Tutti i soldi di Almudena Gomez
Per qualche tempo nessuno aveva saputo la verità, e la verità è quella cosa che tutti vogliono sapere ma che pochi riescono a dire, perché dirla significa, il più delle volte, restare soli.
Avete presente quelle storie che scorrono lineari dalla prima all’ultima pagina, con la giusta combinazione di sequenze narrative, descrittive, riflessive… con i dialoghi misurati e i tempi giusti e una scrittura chiara e limpida, che vi accompagnano con leggerezza in un momento di pausa? Sì, quei libri che leggete e poi riponete sullo scaffale in assoluta tranquillità, pensando poi di proseguire la giornata secondo i programmi e gli impegni prestabiliti… quelle letture “semplici” e “piacevoli”, che potreste suggerire anche all’amico che legge poco. Tutti i soldi di Almudena Gomez, l’ultimo nato in casa Polidoro, dato alla luce dalla penna di Valentina Di Cesare, non rientra in questo genere di libri. L’autrice – che ha all’attivo i romanzi Marta la sarta (Tabula Fati, 2014), L’anno che Bartolo decise di morire (Arkadia, 2019) e il racconto lungo Le strane combinazioni che fa il tempo (Urban Apnea, 2018) – ci offre un libro assai godibile, di grande fluidità narrativa, che potreste sì consigliare all’amico più pigro senza pensarci su, ma, se avete intenzione di leggerlo – e probabilmente l’intenzione è giusta – preparatevi a immergervi in una storia densa di significati e assai stimolante per l’esercizio di umanità che richiede. E preparatevi a incontrare personaggi che, con un filo di voce o addirittura attraverso il silenzio, verranno giù dallo scaffale dove avrete conservato il volume e vi terranno compagnia ancora un po’: si insinueranno tra le azioni quotidiane, nei momenti di pausa, o proprio mentre vi dirigete al lavoro, nel mezzo pubblico affollato di professionisti e di studenti, e di lavoratori che prima non avevate notato o che forse non avevate riconosciuto. “Prima” di incontrare Almudena.
Perché Almudena, che in Italia ci è arrivata per lavorare e sostenere la sua famiglia adottiva in Ecuador, è una donna come tante, che faticano sodo per accumulare soldi che invieranno a persone lontane, della cui compagnia non possono godere, in una condizione di sospensione della vita stessa, che si consuma sul filo della distanza tra luoghi – nessuno dei quali potranno vivere appieno – nella speranza di un ritorno e nella consapevolezza dell’impossibilità di tornare. Almudena, nei suoi primi anni in Italia, ha espresso la propria operosità in lavori saltuari, fino a quando ha conosciuto la signora Ivetta Cols, anziana vedova, nobile e benestante, con la quale è riuscita a instaurare, nell’arco di quindici anni, un legame affettivo di stima, confidenza e fiducia, utile come “guida” alla giovane donna ecuadoriana, e di conforto alla stessa signora, che soffre per la mancanza di affetto – che probabilmente lei stessa ha mancato di nutrire – dei due figli pressoché assenti. La vicenda inizia con la morte della signora Cols, che ha incluso la colf nel suo testamento, e con una denuncia che i figli della signora indirizzano alla stessa Almudena, accusata di falsificazione e manomissione di testamento olografo. Nello stesso tempo, Almudena scopre una cospicua vincita al Gratta e Vinci – gioco cui l’aveva iniziata proprio Ivetta Cols – che potrebbe cambiare del tutto le sue abitudini di vita. Ma a cambiare la sua esistenza e la sua visione delle cose sono soprattutto i dettagli di una vita che la cara signora teneva nascosti, e che Almudena apprende soltanto dopo la sua morte. Così come riesce a penetrare il senso più profondo di alcune dichiarazioni e di tanti consigli che Ivetta le offriva: la voce della signora continua a farsi sentire e aleggia tra le pagine del libro, fino a intervallare le vicende narrate, fino a raggiungere il lettore, portandolo a riflessioni profonde sugli aspetti più diversi della vita e sulle dinamiche alla base delle relazioni umane. Quel filo di voce non si spezza, continua a tracciare una prospettiva definita e determinata da una verità, che è soltanto la verità della signora Cols, ma che spesso appare al lettore – e ad Almudena – come la più giusta possibile. Valentina Di Cesare narra una vicenda che si sviluppa a gradi e viene raccontata al lettore attraverso prospettive diverse, delineando verità multiple che rimbalzano da un personaggio all’altro e che offrono al lettore occhi sempre nuovi. Alla base della scrittura dell’autrice, utile all’economia del racconto e al suo messaggio più profondo, c’è un’idea democratica dei personaggi, che si muovono ciascuno con il proprio messaggio e con la propria verità, a ricordare che la verità è una questione di prospettiva, imprescindibile dalla considerazione dell’altro, soprattutto quando questo “altro” si incarna in un soggetto ai margini della società “che conta” e che però non riesce a vedere oltre il proprio naso. Valentina Di Cesare delinea con particolare attenzione quei personaggi silenziosi che gravitano intorno alle nostre vite, fondamentali alla realizzazione dei nostri progetti perché impegnate a curare i nostri cari più fragili quando questi diventano difficili da gestire o quando diventano per noi “un peso”.
Collaboratori che troppo spesso dimentichiamo e che, soprattutto, non consideriamo come persone: piccoli universi animati da sentimenti soffocati, eppure pronti ad adeguarsi alle nostre abitudini di vita, linguistiche, culturali… Un popolo di emigranti economici: badanti, portieri, colf, baby-sitter, e assistenti di diverso genere, costretti a lasciare i loro luoghi e i loro cari, a mettere in pausa la loro esistenza e costretti, purtroppo spesso, a subire i più gratuiti giudizi da parte di chi considera come “assoluta” la propria verità. Da un lato, oltre alla ecuadoriana Almudena, incontriamo la sua coinquilina, la capoverdiana Joana, con il fidanzato Colombo nato nel New Jersey, il cameriere filippino Jovito, il panettiere egiziano Moaz, la russa Olena (raccontata con una delicatezza unica!), il portiere pakistano Fuad, Edmundo e Dona Felipa in videochiamata con Almudena dall’altra parte del mondo: questi personaggi, con le loro voci vivaci e i loro accenti bizzarri, raccontano le invisibilità e le difficoltà legate all’emigrazione, e si fanno testimoni di un lavoro sommerso. Dall’altro “lato”, invece, troviamo i figli di Almudena, Alberta e Pier Giorgio, avari, viziati, rappresentanti di una serie di pregiudizi che si traducono nel chiacchiericcio borghese, sottofondo dei viaggi in metropolitana, e che sono tipici delle persone abituate a trattare con sufficienza tutti quelli che provengono da un altro Paese.
Tutti i soldi di Almudena Gomez è un romanzo ricco di tematiche, che si anima di forti contrasti – vecchiaia/giovinezza, ricchezza/povertà, vicino/lontano… – di errori e contraddizioni che non risparmiano nessuno. È la storia di un’amicizia autentica, che supera tutte le differenze immaginabili – e tra queste riesce a tracciare profonde somiglianze – e supera distanze importanti come la morte. È un romanzo dove a parlarci più forte di tutto è il silenzio, che svela e trasfigura allo stesso tempo: è attraverso il silenzio che conosciamo Almudena, e nel silenzio serpeggia, e poi viene allo scoperto, il desiderio di emancipazione delle due protagoniste principali, che trova poi espressione nella mania del gioco d’azzardo.
La verità è pura illusione e ogni racconto è un tentativo di racconto. La vita si percorre a passi incerti, e quando iniziamo a orientarci, d’un tratto, veniamo risucchiati nel nulla. Se di noi resta qualcosa, se qualcosa di noi avanza è già una trasfigurazione, qualcosa destinato a diventare sempre altro da sé e da noi, fino a scomparire del tutto. Ma le parole di chi ha significato molto per noi continuano a risuonare nella nostra mente, e ancor di più nel silenzio dell’assenza.
Lia Amen
Non ti fidare mai completamente di nessuno, in particolare quando si tratta di soldi. Recita, accertati di saperlo fare mi raccomando, e distaccati dal pensiero sciocco dell’essere te stessa perché non ha senso, Almudena cara. In mezzo agli uomini e alle donne solo il silenzio è la parola migliore. Fingi sempre di non aver capito quando qualcuno ti mente anche per una sciocchezza, quando chi ti parla è convinto di poterti imbastire la sua tela, tu stattene lì senza fiatare e incamera, ascolta, nulla è più forte del silenzio, è la migliore imboscata che tu possa fare a chiunque, l’unica e infallibile. Le parole, quelle vere, quelle che prendi dai tuoi fondali più lontani, se tanto ci tieni a dirle, usale per pregare chi ti manca, per chiedergli aiuto quando hai paura di non farcela, ma per il resto tieni tutto per te. Non sprecarti in confessioni o accuse, accumula, sequestra i discorsi degli altri e portateli dietro, non vi è mai stato un tempo adatto per chi parlava, figurati ora che parlano tutti!




