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Published on febbraio 15th, 2018 | by Fabio D'Angelo

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I favolosi anni ’85

Simone Costa, I favolosi anni ’85, Edizioni Spartaco, recensione, una banda di cefali

Simone Costa, I favolosi anni ’85, Edizioni Spartaco. pp 160, 10 €.

Non so se a rendere nazionalpopolare la nostalgia sia stato più il finale dal gusto un po’ amaro di cose perdute di Sapore di mare, film antesignano dei cinepanettoni, che non so se ricordate, si chiude con una scena ad alto tasso di rimpianti in cui gli sguardi di Gerry Calà e Marina Suma si dissolvono su Celeste Nostalgia di Cocciante, o l’interpretazione sanremese di Albano e Romina che sul concetto di Nostalgia canaglia scrissero quasi un manifesto.

Sta di fatto che, anche grazie a loro, noi tutti oggi possiamo convenire sul fatto che l’attesa rende tutto più bello, ma anche il ricordo non scherza. E questo Fabio Fazio l’aveva intuito prima di altri, visto che con Anima mia riuscì nell’impresa di rendere struggente e indimenticabile persino le canzoni di Orietta Berti. E badate bene, questo succedeva circa vent’anni prima del “Zuckerberg ci ricorda”. Ma chi può spiegarci bene da dove nasce la nostra fame bulimica di ricordi è Marco Cocco, uno dei due protagonisti de I favolosi anni ’85, libro di Simone Costa uscito per Edizioni Spartaco.

Ma andiamo con ordine.
Perché I favolosi anni ’85 di Simone Costa ruota intorno a due personaggi: Irene Castello e, per l’appunto, Marco Cocco. Lei è una manager in carriera, mentre lui è uno sgangherato autore radiofonico che riesce, grazie alla raccomandazione della mamma, ad ottenere un fruttuoso colloquio di lavoro presso una Radio commerciale. Incredibilmente per uno che si è visto sempre dire no, viene promosso e da un’idea di Marco Cocco nasce  I favolosi anni ’85, un programma radiofonico ad alto tasso di nostalgia che diventerà ben presto di culto anche grazie alla voce dello speaker Charlie Poccia.
Ma niente di cui gioire per Marco Cocco, che vedrà ben presto, a differenza di Stefano Accorsi, scipparsi sotto il naso il merito del successo della trasmissione dal conduttore.

«Marco le lesse due volte per essere sicuro di aver compreso bene.
D: Parliamo ora della trasmissione del momento, quella che conduci su Radio felicità tutti i giorni. Come fai a trovare sempre nuove idee?
R: Be’, non sono solo mie le idee, c’è un grande gruppo di autori, tra cui anche il vincitore di un reality show sulla radio, che propone e poi scrive assieme a me il tema dei ricordi che io leggo in diretta.
D: Da come li interpreti però sembrano storie che senti davvero tue.
R: Diciamo… (ride n.d.r.) che spesso lancio delle idee che vengono sviluppate, mettiamola così.

Marco questa volta non si frenò e si alzò in piedi scaraventando il più lontano possibile la rivista, arrivando quasi a centrare un bassotto portato a spasso da un signore che cercava di nascondere il pigiama sotto un impermeabile lungo. Il cane iniziò ad abbaiare verso l’immagine di Poccia che continuava a sorridere imperturbabile dalla copertina.»

Irene Castello, invece, appare come una persona spietata e determinata. In verità, si ritrova costretta suo malgrado nel ruolo di donna in carriera. E così, proprio quando è lì che vede il traguardo a portata di mano, viene bloccata da un disagio liberatorio, quasi autoindotto: le parole delle persone vengono percepite come un sussurro e questo finisce col regalare a Irene un rifugio di incomunicabilità con il mondo.

Al netto di quello che il titolo possa far pensare,  I favolosi anni ’85 è un romanzo contemporaneo, in cui entrambi i protagonisti si trovano immersi in quella che il filosofo Zygmunt Bauman definiva come società liquida. Ossia quella struttura sociale in cui gli individui sono accumunati da atteggiamenti e comportamenti impronti sull’esasperazione dell’egoismo individuale, sull’incertezza e sulla precarietà che polverizzano anche i legami affettivi: rapidi e non duraturi, soggetti alle reciproche aspirazioni e fallimenti del momento. È la cultura dell’adesso e della fretta eterna bellezza, e tu non puoi farci niente, ci direbbe un Bauman  in versione Humphrey Bogart, se non ci fosse periodicamente la nostalgia a frenare il tempo, farci stendere sul lettino e massaggiarci con  frasi del tipo “ti ricordi? Quando eravamo bambini noi in edicola cerano i giochi del Comodore 64”.

Fabio D’Angelo

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è una persona semplice: ama la pasta e patate con la provola, la pizza, il sole, il mandolino e la SSC Napoli 1926. Alla domanda “Progetti per il futuro?”, generalmente risponde: non sottovalutare le conseguenze di una parmigiana di melanzane.



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