Conversazione con Mattia Torre
Non sono tipo da interviste.
Io sono più una pontificatrice solitaria, una di quelle che di solito sono abituate a interrogare autori morti, e che temono che gli autori vivi siano esseri umani deludenti, gretti, sgradevoli, come talvolta accade.
Mattia Torre è tutt’altro. È un uomo generoso, aperto, intelligente, nella cui voce si annida spesso un sorriso. Magari non fa la differenziata, ma credo che a questo punto potremo perdonarglielo. Nella sua ventennale carriera, Mattia ha spaziato dalla scrittura per il teatro a quella per il cinema e la TV, rendendosi indimenticabile al grande pubblico insieme ai colleghi e amici Ciarrapico e Vendruscolo con Piovono Mucche (2002, premio Solinas per la sceneggiatura) e Boris, la fuoriserie italiana (2007-2010).

“Chi è Mattia Torre?”
Ho incontrato Mattia di martedì pomeriggio. Io ero un fascio di nervi dalla voce stridula, lui un autore noto e amato, ancora coinvolto dalla coda lunga della sua ultima opera, La Linea Verticale, che è stato il fenomeno televisivo di questo inizio anno, e che ora arriva anche in libreria, con il romanzo omonimo, edito da Baldini&Castoldi.
Se con Boris il fulcro erano il mondo televisivo e le frustrazioni di chi vi opera (e già si parlava di precari, di lettere di licenziamento firmate al momento dell’assunzione, di arretrati attesi da mesi, con uno sguardo che la mia generazione ha abbracciato con enorme commozione), La Linea Verticale ci porta in un reparto di chirurgia urologica all’interno di un ospedale oncologico. Una premessa che potrebbe sfiancare, se non fosse in mano a Mattia Torre.
Insomma, alla fine sei diventato vegano?
No, nel senso che dopo questa esperienza, per alcuni mesi ho fatto tanti tentativi, alcuni li ho raccontati anche nella serie, per esempio la riflessologia plantare, la dieta… e poi ho capito che ognuno deve trovare un proprio accesso alla felicità. Secondo me la felicità è un buon punto d’arrivo e quindi ognuno fa la propria sintesi. Io ovviamente sono un pochino più attento di prima, mi do più una regolata, diciamo. Però no, non sono diventato vegano né intendo diventarlo [ride].
Una delle cose che mi ha colpito di più è… un’altra citazione di Borges! Lo metti dappertutto!
Sì, poi è sempre la stessa poesia. È la mia poesia preferita, si chiama “Un’altra poesia dei doni”, è una poesia molto lunga e qua mi piaceva citarla sia perché era molto in tema, molto coerente, e poi mi piaceva anche un piccolo rimando subliminale a Boris.
Tra l’altro riuscitissimo, come la parte dei droidi protocollari…
Abbiamo anche lo stesso attore che fa Duccio, Ninni Bruschetta, che dice “Chiudo”. Dopo l’intervento.
E invece ad Antonio Catania fai recitare Baudelaire, c’è poesia ovunque! Anche da personaggi implausibili.
[ride] Sì, sì. Assolutamente.
Poesia infilata dappertutto per sopravvivenza.
Diciamo di sì.
Tornando alla serie, la cosa che più mi ha colpito del monologo finale è che è un atto politico, politico in senso lato; perché in un momento come questo, di cui si dice “come questo” da vent’anni, tu dici “voglio pagare le tasse, mi ha salvato un ospedale pubblico”… Al di là del raccontare l’eccellenza, che è quello che tu vuoi fare, anche il fatto di puntare su una cosa che viene vilipesa costantemente è una scelta politica.
Sì, sono d’accordo.
Quanto scelta politica? Quanto era dal lato della positività e quanto dal lato del “questa è la situazione”?
Entrambe le cose, perché comunque per me era un fatto molto importante che quest’uomo finisse in una struttura pubblica che lo salvava. Come dicevi tu, al di là dell’eccellenza, nel senso che il reparto poteva essere un po’ meno fico ma ugualmente salvarlo, questa è la cosa che mi interessava sottolineare. E poi, in un momento di così forte disfattismo, qualunquismo, raccontare anche che noi siamo potenzialmente una comunità di persone che si soccorrono vicendevolmente, e l’esperienza di Luigi è la riprova di questo, cioè di un pubblico che ha senso. Di una realtà pubblica che ha senso.
A proposito di questo, ti rendi conto adesso di quanto impatto in senso assoluto ha avuto il tuo racconto?
Beh, mi frastorna, e mi… non voglio dire che mi sbalordisce, ma lo trovo bello e sinceramente mi fa impressione, perché invece non pensavo a questo. E questa cosa accade forse proprio perché non ci pensavo per niente. Non ho pensato mai a dove si sarebbe sintonizzato il pubblico, ho fatto un racconto molto personale, molto sentimentale, e oggi a posteriori capisco che cosa è successo. Ma ci ho messo un po’ per capirlo, perché sono talmente imbevuto di questa storia ma anche di questa vicenda, che io per primo fatico a riconoscere le cose buone da quelle meno riuscite, sono ancora molto confuso. Poi, però, leggendo tutti i commenti, mi hanno addirittura mandato delle lettere dei pazienti, ho capito nelle settimane – e questa cosa mi ha fatto anche piangere dalla commozione – quanto avessi toccato un tema che aveva bisogno di essere raccontato, e io non lo sapevo, e poi in quel modo, con quella temperatura. La questione della temperatura è stata una mia ossessione, perché avevo paura di essere indelicato… sapevo che c’era il rischio di creare casini, e mi sono detto “vedremo poi”, io racconto la mia storia personale, non pretendo di raccontare la malattia, la sanità, però racconto una piccola realtà.
Però “indelicato” è sempre percezione, ho visto le tue interviste anche da Gramellini, c’è un passaggio che a me fa molto ridere, l’inizio della serie e del libro, cioè il funerale, che per me è una delle cose più divertenti mai lette, nonostante il contesto; è una cosa a cui pensi, se la passi, e ci pensi anche dal lato ridicolo. Fra il pubblico quasi nessuno stava ridendo, perché secondo me entra in gioco il “pare brutto”. Invece, nel momento in cui scavalli quella formalità anche il tuo senso del decoro è più labile.
Un punto fondamentale, altro che indelicatezza, è che tu abbia rappresentato tutta gente che non muore. La Morte appare, fisicamente, nei corridoi, e un altro scrittore avrebbe fatto morire qualcuno, un semi-sconosciuto, così da piangere ma non troppo.
No, muore soltanto Amed ma in sogno. Perché, ti dico la verità, quello è un posto dove non si muore. Questo è importante, perché è un reparto di urologia ma senza pronto soccorso e sarebbe stato un abuso. Ovviamente, quando la gente si opera c’è sempre un rischio, ma non è quello il punto e non era il tema che mi interessava affrontare. Anzi, nella mia percezione del tempo vissuto lì, è come se avessi passato anni lì dentro, e non moriva nessuno [ride].

Però di solito nella rappresentazione del malato, e anche questa è una cosa sociale, anche se non voglio fare di te per forza l’intellettuale engagé del ‘700, il malato fa schifo. È come guardare un incidente. Il malato ti serve come promemoria del fatto di essere vivo, ma ti ricorda che può succedere anche a te. Per cui i malati, nelle fiction e nella finzione, ultimamente sono come dei tubercolotici che si consumano ottocentescamente, mentre tu arrivi e dici: ecco, la Vita.
Sì, è interessante quello che dici. Sinceramente, è un’altra cosa che scopro a posteriori. [Ridiamo] Ti devo deludere!
Però l’hai fatto!
Intanto c’è la questione che sollevavi prima. Noi viviamo un tempo e una società che rifiutano la morte, il dolore… Ho un amico che sta facendo una roba su Instagram, e ha scoperto il mondo di Instagram e dice “Oh, ma su Instagram è sempre estate!”. Sempre tutti in costume, ma com’è? E noi viviamo un po’ così. Tutti abbronzati, e nessuno muore. Quando c’è qualcuno che ci ricorda la nostra mortalità, per carità! Invece, nella mia esperienza il paziente è la cosa più affascinante, la cosa che mi diverte di più della serie sono proprio le chiacchiere dei pazienti. Una roba un po’ alla Spike Lee, questi sempre seduti sulle sedie, e devono anche far passare un po’ il tempo. È un po’ la ricostruzione della vita del paese, questi che stanno seduti…
Er baretto!
Er baretto! Quella cosa là mi piaceva tantissimo. Mentre nella cinematografia il baretto è stra-abusato, nel reparto è divertente.
E così facendo vai contro (volente o nolente, ormai l’hai fatto) il Fucile di Cechov (“Se nella prima scena del dramma c’è un fucile appeso alla parete, questo dovrà sparare nell’ultimo atto”): se vedi passare un malato nel film, morirà. E come rappresentazione sociale è agghiacciante. Invece la tua narrazione è come se dicesse: non sei solo. È una rappresentazione umana, reale, ridicola che dà un senso di comunità, per cui capisci che allora non siamo soli a fare il nostro viaggio.
Questa è la cosa più bella che mi potesse succedere, ed è la cosa che sta succedendo. È una di quelle cose che non sono previste, che per quello mi fanno piangere; era come se intimamente lo sperassi, però a un livello per cui, per farlo, lo dovevo vivere solo così. Se avessi detto “io voglio, con questa serie, condividere questo sentimento”, non ce l’avrei mai fatta, è sicuro al cento per cento. Per me è stato un grande interrogativo, perché siamo un paese molto bigotto, con associazioni che si lamentano, e ipotizzavo di dover lottare per rivendicare il mio diritto a raccontare una storia personale. E invece, al contrario, è stata accolta. Ed è una cosa insperata, favolosa.

Però in teoria la grande opera d’arte di solito è questo: attinge al personale e regala un universale nuovo, che noi non avevamo. Te l’avranno detto mille volte, ma è verissimo: una serie così, da noi non esiste.
La cosa che mi esalta di più è che questo fenomeno avviene con un racconto assolutamente anticonvenzionale. Perché se io invece avessi fatto una drammaturgia più classica sarei stato ugualmente felice, ma io ho fatto il matto: non c’è una puntata uguale all’altra per struttura, c’è un’anarchia assoluta, ho scritto senza costruire, senza scalette, anche da un punto di vista metodologico ho scritto di getto, liberamente, come un esercizio di free climbing. Tanto che avevo premura di far leggere i copioni ai miei amici, ai giudici più severi, e quando loro dicevano “tutto buono”, io dicevo che fico, andiamo avanti. Il primo che mi avesse detto “guarda, questa cosa non sta in piedi” avrei detto sono d’accordo, ricomincio. Semplicemente, ho goduto molto a fare quello che desideravo, e quindi è una doppia soddisfazione, perché il pubblico, su un tema così particolare e complesso ti segue, ma ti segue dove lo porti tu. Allora è fantastico, perché hai visto come passiamo dalle digressioni sociologiche a momenti onirici, a momenti di cazzeggio terra terra, a momenti sentimentali.
O anche drammatici, come la perdita di fede del prete (Paolo Calabresi, in un ruolo fatto soprattutto di sguardi), che è un momento di grande umanità. Mentre Luigi riacquista il senso della vita, qualcun altro in una situazione simile lo perde.
Sì, infatti mi piaceva che l’uomo incaricato di portare la speranza, poiché era una speranza preconfezionata, non solo non lo fa con gli altri, ma neanche con se stesso. E quindi effettivamente vive un dramma solitario, intimo, fatto di battute bofonchiate.
La struttura che hai portato in TV poi è una struttura teatrale: tu hai portato i tuoi attori, e funziona anche per l’intimità che hai con i tuoi attori, giusto? Quindi questa struttura chiusa, spesso abbandonata, invece funzionava.
Io non faccio riferimento a quel modello culturale, ma il sentimento è un po’ quello, cioè andare in scena con persone/strumenti potenti, che conosci e sai come spareranno. Essendo ambientato tutto in reparto, che è un palcoscenico, è un lavoro fondato sulla scrittura e sulla dimensione degli attori. È stato soddisfacente ed è stata la cosa meno faticosa.
Non vorrei farti una domanda trita ma, nel momento in cui attingi all’autobiografia in maniera così netta, poi c’è il rischio che il racconto non si esaurisca? Finita La Linea Verticale, è finita davvero La Linea Verticale?
Ci sono diversi piani. Intanto, La Linea Verticale è un’allegoria: è la mia storia clinica, ci sono cose che mi sono successe, come l’episodio della TAC, molte cose sono romanzate, ovviamente, ma è un esercizio di grande sintesi. Io non sono uscito dal reparto con la consapevolezza che ha Luigi, io ci ho messo molto più tempo ad arrivare pressappoco a quello che dice lui ma, avendo vissuto quell’esperienza e quindi conoscendola bene, mi sono chiesto “qual è la storia più fica?”. Cioè, dovendo fare una sintesi, qual è il più bel messaggio che si può dare? E allora, quell’esercizio di sintesi ha consentito che il protagonista uscisse con quella piena consapevolezza. Cioè, “io sto bene qui”. Questo non è veramente quello che ho vissuto e pensato. È quello a cui sono arrivato nell’esercizio della scrittura.
Ho avuto bisogno della scrittura per arrivare a questo, ti dico la verità. Poi, di contro, il lato oscuro è che La Linea Verticale è un’opera che finisce diciamo in maggiore, io la mia battaglia continuo a farla e durerà per sempre, perché ho un tipo di malattia da cui non si guarisce, si tiene sotto controllo. Poi confido molto nel progresso della scienza medica, farmacologica, però ho avuto la sensazione un po’ dolorosa talvolta che si raccontasse un uomo che guarisce.
Però ecco, La Linea Verticale è una cosa, la mia storia è un’altra e quando ho dovuto scrivere veramente il libro, e il libro l’ho scritto dopo aver girato, facevo fatica perché non ricordavo più cos’era vero e cosa no. Chi ero io, cosa era successo veramente, e avevo comunque paura del libro, perché avevo paura che mi costringesse a un livello di introspezione che a quel punto non mi potevo consentire, perché è stato già molto faticoso fare La Linea Verticale, ho rivissuto tutto, è stato molto stressante. Anche bello, eh! Utile non lo so, lo scopriremo. Sicuramente molto faticoso.
Il rapporto con l’autobiografismo è molto ambiguo, è una cosa di cui abbiamo parlato anche molto con mia moglie, che non si riconosce affatto nel personaggio di lei! [ride] Ha fatto molto di più, vigilava su di me. Anche a lei servirà del tempo prima che faccia i conti con La Linea Verticale.
Però tenerla fuori è comunque una scelta. Per esempio la figlia di Luigi si vede in un flashback e poi mai più.
La moglie è l’unica che sfugge a una regola che mi ero dato precisamente, cioè di non rappresentare il mondo esterno. Il mondo esterno, dentro l’ospedale, non ci interessa minimamente, non ci frega un cazzo di chiunque. Puoi arrivare con la storia più incredibile, non ci interessa! [ride] È un luogo che sobbolle talmente di cose, che tutto l’esterno è robetta! Tranne lei, lei sfugge a questa regola perché è una parte di lui. Le altre persone che si vedono, la vecchia zia, la madre del prete, io li volevo lasciare quasi fuori fuoco, viceversa lei è proprio una parte di lui.

Ed è un personaggio bellissimo, che dà la percezione comunque che per chi è “fuori”, inclusi quelli che non ridono alle battute più nere, sia tutto molto più difficile, inclusa la manipolazione del dolore. Tu il tuo dolore lo conosci, lo gestisci, ti fai il percorso, ti mettono dentro, ti curano, ti danno la pasticca una settimana al mese per sempre, e tu sei incasellato. Chi è fuori non ha una linea guida. Quindi, forse, la rappresentazione che ne fai è consolatoria, per chi da fuori crede di non star facendo niente, perché in fondo non devono far nulla in senso stretto.
E, togliendo la moglie, i parenti veramente stretti, socialmente questo pietismo c’è sempre, frutto di ineducazione, e invece tu rendi chiaro che va eliminato.
Ma infatti per me la prova più difficile è stata quando sono uscito dal reparto, e sono tornato alla vita, ed è lì che ho sentito la paura degli altri, la goffaggine, l’impaccio, quello che non osa chiamarti e sbaglia su tutta la linea, oppure quelli con la straordinaria confidenza con la vita che si limitano a dirti “come stai?” e basta quello, tu sei felice così, basta poco. Questo a maggior ragione mi confermava come il reparto fosse un mondo, un’istituzione totale, roba che troviamo in carcere, o in trincea, delle realtà in cui si sviluppano rapporti interessantissimi.
E secondo me dovresti prendere atto, questo è il mio consiglio, del fatto che hai creato un’opera educativa. Socialmente rilevante, quando di solito si sbuffa di fronte alla cultura, e invece ha un impatto soprattutto passando per la Rai, che di solito viene vista come una TV per persone comuni, non appassionati di serie…
Io ero molto felice di farlo, nonostante dopo gli anni di Boris fossi molto preoccupato, e in realtà ero molto felice di farlo sulla Rai, comunque fosse andata, perché comunque sentivo che era importante che la Rai si prendesse carico di affrontare con me quell’argomento.
Che rientra sempre nel Servizio Pubblico, nel ruolo del Servizio Pubblico.
Ed è la cosa che stanno notando tante persone. Io non ho Twitter, però vado a sbirciare e molti dicono questo, cioè molti sono felici che la Rai dia questo segnale.
Al telefono, parlando di Boris, mi hai detto che è stato graduale. Non sei stato preso da tutte le parti e trascinato ovunque. Sei un Autore. Tu la tua storia la racconti, e diciamo che quello che dovevi fare l’hai fatto. Nel momento in cui sei finito in pasto al pubblico, anche dal punto di vista intimo, perché alla fine la vita è la tua, anche romanzata, com’è stato?
L’ho temuta molto, questa prova. Poi, le persone più attente, l’ufficio stampa e la produzione, mi hanno molto messo in guardia su questo. Mi hanno detto “attenzione, ché poi finisci in un frullatore”. E sarà che io ero tranquillo, non me n’è fregato un cazzo. Mi sono meravigliato di questo, perché credo di essere protetto dalla mia storia. Se io, senza Linea Verticale, avessi dovuto raccontare un’esperienza così, sarebbe stato terribile. Invece io sono al servizio di quella serie, è servito dire che è autobiografica? Diciamolo. Se mi dici “vai scalzo da qui a Piazza Venezia”, lo faccio per La Linea Verticale. L’unica cosa è quella che ti dicevo prima, cioè la sensazione un po’ dolorosa di quando leggo “è guarito”. Per il resto, non mi fa paura condividerlo. Curiosamente, non mi fa neanche tanta paura la malattia. Mi affatica, mi addolora se penso ai miei figli, ma personalmente mi è scattata una strana cosa da quando me l’hanno diagnosticata perché, contrariamente alla persona che ero, molto ansioso, ipocondriaco, con l’ossessione della morte, tutto questo l’ho risolto.
Come se, dopo averla aspettata tutta la vita, la cosa che temevi fosse finalmente lì.
Esattamente. Altra poesia di Borges, che in punto di morte scrive una cosa bellissima su quello che farebbe se potesse tornare indietro. “Se potessi tornare indietro, scalerei più montagne, sarei meno igienico, mangerei molti più gelati…” e dice una cosa stupenda: “cercherei di avere più problemi reali e meno problemi immaginari”. Ecco, tutte le paure immaginarie, i problemi immaginari che avevo, finalmente prendevano un volto. Il nemico era molto chiaro. E io ho detto: mo’ lo so, cazzo. Quindi siamo tu ed io. Fine dei giochi. Fine delle elucubrazioni, speculazioni, delle paure. No, sei tu e ci sono io, e questo è. Da quel momento, continuiamo ad essere lui e io, in un rapporto che però, come La Linea Verticale racconta, è ambiguo – cioè, c’è anche qualcosa di positivo.
Quindi anche un cambiamento così grande, un evento sconvolgente, diventa portatore di buonumore. Il fatto che la serie sia scritta con molti passaggi di leggerezza, vuol dire che alla fine il tumore non ti ha tolto la leggerezza.
No, poi tu sai, conoscendo i miei lavori precedenti, che è impossibile! Magari, mi piacerebbe pure fare cose… anzi, le serie che vanno meglio nel mondo sono serie drammatiche, e mi sono completamente precluse. E poi anche perché, sinceramente, era così. Non è che ho forzato la mano, io mi sono divertito come un cretino, in quel reparto. Ho riso come un cretino, ogni volta che veniva un medico a visitarci ci trattenevamo come a scuola per non ridere, “sono i vasi”, quindi ho messo in scena la realtà. Ma come Boris, Boris è un documentario. È chiaro che poi noi ci divertiamo a tratteggiare dei personaggi, ma poi la materia è sempre una materia vera. Ed è il motivo per cui secondo me poi queste cose vengono condivise, perché se ne percepisce l’autenticità.
Boris è tutt’ora un motore di modi di dire, che funzionano ancora.
Assolutamente involontario anche quello.
Però, se mi tocca sempre farti i complimenti, rimane il fatto che, quando centri una cosa, come avete fatto con Boris e come hai fatto adesso, se ne percepisce la verità.
Esatto, ma è una cosa che ho capito poi nel tempo. Cioè, se uno dicesse: “aò, quale sarebbe un bel tormentone?”, non lo troverebbe. Poi, tu dopo senti quello che ripete “bucio de culo, bucio de culo”, tra l’altro il tormentone più volgare del mondo, e dici: ecco questo è un tormentone. Ma chi lo sapeva? Come “i vasi”. “I vasi” mi faceva ridere, ma mi fa ridere altrettanto la gente che cazzeggia e dice “i vasi”.
Posso anche attribuirti, come fanno i biografi e i critici, una cosa? Quando a Luigi tolgono i punti, il medico (Ninni Bruschetta) dice: “non bisogna mai dirgli tutta la verità”. Non è un po’ l’autore, che non deve dirti tutta la verità? Non ci avevi pensato?
Assolutamente no, me la rivendo subito, è una cosa bellissima e non ci avrei pensato neanche in vent’anni, se tu non me l’avessi detta. È una frase che nessun medico mi ha detto, è una cosa che ho inventato, però mi divertiva perché penso che un pochino, vagamente, sia vero. Io, se devo essere onesto, la verità al cento per cento non la voglio mai. A me, quella nebbietta là, un po’ me piace! Quella cosa che i vuoti puoi riempirli tu, puoi dare tu un po’ di forma.
Prima di salutarci: qualcosa che non ti hanno chiesto e tu muori dalla voglia di dire! Questa è la tua occasione.
Una cosa che ti posso dire è che non mi hanno chiesto, ed è giusto che non lo chiedano, se avessi potuto fare qualcosa in più nella serie, avrei giocato di più con la luce. La luce è un elemento molto presente in questa storia, credo sia presente più nel libro che nella serie, quello che volevo raccontare era una specie di realismo magico, e il reparto mi piaceva che durante il giorno fosse sempre bagnato dalla luce delle undici del mattino, e che non si sentissero quasi mai i neon, e tu avessi anche il corridoio bagnato dalla luce che veniva dalle stanze. E mi piaceva giocare su una gradazione davvero subliminale, per cui tu, soltanto a puntata cinque o sei, ti chiedevi “ma che cazzo è ‘sto posto? È reale o no?”. Questo mi piaceva molto. Poi, siccome io credo molto nel destino e nella vita, se non l’ho fatto forse è perché l’avrei fatto di merda [ride]. Sarebbe venuto fuori una chiavica, una smarmellata orrenda!
Per il resto, sono felice che, a dispetto di una certa elementarità formale, invece sia arrivato il cuore della storia.
Se aveste incautamente perso La Linea Verticale su Rai Tre, potete recuperare gli otto episodi su raiplay.it o godere dell’omonima versione cartacea, edita da Baldini&Castoldi.
Intervista a cura di Selvaggia Serini




