisti"



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