Fumetti

Published on luglio 19th, 2018 | by Giorgia Recchia

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Mezolith: intervista a Adam Brockbank

Sono passati poco più di due mesi dal Napoli Comicon, due mesi intensi in cui abbiamo dovuto leggere spropositate quantità di fumetti, riordinare le idee e digerire le novità per potervele raccontare al meglio. Abbiamo conosciuto fumettisti emergenti e consolidato amicizie con quelli che conoscevamo già, ma soprattutto abbiamo avuto la possibilità di incontrare delle vere e proprie leggende del mondo della carta stampata. Tra queste leggende è impossibile non annoverare l’illustratore britannico Adam Brockbank, tra i più noti storyboarder e concept artist per film del calibro di Star Wars, Harry Potter e Maleficent, che, in occasione del Napoli Comicon, era presenza fissa allo stand di Diabolo Edizioni, per promuovere il bellissimo graphic novel Mezolith, scritto in collaborazione con lo sceneggiatore (e suo carissimo amico) Ben Haggarty. Non potevamo perdere l’occasione di incontrarlo e fargli qualche domanda su questo piccolo capolavoro.

Ciao Adam e benvenuto su Una banda di cefali! Com’è nata la collaborazione tra te e Ben Haggarty?

La collaborazione è cominciata prima del fumetto, in quanto siamo amici, amici di famiglia. Stavo lavorando a uno degli Harry Potter – non ricordo quale, mi pare Il prigioniero di Azkaban – e un editore di libri per bambini in UK, David Sickling, aveva in progetto di lanciare una linea di fumetti per ragazzini tra gli 8 e i 13 anni e siccome conosceva alcune persone che lavoravano in altri dipartimenti per la realizzazione del film, attraverso loro ci ha invitati a un meeting per presentarci e parlare di questo progetto. Ci disse che cercava nuove idee per il libro e qualcuno che fosse pronto a discuterne, così ne ho parlato con Ben e gli ho chiesto se volesse scrivere qualcosa per il fumetto e poi io mi sarei occupato dei disegni, e lui disse di sì. Come sai lui è uno tra gli sceneggiatori migliori al mondo e dunque ci pensammo per un po’ e lui se ne uscì con: «Cosa te ne pare di Stonehenge?» e io dissi che sarebbe stato magnifico. Ci provammo e buttammo giù due pagine come canovaccio, che finirono direttamente nel libro, giusto con qualche modifica. Le presentammo a Dave e al suo coeditore, che approvarono l’idea.

Tu vieni dal mondo del cinema e questo lo si nota molto nelle tue illustrazioni. Quanto è stato difficile per te cimentarti nel mondo dei graphic novel?

Non è stato così difficile perché disegnavo già fumetti da ragazzino e ho iniziato nell’industria cinematografica come scenografo – ed è più o meno quello che un illustratore di graphic novels fa; devi disegnare molto velocemente e non hai la difficoltà della sola pagina, perché, in quel caso, disegni fotogramma per fotogramma, rappresentando la storia in bianco e nero.

Quali sono i tuoi modelli di riferimento nel mondo del fumetto e non?

Ce ne sono molti ma penso che i principali siano Katsuiro Otomo – perché ha un taglio così cinematografico nel modo in cui disegna ed è anche un grandioso sceneggiatore – e Moebius – perché ha qualcosa di unico, un senso di libertà, di grande maestria, la passione per il deserto e per l’esperienza mistica. Ci sono davvero tanti artisti grandiosi eppure così sottovalutati.

Il racconto si incentra intorno a Poika, alla sua tribù, quella dei Kansa e al suo passaggio dall’infanzia all’età adulta. Quanto è stato importante per te questo periodo della vita?

(Ride n.d.t.) È ancora in corso! Ho 54 anni ma sono ancora in fase di transizione. Essere un adulto è davvero difficile! Voi donne quando avete bamibini qualcosa scatta in voi e vi fa crescere, per noi uomini è diverso. Come nella tradizione delle tribù, la transizione all’età adulta è contrassegnata da un rito di iniziazione, è un momento rituale. Noi non abbiamo più qualcosa di simile ed è bello lavorare su un argomento simile da sceneggiatore; mi domando se non ci stiamo perdendo qualcosa a non avere più un momento simile, senza quel momento di iniziazione, quella cerimonia. Nella cultura ebraica esiste ancora, sotto forma di Bar Mitzvah, ma nulla di simile per il resto.

Quali sono le tecniche artistiche che prediligi e quali, invece, quelle che non hai mai usato e vorresti sperimentare?

Beh, lavorando nell’industria cinematografica per 20 anni, quando ho cominciato non c’erano computer. Insomma c’erano, ma non erano usati per disegnare. Quindi per tutti i film su cui ho lavorato, fino al primo Tomb Raider, non ho usato il digitale. Quando vidi i miei colleghi lavorare in digitale, capii che quello era il futuro, non si poteva tornare indietro e noi dovevamo necessariamente imboccare quella via se volevamo lavorare nel cinema, perché è un ottimo strumento. Il discorso non è tanto diverso per i fumetti, in cui gran parte degli artisti lavorano ancora con natural media, cioè con matite e pennarelli ed è una cosa meravigliosa. Il problema è che lavorando coi digital media si può in qualche modo degenerare: quella stessa disciplina rischia di farti diventare pigro, anche se si imparano tantissime cose e si aprono tante nuove strade per lavorare in maniera diversa. Oltre al cinema, ho provato anche a lavorare in 3D e con il modeling e mi sono abituato a lavorare in questo modo, il che si traduce nel fatto che sono diventato meno fluido in ciò che non prevede l’uso di computer, mi sono un po’ arrugginito e, considerando che la mia specializzazione era in pittura, spero che un giorno io possa tornare indietro alle tecniche tradizionali e riscoprirle.

Quali sono i tuoi progetti futuri? È prevista un’altra collaborazione con Ben Haggarty?

Ci piacerebbe moltissimo continuare a collaborare con almeno altri due libri sui Poika ma è difficile da dire perchè questo tipo di decisione è lasciata agli editori, non sta a noi. Fortunatamente ci sono anche altri progetti di cui io e Ben abbiamo parlato. Per quanto riguarda me, il cinema mi tiene occupato, sono al mio quarto Star Wars, ci sto lavorando da Star Wars Rogue One ed è stato un piacere lavorare sia nel reparto costumi che in quello artistico. Credo che per il futuro continuerò a lavorare su progetti come questo, e ci sono tante altre cose che bollono in pentola.

Intervista a cura di Giorgia Recchia.

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