Libri l'anno che bartolo decise di morire

Published on Settembre 17th, 2019 | by Fabio D'Angelo

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L’anno che Bartolo decise di morire: quando l’empatia è un po’ disagio

L'anno che bartolo decise di morire

Valentina Di Cesare, L’anno che Bartolo decise di morire, Arkadia editore.

L’importanza di essere empatici

Quelli che vedi sono solo i miei vestiti adesso facci un giro e poi mi dici (Niccolò Fabi, Io sono l’altro)

Niccolò Fabi è uno dei massimi esperti mondiali di mettersi nei panni dell’altro, e qualche giorno fa,  presentando il singolo che anticipa il suo nuovo album – Io sono l’altro è una canzone che parla dell’importanza di vedere nelle persone che hai di fronte, non un nemico, ma un’altro te che indossa, in momenti diversi dell’esistenza, i tuoi stessi vestiti – finisce con il lanciarsi, visti i tempi, in una missione mica da poco: quella di trasformare l’empatia in un dovere etico imprescindibile da insegnare nelle scuole. Bene, perché il cantautore romano, potrebbe trovare in Bartolo, il protagonista del nuovo romanzo di Valentina Di Cesare, uno straordinario alleato.

Il potere del ritornello

L’anno che Bartolo decise di morire (Arkadia editore), è il titolo del suddetto libro di Valentina Di Cesare. È scritto sulla copertina, direte voi. Vero, ma quello che magari non sapete – solo perché magari non l’avete ancora letto – è che il titolo è anche l’incipit della maggior parte dei capitoli del romanzo. Valentina Di Cesare ne fa un uso disinvolto, quasi fosse un ritornello  martellante, di quelli capaci di abbattere ogni resistenza fino a entrarti maledettamente nella testa. Un po’ come i refrain delle canzoni estive o come il male oscuro – una specie di sveglia interiore, come l’avvertimento di un terremoto – che divora lentamente Bartolo.

La categoria degli empatici

Le statistiche sono una cosa orribile Bartolo mio, abominevoli. Quando ti fermi a leggerle con attenzione e raziocinio, quando sei lì che ti rendi conto che non si parla di mensole o asciugamani ma di una persona che conosci, alla quale eri legato, che vedevi ogni giorno, osservi quei dati con un terrore disorientato, vorresti fermarli e dire loro basta! Avvertirli che si stanno perdendo in un inutile delirio della ragione. Non puoi farlo però, sono solo pensieri inutili. Abbiamo bisogno di categorizzarle le cose, anche i dolori, è un obbligo rispetto alla piega che ha preso l’esistenza umana.

Per cui, se nell’anno in cui Bartolo decise di morire avessimo scelto di suddividere ogni cosa che ci passava a tiro in categorie, con buona probabilità, avremmo sistemato il protagonista di questo romanzo nella classe degli altruisti/empatici. L’avremmo fatto ben sapendo di peccare di approssimazione, visto che nella vita non esistono né le persone assolutamente egoiste e né gli altruisti doc, quelli che vanno in giro con tanto di tagliando di garanzia di generosità. Che d’altronde, ognuno deve affrontare le difficoltà, gli ostacoli e l’empatia può oscillare, nell’arco della vita di ognuno, come una quotazione in borsa.  Bartolo – un po’ come  Niccolò Fabi – rappresenta l’eccezione, nel senso che il suo livello di empatia è stabile e non è soggetto a nessun tipo di oscillazione di borsa. Anche per questo, il nostro può essere nominato a buon vedere custode dell’empatia del posto.

È l’uso eccessivo che se n’è fatto il primo guaio, perché ormai tutti ce l’hanno e ne reclamano il possesso, tutti ce l’hanno in bocca, e allora per esempio, dicono bontà come direbbero tavolo, caldaia, asciugamani, ma non capiscono di sbagliare, che una parola del genere andrebbe misurata, che non è un oggetto, un arnese riutilizzabile al posto di un altro.

Lucio

Nell’anno che Bartolo decise di morire,  la comunità è sconvolta da un evento: la fabbrica chiude e il fallimento finisce per travolgere Lucio, il miglior amico del protagonista, che in breve tempo perde lavoro e famiglia.
Bartolo legge negli occhi del compagno il disagio e in qualità di custode dell’empatia del posto, richiama a raccolta gli amici per lanciare l’allarme: Lucio ha bisogno di aiuto.

Forse, pensò tra sé Bartolo, il dolore che Lucio si portava dentro era di queste fattezze perché non parlava più, era un oggetto arrugginito in fondo a una pozzanghera, senza nemmeno un graffio, ricoperto dal fango e dai riflessi di luce. Con quel dolore Lucio doveva aver fatto un lungo patto e chissà da quanto tempo, perché era riuscito a coprirlo così bene che faceva fatica talvolta a ricordarne il nascondiglio.

Bartolo e l’indifferenza

Ed è per colpa di questa richiesta di aiuto fatta per l’amico Lucio, che l’anno in cui decise di morire coincise anche con la scoperta per Bartolo di quanto le relazioni umane possano rivelarsi precarie e imperfette e di come le persone possano essere volutamente colpevoli e indifferenti. Un universo inaridito che travolge e infetta anche Giovanni, Roberto, Renzo e Vito, gli amici di sempre. Capaci per indolenza e cinismo di tradire l’etica dell’amicizia, fino al punto di disimpegnarsi e gettare con crudeltà Lucio in pasto alla solitudine e alla calunnia.

Cambiare è un po’ morire

Succede tutto in un istante invisibile, senza che nessuno dica niente. Certi angoli della vita cambiano forma e aspetto, come accade alle tartarughe che rinnovano il carapace.

Per questo e non solo, quello di Valentina Di Cesare può essere considerato uno straordinario libro sull’insegnare cose.
Nel corso dell’anno lungo centosei pagine in cui Bartolo decise di morire, il lettore impara grazie al protagonista del romanzo cose molto importanti. Comprende, ad esempio, che se una cosa si vuole che si sappia, bisogna dirla. A rispettare se stessi e, forse grazie anche agli sproloqui del maestro Nino, a guardare le cose con il giusto distacco. E poi che ognuno di noi ha il potere di fare delle scelte – piccole o grandi che siano – che possono rompere l’inerzia e modificare il corso delle cose.  Ma in quest’anno passato insieme, la regola più importante che il lettore apprende grazie a Bartolo è la seguente: cambiare è un po’ morire, perché la persona che eri prima non esiste più.

Fabio D’Angelo

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è una persona semplice: ama la pasta e patate con la provola, la pizza, il sole, il mandolino e la SSC Napoli 1926. Alla domanda “Progetti per il futuro?”, generalmente risponde: non sottovalutare le conseguenze di una parmigiana di melanzane.



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