Film sulla mia pelle

Published on settembre 17th, 2018 | by Fabio D'Angelo

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Sulla mia pelle

Regia: Alessio Cremonini
Genere: drammatico
Durata: 100 min
Cast: Alessandro Borghi, Max Tortora, Jasmine Trinca, Milvia Marigliano
Casa di produzione: Cinemaundici, Lucky Red
Distribuzione: Netflix, Lucky Red
Uscita nelle sale: 12 settembre 2018

“Caro Stefano. Facciamo schifo al ministro dell’Interno. Ora chi ci offendeva in modo becero e greve è diventato deputato ma è rimasto segretario del sindacato di Polizia Sap. Si nascondono dietro immunità e ruoli ma sai cosa penso?
Penso che dobbiamo portare rispetto per le Istituzioni che rappresentano. Li affronteremo a viso aperto, Stefano. Parleremo con loro. Ora rappresentano lo Stato perché così si è voluto.  Li inviteremo a un pubblico dibattito che sicuramente non accetteranno mai.”
Ilaria Cucchi

Quando uno guarda su Netflix, che ne so, una serie, un film, un documentario, ha sempre questo timore di parlarne in giro per il cosiddetto rischio di spoilerare qualcosa. Sulla mia pelle, il film di Alessio Cremonini con Alessandro Borghi e Jasmine Trinca, uscito il 12 settembre su Netflix e che in questi giorni potrà essere visto sia al cinema che in rete, in questo senso va in controtendenza. Non solo per il fatto che parla di una vicenda nota ai più, ma soprattutto perché alla fine del film lo spettatore sentirà forte il bisogno di parlarne con chiunque: con chi ha sempre mostrato empatia per le sofferenze di Stefano e della famiglia, con chi ha sempre mostrato disprezzo verso Ilaria Cucchi, con chi non si è mai espresso e soprattutto con chi ha sempre mostrato disinteresse per qualunque vicenda di cronaca e scoprirà solo ora, grazie all’effetto Netflix, il nome di Stefano Cucchi. A queste persona dovrà essere spiegato che Sulla mia pelle si basa su un fatto realmente accaduto che racconta gli ultimi giorni di vita di Stefano, un geometra di appena trentuno anni che come molti conviveva con le sue fragilità e i suoi errori, ma questi (vedi alla voce Giovanardi) non possono mai servire come alibi per giustificare quella discesa inesorabile in un abisso fatto di stanze, celle, corridoi, lettini di ospedale. Che se ci penso mi sale su ancora una claustrofobia enorme. E non vi dico poi cosa diventa questa senso di oppressione quando nel film beccherete quel volto e quegli occhi tumefatti che ti fissano. Lo sguardo di un ragazzo che è diventato suo malgrado un Cristo moderno, una sindone, una maschera di dolore tipo urlo di Munch che proprio con quegli occhi tumefatti grida tutto l’orrore del mondo e una verità, l’unica possibile. Che tutto ciò è orribile.
La verità è che Stefano incominciò a morire la prima notte in cui venne fermato a Roma nel 2009 dai carabinieri con l’accusa di detenzione e spaccio. Quella notte Stefano passò una prima volta in caserma, poi fu portato a casa dai suoi, poi di nuovo in caserma. Qui i carabinieri fanno entrare Stefano in una stanza e chiudono la porta. Il regista fa lo stesso e lascia fuori lo spettatore – uno dei pochi momenti del film, forse l’unico. Quando Stefano riappare ha il volto tumefatto e due vertebre incrinate. Così sarà portato di fronte a un giudice, poi in galera e infine in ospedale.

sulla mia pelle
In questi passaggi lo spettatore segue attraverso una camera Stefano in tutti i suoi spostamenti, senza discostarsi quasi mai da quegli occhi e da quel volto. Alessio Cremonini mostra così, passo dopo passo, il declino fisico di Stefano. E quello che  provoca nello spettatore inerme è uno strazio enorme: Cucchi morì pesando appena 37 chili e la trasformazione fisica di Alessandro Borghi è impressionante. Ma ad accentuarne la percezione di sofferenza fisica è quel tono di voce che diventa giorno dopo giorno sempre più affaticato e dimesso.

sulla mia pelle

Stefano si spegne dopo sei giorni di atroci sofferenze. Solo. Muore per le botte ricevute in caserma e per l’indifferenza del personale penitenziario e medico. Ce lo dicono i segni lasciati sul suo corpo mal curato. Che diventa il corpo del reato, come  il titolo del libro inchiesta di Carlo Bonini. Cucchi era “un tossico di merda” per i carabinieri che lo massacrarono. Era un tossico di merda anche per gli altri, e i tossici, si sa, fanno sempre una brutta fine.

«Rideva mentre mi raccontava i dettagli di quella sera, mi diceva che si erano divertiti a picchiare, e quando provai a dire che mi faceva schifo, lui mi rispose: “Chillo è solo ’nu drugato ’e merda”». (parole attribuite a uno dei carabinieri indagati dalla moglie)

sulla mia pelle
Sulla mia pelle
è un cazzotto nello stomaco, che lacera. Alla fine della pellicola lo spettatore ha la chiara percezione del valore simbolico del martirio di Stefano Cucchi, che è ormai storia collettiva di un Paese. Perché come scrive Carlo Bonini, ci sono vicende che spiegano meglio di qualunque altra cosa il periodo storico che stiamo vivendo. E poi c’è quel qualcosa, un sentimento, che lega come un lungo filo rosso, la scuola Diaz, le torture della caserma Bolzaneto, la cella zero di Poggioreale, il caso Aldrovandi con la storia di Stefano Cucchi. Un sentimento che rende una persona, un gruppo di persone, una categoria sociale talmente indegni che gli atti conseguenti sono commisurati a quell’impulso. Si chiama disprezzo, ossia il sentimento che più di tutti dà la cifra di questo nostro tempo sbandato. E badate bene, il disprezzo non lascia nessuno al riparo. Nessuno può sentirsi immune, perché un giorno a ognuno di noi potrebbe capitare di essere Stefano Cucchi.

Capisco il dolore di una sorella che ha perso il fratello, ma quel post mi fa schifo. […] La sorella di Cucchi si dovrebbe vergognare, per quanto mi riguarda”. Matteo Salvini, ospite de La Zanzara (Radio24)

Fabio D’Angelo

 

 

 

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è una persona semplice: ama la pasta e patate con la provola, la pizza, il sole, il mandolino e la SSC Napoli 1926. Alla domanda “Progetti per il futuro?”, generalmente risponde: non sottovalutare le conseguenze di una parmigiana di melanzane.



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