Recensioni

Published on ottobre 10th, 2018 | by Noemi Borghese

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Maniac

 Ideatore: Cary Fukanaga

Genere: Drama, comedy, sci-fi

Durata: ’27-’45 (a episodio)

Lingua originale: inglese

Stagioni: 1

Episodi: 10 puntate

Cast: Emma Stone, Jonah Hill, Justin Theroux, Sonoya Mizuno, Sally Field

Distribuzione: Netflix

Prima Tv: 21 Settembre 2018

Prima di parlare di Maniac, vorrei fare una premessa: questa serie sta raccogliendo da un lato consensi estremi e dall’altro bocciature cariche di scetticismo. Difficilmente si trova qualcuno che dica “una serie discreta”, tutte le persone con cui mi sono confrontata ne sono o totalmente conquistate o estremamente deluse.

Il motivo c’è, e credo dipenda da un unico grande punto: non si capisce bene quale sia il genere di riferimento. Drama? Non del tutto. Fantascienza? Eh… Comedy? Nope. Da oggi, e nei prossimi mesi, consiglio a tutti di monitorare le sfornate dei vostri distributori di serie di fiducia, perché potrebbe essere in arrivo un nuovo genere: il Dra-me-fi.

Maniac

My head doesn’t work right. I thought maybe these people, could fix me. Sounds stupid.

Non è un caso se dopo avervi sparato la bomba Dra-me-fi vi siete trovati con la consueta interruzione del testo giustificata da immagine + didascalia, avevo il dovere di lasciarvi metabolizzare la parola. Dra-me-fi, d r a m e f i: ripetetela qualche volta in mente e pensateci bene, soprattutto quelli che hanno già visto Maniac. È pressoché innegabile che sia IL genere di cui tutti noi sentivamo la mancanza.
Faccio un passetto indietro e introduco la serie così ci capiamo tutti: Maniac è uscita poche settimane fa su Netflix, prodotta e distribuita quindi dal mainstream-non-mainstream per eccellenza. Il bingewatching ormai è più di moda dei tatuaggi tribali degli anni 2000, ed è merito della N rossa.

Ideatore e creatore della serie è Cary Fukanaga, che praticamente è il genio dietro la prima stagione di True detective, vale a dire l’unica stagione degna di nota del fu gioiellino di Nic Pizzolatto. Il vero eroe dei seriofili amanti dell’onirico, per capirci.
Il mix di motivi per cui oggi vi parlo di Maniac è molto semplice da spiegare, e non ne farò alcun mistero: è una miniserie, scorre giù come l’ultimo cicchetto prima di andare a casa, è complessa ma divertente, introspettiva e pop, buia ma colorata. È arrivato l’autunno e torna il binge, e Maniac è la serie perfetta per trascorrere un po’ di tempo da soli, ma anche in coppia, specie se fuori piove e ci sentiamo un po’ così che non so di cosa ho voglia, guardiamo qualcosa. Quanto siamo prevedibili?

Maniac

Everytime I separate them, they just find their way back together.

La trama è piuttosto semplice, anche se attraversiamo tre scenari diversi:

le vite dei due protagonisti Owen e Annie, entrambi scossi, in cerca di aiuto, di sostegno e di un contatto.
I viaggi
che intraprendono quando si sottopongono a una cura-sperimentazione, il cui esito non è mai quello previsto;
infine lo scenario del laboratorio, del grande cervello Gertie, un computer che ha il compito di controllare e gestire i trattamenti delle persone che vi si sottopongono: Gertie però ha un lato umano potente e invadente, che diventa un ostacolo.
I responsabili delle attività di Gertie, l’esilarante e contraddittorio dottor Mantleray, e la creatrice di Gertie, la dottoressa Fujita – a true living meme – costruiscono il lato comico della trama di Maniac.

Maniac

Once you begin to appreciate the, structure of the mind, there’s no reason anything about us can’t be changed. Pain can be destroyed. The mind can be solved.

Una serie che sottolinea le contraddizioni della psicoanalisi, lo scetticismo cavalcante nei confronti della scienza tipico della società post moderna – un futuro distopico inzuppato negli anni ’80 – che strizza l’occhio a metà della produzione fantascientifica – da Dick a Lynch – e pop – da Coen a Monty Python – e trascina quella che poteva essere raccontata come una storia d’amore contorta e turbolenta in un universo di contraddizioni e parodie.

Perché alla fine Maniac è anche una storia d’amore, è il racconto di due persone sole che si guardano dentro e riescono sempre, sul piano microscopico, a tenere un contatto.
Il motivo per cui secondo me da oggi dobbiamo parlare di Dra-me-fi è nella genesi del termine: il genere drama, però ravvivato da ironia e parodie delle certezze di un’età moderna che ci siamo ampiamente lasciati alle spalle; tutto questo infilato in una realtà inesistente, parallela, che non ci angosci troppo – mica è Black Mirror – ma che è a pochi centimetri da noi perché racconta storie, umane, sballottate e disturbate dall’incubo della degenerazione dell’intelligenza artificiale che turba il sonno e le menti dei padri della fiction da decenni.

Direi che si è capito che a me la serie è piaciuta, anche se c’è poco cosmos. No?

Perché guardare Maniac?

Per Emma Stone, per l’ambientazione, perché so cosa significa andare in analisi, perché ogni storia d’amore è un viavai tra scenari fantastici, perché era ora che arrivasse il dra-me-fi.

Perché non guardare Maniac? 

Perché non mi piacciono i liet0 fine, perché dal caos non nasce niente, perché c’è ben poco cosmos per una serie che ammicca allo sci-fi, perché sono uno scettico sulla faccenda gender fluid e intendo restare coerente, perché Gertie non ha le tette.

Noemi Borghese

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Ho sbagliato tutto, fatemi scendere, voglio fare la ballerina!



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