Interviste

Published on Gennaio 14th, 2017 | by Carla De Felice

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Intervista ai Piet Mondrian

Piet Mondrian

“Te ne vai,
e io mi focalizzo su
i programmi di Rai Storia sulla prima
guerra mondiale e sul Vajont…
neanche ti guardo quando te ne vai…”

Piet Mondrian è il nome del famosissimo pittore esponente del movimento artistico De Stijl, ma anche il nome del progetto musicale toscano composto da Michele Baldini e Francesca Storai. Proprio come la pittura del pittore olandese, anche la musica dei Piet Mondrian è difficile da catalogare: un rock minimale con influenze elettroniche, dark, new-wave. Un duo enigmatico e affascinante, dai testi raffinati e ricercati ma non fatevi ingannare dalle apparenze perché i loro testi hanno un respiro universale.
Dopo 5 anni di silenzio dal precedente disco Purgatorio, i Piet Mondrian sono tornati con un nuovo album Di che stiamo parlando?. 

Gli abbiamo fatto qualche domanda per scoprire qualcosa di più sul loro progetto.

 

Ciao ragazzi e benvenuti su una banda di cefali

Ciao a voi e grazie mille per lo spazio

  1. Come nasce il nome del vostro progetto e in che modo rispecchia il messaggio che volete trasmettere con la vostra musica?

Il progetto Piet Mondrian nasce nel lontanissimo 2006. Evitando tutta la lunghissima storia che ha condotto a “Di che stiamo parlando?” il modo in cui il gruppo rispecchia il nome che ancora porta vorrebbe essere nello stile, con una composizione minimale, con pochi suoni e nell’approccio multidisciplinare (quindi dando grossa importanza non solo alla musica ma anche all’arte visiva).

  1. Dietro un’apparenza sofisticata il vostro progetto nasconde un carattere alquanto universale. Quali sono i riferimenti (non soltanto quelli musicali) che vi hanno influenzato nel corso degli anni?

Come anticipato sopra, la musica è uno dei tanti codici linguistici che possano veicolare il progetto. Nei testi e quindi nei pezzi sono raccontati estratti di realtà, di sguardi sul mondo contemporaneo, insomma un racconto esistenziale personale (sperando che non sia anche autoreferenziale).

La canzone italiana (non solo d’autore) e il primato del testo e della voce è certamente il trait-d’union umano e artistico tra noi due. A livello prettamente musicale è la new wave anglo-americana, soprattutto quella più elettronica e “sognante” (dai Talking Heads ai Cocteau Twins per intenderci) quella che più ci ha influenzato.

Ma il mood generale (o se si vuole ancora usare un anglismo citandovi lo state of mind) a cui ci piacerebbe riportare è quello dell’Avanguardia Newyorkese degli anni ’80, quella in cui, per intenderci, convivevano personalità del calibro di Laurie Anderson e di Basquiat e la relativa scuola di pensiero di riferimento, in primis Marshall McLuhan, Deleuze, Derrida. Naturarlmente senza prendersi mai troppo così tanto sul serio.

Foto di Tania Innocenti

  1. Crescere in provincia è quasi come uno state-of-mind che favorisce l’insorgere di sentimenti come angoscia e disagio, che sono spesso i grandi protagonisti dei vostri testi. Quanta provincia c’è nelle vostre canzoni?

La provincia non è solo nelle canzoni ovviamente, ma in testa. Sentirsi periferici, diversi, soli, eppure una comunità. Sono cose difficilissime da perdere. La provincia è ciò che ti dà la carica e ciò che te la toglie. Quanto sono legati i Piet Mondrian alla provincia? Al 100%.

  1. Per il lancio di “Di che stiamo parlando?” avete scelto di produrre una quantità limitata di vinili utilizzando per la prima volta nel mondo della musica il metodo “Prima o mai” ideato dal fumettista Ratigher. Io, tra l’altro, ho letto la notizia proprio sulla pagina Facebook di Ratigher. Cosa vi ha spinto a provare quest’esperimento in un nuovo campo e siete soddisfatti dei risultati?

Tutto il progetto è un esperimento, “Di che stiamo parlando?” non ha seguito nulla di un normale processo di uscita di un disco: non ha programmato l’uscita con un ufficio stampa, ha fatto uscire tre singoli con relativi video quasi tutti insieme e non “a dovuta distanza” l’uno dall’altro, non ha booking, non ha etichette vere e proprie. Essere liberi significa prima di tutto essere liberi di sperimentare, anche se si rischia grosso. Per questo ci serviva un ponte diretto, una richiesta esplicita di impegno a tutti i nostri potenziali fan. E tutto questo dovrebbe servire per legittimare il valore del progetto e l’abbattimento di tutti i “livelli intermedi”.

  1. Colpisce molto la scelta della lambda per la copertina di “Di che stiamo parlando?”. Perché avete
     adottato proprio questo simbolo per il vostro disco?

La lambda è la lettera iniziale di logos, parola dall’antico greco che significa parola, ma anche logica, sistema di pensiero logico. Per essere precisi la radice della parola logica e di tutte quelle che hanno come suffisso -logia (discorso su). Questo per sottolineare una nostra necessità di ridare primato alla logica e alla parola, quindi alla ragione e al dialogo, in un’epoca in cui, forse per colpa proprio di un eccesso di strumenti di comunicazione, queste stanno drammaticamente venendo meno. Ma soprattutto è il nostro logo, che perlappunto ha anch’esso la stessa radice linguistica, pertanto vuol dire anche simbolo, segno.

  1. Qual è invece il vostro rapporto con i simboli religiosi in generale?

Siamo come la stragrande maggioranza degli italiani educati e sacramentati secondo i principi cattolici. La croce è il primo logo ufficiale, così come la Chiesa Cattolica il primo grande brand, la prima grande multinazionale, che reclama il monopolio della vita ultraterrena. In questo non c’è niente di male. La storia e la simbologia religiosa sono ormai nella testa di tanti, qualsiasi religione. Tutti hanno paura della morte, tutti credono e vivono l’Amore. Le religioni propongono tutte se pur in modi diversi antidoti contro la morte e modi per conciliarsi all’Amore. I simboli sono il marchio di qualità di ogni religione per sottolinearne la riconoscibilità e l’affidabilità.

  1. I vostri videoclip, girati con il videomaker toscano Diego Dada, sono piuttosto dei veri e propri cortometraggi. Come nascono le idee e quanto lavorate di media a ciascuno? Vi siete ispirati a qualcosa in particolare?

Il processo creativo varia molto ma in generale nasce assieme o quasi al pezzo. Come detto sopra i nostri pezzi vogliono essere delle riflessioni e dei racconti e tali dovrebbero essere anche le immagini che le accompagnano, alcune più didascalicamente altre più per evocazioni, suggestioni. Nel caso specifico dei tre video usciti fin qui per “Di che stiamo parlando?”, “Te ne vai” è il video per il quale è stata richiesta la gestazione maggiore e l’impiego maggiore di risorse, circa tre mesi tra ideazione e realizzazione, “Tu sei il paradiso” è stato ideato in una giornata, girato in un’altra (una bellissima gita domenicale tutti insieme allo zoo di Pistoia), e montato in una terzo, per “Un dio ovunque” è stato fatto tutto dal pomeriggio alla tarda notte.

  1. Sono in cantiere collaborazioni con altri artisti per il futuro?

Assolutamente sì! Non vogliamo svelare tutto ma abbiamo in cantiere un progetto che riguarda una serie di video installazioni ispirate a quattro nostri pezzi. Un progetto che sconfinerà definitivamente dal campo musicale a quello artistico. Ci stiamo pensando e lavorando sodo e per ora tutto è abbastanza segreto, ma la cosa ci sta dando un sacco di stimoli e mettendo anche a noi curiosità.

La nostra Martina Caschera ha disegnato i Piet Mondrian durante un loro live a Prato

  1. Un “uccellino cefalo” ci ha svelato che i vostri live sono un’esperienza da non perdere. Dove possiamo vedere i Piet Mondrian dal vivo prossimamente?

Saremo a Roma il 28 gennaio, poi a Pisa l’8 febbraio. Da marzo abbiamo sei date, un piccolo tour che ci porterà nel centro e nel sud Italia.

Grazie <3

Grazie mille a voi!

Intervista di Carla De Felice

Illustrazione di Martina Caschera

 

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L'unico vero realista è il visionario.



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