Lo Stato di famiglia di Alessandro Zannoni
Tra i piccoli privilegi della vita c’è quello di avere un amico libraio e una libreria di fiducia, dove rifugiarsi per poi uscire con in mano un romanzo, un saggio, una racconta, un autobiografia. Dico questo perché su consiglio del mio libraio di fiducia (di cui non farò il nome per una mera questione di privacy) una settimana fa ho acquistato Stato di Famiglia di Alessandro Zannoni (Arkadia Editore). Si tratta di una raccolta di racconti che ho divorato in meno di tre giorni e che ruota intorno alla cosiddetta violenza domestica, che comprende qualsiasi tipo di aggressione fatta da persone all’interno di un nucleo familiare. Esempio: gesti violenti tra coniugi, dei genitori verso i figli, dei figli verso i genitori o verso qualsiasi altra persona integrata nel nucleo familiare. Un fenomeno che travalica ogni sorta di confine culturale, sociale, politico, religioso e che Zannoni approfondisce in modo accurato in ogni aspetto. Lo fa seguendo a ritroso i carnefici, osservati nel libro come se fossero cavie, dal momento dell’omicidio all’istante in cui scatta nella mente della persona la scintilla che accende una rabbia irrazionale.
Femminicio
Attraverso Roberto, cavia numero due, Zannotti indaga il fenomeno complesso della violenza di genere, che ha dentro di sé qualcosa di estremo, brutale, irrazionale, ancestrale. Roberto è carabiniere e schiavo di un retaggio culturale antico che ancora fa resistenza e che si manifesta nel voler limitare la libertà della propria compagna/moglie/fidanzata. Questo retaggio scatena la violenza del maschio contro la femmina perché donna, in un contesto sociale che fa da detonatore: la famiglia. Quello di Roberto non è un caso marginale e isolato, perché come evidenziato nel rapporto “Questo non è amore 2019” pubblicato dalla Polizia di Stato, il femminicidio rappresenta il 38% degli omicidi commessi in Italia nel 2018. Un problema sociale di dimensioni enormi. Ma la realtà è comunque più complessa delle statistiche e Zanotti costringe il lettore a seguire Roberto a ritroso, dal gesto finale fino al punto di non ritorno, il momento in cui nella testa del marito ossessionato da un’illogica gelosia si materializza l’idea dell’omicidio come gesto liberatorio.
La sindrome di Medea
Lo stesso fa con Anna, la cavia numero uno, una donna travolta dalla depressione post parto, che vede impotente la sua vita affettiva sbriciolarsi. Attraverso Anna Zannoni esplora quindi il Complesso di Medea, ossia quel comportamento della madre volto a distruggere nel modo più drammatico e irreversibile il rapporto tra padre e figli.
Erika, Omar e Pietro Maso
“Volevo stupire a tutti i costi e così ho fatto qualcosa che gli altri non potranno mai fare, uccidere i miei genitori”, così disse Pietro Maso in un’intervista recente, ricordando quel 17 aprile del 1991, quando diciannovenne, decise di uccidere entrambi i genitori nella loro casa di Montecchia di Crosara (Verona). La sua vicenda sconvolse per la crudeltà e l’apparente mancanza di movente e ricorda quella di Lorenzo, la cavia numero 6, un “dandy di provincia” che come Maso finisce con l’uccidere i genitori per soldi e per la voglia di condurre una vita al di sopra delle sue possibilità.
La vicenda di Federica, cavia numero 5, ricorda invece il delitto di Novi Ligure e la storia dei fidanzatini Erika De Nardo e Omar. Un delitto atroce, che sconvolse per l’ efferatezza e per la freddezza degli assassini. Come per Federica, l’elemento scatenante della violenza furono i continui litigi tra madre e figlia legati allo scarso rendimento scolastico dell’adolescente, che finirono con l’alzare un muro di incomunicabilità tra l’adolescente e il genitore fino al blackout finale.
L’amore e la violenza
Stato di famiglia di Alessandro Zannoni è un libro potentissimo, che indaga la zona oscura e per farlo cerca l’elemento che genera la violenza e arma l’assassino. Il campo d’indagine è quello della famiglia, il luogo in cui si svolgono e si corrompono le relazioni. È qui che emerge una realtà tremenda, in cui vittime e carnefici sono accomunati da quest’incapacità di comprendere il pericolo che diventa negazione delle patologie psichiche. C’è questo pesantissimo senso di isolamento che diventa tratto comune in tutte le storie, fino a rappresentare la vera camera di compressione, lì dove il male cresce fino ad esplodere violento e incontrollato. Spesso si abusa del termine “necessario”. Non è questo il caso, per cui Stato di famiglia risulta una lettura sinceramente necessaria nella misura in cui può permettere al lettore di riconoscere se stesso in una delle cavie del libro e frenare i propri comportamenti un attimo prima che sia troppo tardi.
Fabio D’Angelo
Summary:




