Libri

Published on settembre 12th, 2018 | by Fabio D'Angelo

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La consonante K

La consonante K

Davide Morganti, La consonante K, Neri Pozza 2017.

“Per Bruno quello che intendeva fare Horst era una follia, i soldati gli avrebbero sparato ancor prima di saltare, senza avere nemmeno il tempo di crepare nella striscia della morte. 
«Almeno crepo in volo e non sulla terra» aveva risposto Horst.”

Non è un Paese per cefali buonisti

Mettiamola così: quello del cefalo recensore – buonista per manifesto e per vocazione – è diventato uno sporco lavoro, che qualcuno però deve pur fare.
Tanto più oggi che i buoni di cuore, di penna e di tastiera non se la passano per nulla bene. E con questo non voglio enfatizzare il ruolo del cefalo, credetemi, anche perché  non si lavora mica in miniera o in un’acciaieria, nessuno ti ha legato a una sedia e spalancato gli occhi come in Alex di Arancia Meccanica. È solo per dire che la decisione di comprare in libreria e poi leggere La consonante K di Davide Morganti, Neri Pozza edizioni, è del tutto volontaria. Un libro di 412 pagine, 414 per lo scrittore – ma i ringraziamenti sono come gli scudetti annullati alla Juventus, non si contano.

Consonante K

Lo dico subito: La consonante K è un libro capolavoro, complesso, articolato, con più nomi che Cent’anni di solitudine di Gabriel García Márquez. Che divora il lettore, che a sua volta divora le pagine del libro, i personaggi e le storie. Morganti non lascia in pace nessuno, mettendo in croce Gesù, i santi della rivoluzione d’ottobre e finanche il lettori, e raccontando come nessuno ha fatto prima le macerie della storia, quelle prodotte nel libro da tre crolli: il muro di Berlino, lo stadio Hyisel nella finale di Coppa dei Campioni tra Juventus e Liverpool e le Torri Gemelle. Una lotta, quella immaginata da Morganti, tra lettere K, tipo quella di Kossiga, che vede la K del kosmos precostituito soccombere e spazzata via dall’energia dirompente della K di Kaos che genera una portentosa onda d’urto che travolge tutto, spalanca i mausolei della Storia e catapulta il lettore in una realtà fluida, priva di punti di riferimento e di qualunque concetto di linearità spazio-temporale.

Il ritorno di Vladimir Lenin

Un Kaos che consente, tra le altre cose, la resurrezione di Vladimir Lenin, che esce dal mausoleo e si ritrova a vivere in una Mosca in cui lo spaccio di droga è gestito da un cane. E qui Morganti fa emergere e accentua un tratto insolito di Lenin, non quello di rivoluzionario ma di fine politologo di stampo democristiano. Un uomo in grado più che di immaginare una società più giusta e quindi di guidare le masse in funzione dei bisogni, di leggere e interpretare come un politico della DC di lungo pelo sullo stomaco la società in cui viviamo. Per cui Lenin di Morganti, senza bisogno di consultare i sondaggi o di andare a vedere gli esiti delle elezioni in Italia e negli Stati Uniti, fiuta il vento del cambiamento e abdica all’idea di rivoluzione per una più facile carriera nella criminalità,  prima come buttafuori e poi come mafioso. Infine cercherà fortuna oltreoceano come wrestler.

Biografia della massa

Il libro ruota intorno a un numero enorme di storie, in cui un sadico Morganti, capitolo dopo capitolo, si diverte a sballottare il povero lettore tra sorprendenti avventure ambientate tra gli anni cinquanta e i duemila, spostandosi con la disinvoltura di Mastella in parlamento dall’Est Europa, fino agli Stati Uniti e il Messico. Chi legge avverte forte un senso di precarietà, quello di un mondo che vive la fine delle ideologie e cerca di fabbricarne altre. Come la coppia di fanatici che vuole fondare una nuova religione e per farlo si avvale della consulenza gratuita del demonio, che a sua volta cerca di impedire la resurrezione di Cristo, custodendo il corpo  in un bagaglio di una macchina.


“Lo tirò fuori dall’auto reggendolo a stento sulle braccia, coperto dalla notte urlò forte. Si sentiva angosciato senza ragione, non capiva a cosa appartenesse quel dolore, non gli era padre, non gli era madre, né era colpevole della sua fine. Rimase con Gesù in braccio per una decina di minuti, poi lo adagiò meglio nel vano, gli fece assumere una posizione più dolce, in qualche modo voleva rendere meno evidente la sua debolezza e meno dura la morte nella quale era rimasto incastrato. Era pur sempre il Cristo. Scostò i capelli dai suoi occhi chiusi. La mandibola era scivolata in basso, scoprendo i denti lunghi. Che se ne occupi il caso, adesso, sperando non si comporti come un cane randagio. Ebbe timore che gli animali del deserto potessero fare strazio del corpo, allora chiuse il portellone. La separazione lo addolorava, ma non sarebbe tornato indietro. Il diavolo abbandonò le chiavi nel cruscotto e prese una strada qualsiasi. Cercava un paesino di negozi ancora illuminati dai neon e con un piccolo supermercato sulla strada principale; voleva qualcosa di squallido e senza storia, dove per decenni mai nulla fosse accaduto, tranne la vita e la morte”.

Ma in questa riscrittura grottesca della storia non possono non essere citati, ad esempio, la vicenda del lavorante ebreo perseguitato da continue apparizioni della Madonna. Quella del teorico negazionista che perde la vista e la ritrova solo davanti alla televisione. O l’episodio in cui chi scrive ha provato una fortissima empatia, non fosse per il fatto che potrebbe essere preso come esempio della propria vita spiegata bene.  La vicenda in questione è quella di un ragazzo che si chiama Horst e nel libro passa il tempo ad allenarsi a saltare il muro. Quando finalmente si decide, il muro cade.

“Horst Horn, nato a Berlino il 9 novembre 1942 alle ore 10:02 da Heinz e Ulrike Benn, primo di tre fratelli due dei quali morti durante un bombardamento aereo nella seconda guerra mondiale, uscì all’imbrunire con l’asta in mano, senza timore che la polizia lo arrestasse. Nessuno fece caso a quel tizio con l’asta in assetto di gara. Arrivò di corsa in Alexanderplatz, pronto a saltare. Era dall’ottobre 1972 che aspettava quel giorno, a questo aveva pensato negli ultimi diciassette anni. Una folla di giovani festanti gli si parò di fronte. Le guardie, invece di sparare, guardavano sconcertate. Horst fu spinto, quasi buttato a terra, dalla calca che cresceva ogni minuto di più. Stavano smantellando il muro, il suo muro. Si morse le labbra per non piangere. Il sogno si stava spezzando sotto le mani di pacifisti, rockettari, rasta, fascisti, dementi cresciuti oltrecortina senza sapere nulla. L’asta gli cadde dalle mani e migliaia di piedi la calpestarono fino a quando un rumore di ossa rotte gli perforò il timpano.”

Quando i muri cadono, iniziano i disordini.

Davide Morganti in La consonante K, grazie alla sua prosa scorrevole, al suo essere libero e dissacrante, a un’immaginazione fuori dal comune e un crescendo rossiniano di microstorie avventurose e mirabolanti, interpreta magistralmente le degenerazioni, le distorsioni della Storia e lo spaesamento dei nostri tempi. Lo fa sbeffeggiando e dissacrando quella che è la fatica di vivere in un tempo sbandato, per dirla alla Fossati, ossia la difficoltà a rapportarsi con i tempi di un’umanità che guarda sempre con maggiore nostalgia al passato e si commuove davanti ai crolli e alla vista delle macerie.

“Bruno andò a vedere ciò che restava del muro, ormai ridotto a monumento per le macchine fotografiche dei turisti. Ripensò a Horst: lo immaginò sollevarsi in aria, portato su da una lunga pertica, prima che ad abbatterlo fosse un cecchino. Di lato c’era un signore alto e magrissimo, pochi capelli, sui cinquantacinque anni, la faccia scavata e nervosa. Pareva fissare il muro con sofferenza cupa. Il vento era appena appena percettibile. Con un lento giro del collo, lo sconosciuto borbottò: «Quando i muri cadono, iniziano i disordini.»”

Fabio D’Angelo

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è una persona semplice: ama la pasta e patate con la provola, la pizza, il sole, il mandolino e la SSC Napoli 1926. Alla domanda “Progetti per il futuro?”, generalmente risponde: non sottovalutare le conseguenze di una parmigiana di melanzane.



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