I fratelli Michelangelo – Intervista a Vanni Santoni
Cosa siamo poi, siamo quello che abbiamo fatto, quello che abbiamo letto, che abbiamo detto? Siamo quello che abbiamo ricevuto in eredità? Eredità di geni o di pratiche, o di modi di essere? Siamo la nostra educazione, siamo chi abbiamo amato, chi è che diceva quest’altra stronzata.
Scrittore poliedrico e immaginifico, Vanni Santoni (Montevarchi, classe 1978) è noto per i suoi “saggi narrativi” Muro di casse e La stanza profonda (incluso nella dozzina del Premio Strega 2017) che affrontano il tema delle sub-culture rave e dei giochi di ruolo, nonché per i suoi romanzi fantastici, da L’impero del sogno alla saga di Terra ignota. Stavolta i cefali l’hanno incontrato in occasione de I fratelli Michelangelo, romanzo realistico improntato su uno dei cardini della letteratura italiana: la famiglia e il rapporto con il padre. Ma lasciamo la parola all’autore…
I fratelli Michelangelo traccia la vicenda di ben quattro personaggi, fratelli nati da madri diverse (adombrandone un quinto, il padre) per altrettanti “romanzi nel romanzo”: dall’educazione sentimentale a quella artistica, dall’avventura picaresca all’ascesi mistica. In quale delle parti in cui è diviso il testo hai incontrato più difficoltà e quale invece ti sei divertito di più a scrivere?
Buondì. Dunque, il grosso delle quattro parti dedicate ai quattro fratelli è stato scritto nell’ordine in cui si trovano nel libro, sebbene lo stesso non si possa dire delle rifiniture. Enrico è nato per primo; era, se vogliamo, il personaggio più vicino a figure con cui avevo già lavorato, avrebbe potuto essere un personaggio di Se fossi fuoco arderei Firenze, e alcuni dei personaggi che gli girano attorno, come Yari o Lupetto, non avrebbero sfigurato come comprimari degli Interessi in comune. Mentre lo scrivevo, ho abbozzato Louis: covavo da più di dieci anni una serie di esperienze indiane, sia sul piano imprenditoriale che di quello dell’incontro con asceti veri o presunti, che urlavano letteralmente di essere usate in un romanzo; tuttavia dopo averne scritto metà, e quando Enrico era pressoché compiuto, ho interrotto, probabilmente perché dovevo mettere meglio a fuoco la diade Louis-Carletto. Avevo in mente i “buddy movies”, e quelli c’erano, ma mancava ancora qualcosa – probabilmente la lettura di Bouvard&Pécuchet, che è stata poi determinante per chiudere quella parte. Così sono passato a Cristiana, l’ho imbastita via via che scoprivo che la mia conoscenza, che reputavo buona, dell’arte contemporanea e dei suoi meccanismi, si rivelava insufficiente, e quindi mi documentavo, leggendo molto e frequentando direttamente, grazie ad amici che ci lavorano, gli ambienti più interni di quel mondo. Anche lì mi sono fermato a mezzo, per ragioni differenti da quelle di Louis. Essendo la “parte di Cristiana” strutturata su quattro piani temporali montati a scatola cinese, sapevo che per ultimarla avrei dovuto fare un lavoro molto tecnico di scomposizioni e ricomposizioni e avevo paura che se mi fossi messo seriamente su quello avrei interrotto l’afflato narrativo, così sono passato a Rudra, e siccome nel frattempo aveva cominciato a manifestarsi in controluce la figura del patriarca Antonio Michelangelo, ho cominciato a giocare a fargli interpretare delle scene, tutta roba che non ho usato ma che è servita a mettere a fuoco il personaggio, oltre che capire cosa sarebbe successo negli intermezzi che si svolgono sul piano presente e nel finale. A quel punto ho immaginato tutto lo scheletro della “parte di Rudra”, per lo più attraverso bozzetti minimi e schemi realizzati a mano, ma non sono entrato nella “vera scrittura” delle scene perché sapevo che richiedevano non solo un’immedesimazione diversa ma anche la lettura esclusiva, durante la stesura, di determinati testi – tutto quel campo “sapienziale” a cui la sua parte fa riferimento costante pur nella prosaicità degli eventi. Ho quindi ricominciato, rivedendo l’inizio e sviluppando gli intermezzi e una prima bozza di finale, e da lì, effettuate le letture necessarie ho, nell’ordine, chiuso Louis, chiuso gli intermezzi, chiuso Cristiana (e direi che, sì, la parte più difficile da scrivere è stata la sua perché c’erano da rendere fruibili degli elementi prettamente saggistici senza perdere portata narrativa rispetto alle altre parti che non presentavano tale ibridazione), portato avanti il finale, chiuso Rudra, riscritto l’inizio e l’intermezzo centrale – quello dal punto di vista di Antonio Michelangelo – e infine, trovata la sua voce esatta, messo a punto il finale. Questo naturalmente per quanto riguarda la prima bozza completa del libro, poi ci sono stati svariati altri passaggi di aggiustamento, aggiunte, modifiche e tagli – soprattutto tagli.
Attraverso l’uso del flashback, l’incontro tra i fratelli nella villa avita tra i boschi di Vallombrosa si dipana nel tempo e nello spazio. Dall’India a Israele, da Parigi a Berlino, il romanzo coniuga la “tua” Toscana con orizzonti globali. Quanto conta per un narratore di questo millennio il rapporto e il confronto tra le proprie origini e un mondo in cui i confini si fanno sempre più labili?
Per me questo rapporto tra dimensione globale e dimensione locale era il motore iniziale del libro, quando ancora neanche sapevo dove sarebbe andato a parare. Pensavo, e penso, che un romanzo che voglia avere, oggi, una certa portata, non potesse che essere transnazionale. Sono partito da lì, poi si sono formati i due “movimenti”, centrifugo sul piano presente e centripeto sul piano del passato e dei ricordi, dei quattro fratelli protagonisti rispetto all’Italia e alla Toscana.
Veniamo adesso alla dimensione temporale. Il tuo romanzo precedente L’impero del sogno era ambientato negli anni ’90, I fratelli si incontrano nel 2007. Qual è il rapporto tra il tempo e le tue narrazioni?
Anche nei romanzi di pura fiction io tendo a partire dall’elaborazione, se non di fatti, di contesti che ho vissuto personalmente, e in genere prima che qualcosa sia digerito e utilizzabile ci metto una decina di anni. Muro di casse e La stanza profonda partivano rispettivamente dagli anni ’90 e dagli anni ’80 fino a chiudersi entrambi negli anni zero, così mi è venuto naturale L’impero del sogno che è comunque un caso particolare: la sua funzione era quella di riunire il cespite fantastico della mia produzione, costituito dai due Terra ignota, a tutto il resto, e in particolare a Gli interessi in comune, e per fare ciò non poteva che essere ambientato negli anni ’90, scelta peraltro resa necessaria anche dagli immaginarî che stanno dietro a quel romanzo.
Se dovessi scrivere un romanzo ambientato nel 2030, di cosa parlerebbe?
Non mi piacciono molto le distopie e l’impressione è che, come mi disse William Gibson in un’intervista, siano la più attuale e aderente forma di realismo. Forse proprio per questo sarebbe interessante se qualcuno scrivesse delle utopie, per cominciare a immaginare futuri non catastrofici. Da subito, magari.
Come accade spesso nella tua produzione, questo romanzo è caratterizzato da un fortissimo pluristilismo, che si riverbera nelle tecniche narrative, come il flusso di coscienza, fino ai collage di immagini, font e segni delle origini più disparate. Quanto pensi sia necessario, per costruire un romanzo-mondo come questo, una varietà così poliedrica di strumenti e voci?
Penso che sia cruciale, tant’è che l’ho fatto. Il modernismo e il postmodernismo ci hanno del resto lasciato una serie di strumenti che il romanziere contemporaneo che covi una qualche reale ambizione letteraria deve saper utilizzare.
Nelle tue opere in genere, e questo romanzo mi sembra confermarlo, accade il felice incontro tra due poli in continuo dialogo: da un lato il canone letterario occidentale (e qui basterebbe pensare al Dostoevskij che riecheggia nel titolo) e la letteratura (ma anche la filosofia e la mistica) orientale, con un occhio particolare alla sapienza indiana e di matrice induista. Quanto sono importanti questi due aspetti nella tua produzione e nella tua poetica?
Dato che da qualche libro inizio ad avere un barlume di consapevolezza di quel che sto facendo mentre lo sto facendo, e non solo dopo (e grazie alle letture altrui), credo di poter dire che questa dialettica tra testi letterari e testi sacri, e tra arte e misticismo, sia in questo momento la mia ossessione centrale. Ora, da ragionamenti del genere si fa presto a prodursi in affermazioni pompose o esagerate, ma è oggettivo che, se cerchi di fare arte seriamente, stai cercando quello che Kandinskij chiamava “lo spirituale nell’arte” (e l’unico modo per beccarne qualche stilla è cercare di stare sempre in corpo a corpo coi giganti dell’arte che ti sei scelto), e se nello stesso periodo stai pure cercando di fare pratica mistica seriamente (in quest’ambito, la dimensione vedica è quella che mi è più cara perché più vasta e profonda, un campo in cui non si finisce mai di scoprire cose interamente nuove, ma non è l’unica su cui lavoro), le due cose vanno inevitabilmente in risonanza. Riguardando le cose a posteriori – ho appena riletto Gli interessi in comune per la riedizione che ne farà Laterza il prossimo ottobre – è da lì che ho cominciato un lavoro di avvicinamento che prima o poi mi dovrà portare a scrivere un romanzo, spero di grande portata (e quindi mi tremano le gambe), a tema trascendentale.
Uno dei fratelli protagonisti, Rudra, è laureato in biologia e molto accurate sono le descrizioni dei boschi intorno a Vallombrosa. Hai dovuto documentarti appositamente, oppure (come già traspare dai tuoi lavori precedenti) hai il pollice verde?
Proprio “pollice verde” non posso dirlo, dato che ormai da troppi anni non ho un giardino, ma, sì, quella per piante, funghi, insetti e aracnidi (per tacere dei miriapodi) è una passione d’infanzia che ogni tanto torna a galla e che ho rispolverato in modo ancora più deciso per questo romanzo.
Il personaggio di Antonio Michelangelo, il padre dei fratelli, emerge in controluce attraverso le vicende dei figli. Figura in chiaroscuro (come le acqueforti di cui è autore) a metà tra sfrenato vitalismo e tensione nichilistica. Da dove hai preso ispirazione per questo personaggio, che mi sembra squisitamente dostoevskiano, e qual è il suo rapporto con un’epoca (il ’900) di cui sembra essere una vera e propria incarnazione?
Da me stesso, se fossi nato nel 1930.
Nel personaggio di Cristiana Michelangelo, tracci la tua versione del “ritratto dell’artista da giovane”. Quali sono i parallelismi tra l’ambiente dell’arte contemporanea e quello letterario ed editoriale? Quali i consigli che daresti agli aspiranti artisti e autori?
Sicuramente la “parte di Cristiana”, oltre a permettermi di raccontare un mondo che mi è caro come quello dell’arte, funge anche da allegoria di alcuni processi propri di quel mondo come quello dell’editoria, con una differenza non poco rilevante: nell’arte girano cifre enormemente più grandi e le “agenzie di assegnazione di valore” sono molto meno diffuse e quindi tutto è molto più feroce ed esasperato. Se agli aspiranti autori pare si consigli di leggere proprio la parte di Cristiana onde cambiare mestiere, tutti i miei consigli agli aspiranti autori li ho raccolti qua, proprio per poter ogni volta rispondere in modo esaustivo con un solo link.
Pur essendo un romanzo di impianto realistico, ne I fratelli Michelangelo non dimentichi la lezione dei tuoi precedenti lavori fantastici, da L’impero del sogno al dittico di Terra ignota. La commistione tra momenti drammatici e comici (si pensi ai duetti Louis/Carletto che ho trovato davvero esilaranti) sembra suggerire che la letteratura consenta di accedere a un livello di maggiore lettura e comprensione della vita, e, d’altra parte, che la vita sia la materia primigenia di cui si nutre l’immaginario. Come si configura per te il rapporto tra realtà e immaginazione?
Anche nei Fratelli c’è qualche “scollatura”, quasi sempre quando è di scena Rudra, ma non ho voluto esagerare perché avendo un impianto di base fortemente realistico, il livello “Lynch occasionale” era il massimo che si poteva avere senza perdere in equilibrio tra le parti. Circa la domanda, non so, immagino – spero – che la mia risposta possa stare nel dittico La stanza profonda / L’impero del sogno, tra i motivi per cui li ho scritti c’era la volontàdi riflettere proprio su questo tema.
Intervista a cura di Giancarlo Marino






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