Sto pensando di recensirla qui – I’m Thinking of ending Things
Titolo: Sto Pensando Di Finirla Qui (I’m Thinking Of Ending Things)
Anno: 2020
Regia: Charlie Kaufman
Fotografia: Lukasz Zal
Genere: Grottesco, Drammatico
Interpreti: Jesse Plemons, Jessie Buckley, Toni Collette, David Thewlis
Durata: 134 minuti
Distribuzione: Netflix
Charlie Kaufman è senza dubbio uno degli sceneggiatori più originali e interessanti della Hollywood del ventunesimo secolo. Il suo cinema è riconoscibile, iconico, cervellotico, mai banale, stratificato e filosofico.
A cinque anni di distanza dal suo ultimo film, Kaufman torna alla regia e si cimenta con la sceneggiatura, non originale, di Sto Pensando Di Finirla Qui, romanzo di Iain Reid pubblicato in Italia da Rizzoli.
Non ho letto il romanzo, non so in cosa differisce dal film, ma so di sicuro che il buon Charlie è riuscito a renderlo personale e a farlo suo, sia nell’estetica che nei contenuti. Sto Pensando Di Finirla Qui è Kaufman al 100%.
La trama, in teoria, è molto semplice. In un giorno nevoso, Lucy sta per essere portata dal suo ragazzo Jake (Jesse Plemons sempre più uguale a Philip Seymour Hoffman) nella fattoria dove vivono i suoi genitori per farglieli conoscere.
Capiremo da subito che di semplice c’è davvero poco: il viaggio è lungo e sembra non finisca mai, il tempo peggiora, la mente vaga e i pensieri diventano dubbi, riflessioni, addirittura poesie.
La destinazione sarà ancora più perturbante, perché nella fattoria dei genitori non ci sono animali (ma ci dovrebbero essere), i genitori di Jake sono strani, Jake è strano, Lucy è strana. All’interno della casa il tempo si ripiega su se stesso. Tutto è fermo e tutto si muove, cambiano i vestiti, i comportamenti, le identità future, passate e presenti si mescolano e la confusione vi prenderà alla gola senza mollarvi più.
Se David Lynch in molti dei suoi film abbraccia i concetti freudiani, Kaufman prova a destrutturarli e a confutarli esplicitamente. Jake è a disagio sia con sua madre, interpretata magistralmente da Toni Collette, che si dimostra sempre più all’altezza di ruoli complessi, sia con suo padre (David Thewlis) che sembra vivere in un mondo tutto suo. Lucy è spettatrice passiva delle dinamiche familiari: è ferma, angosciata, pronta alla fuga da questa realtà soffocante.

Mangia, a mamma…
Ci pensa Lukasz Zal, direttore della fotografia, ad accentuare il senso di claustrofobia con i suoi campi stretti e movimenti di macchina essenziali. Molte inquadrature sono simmetriche con colori funerei e architetture pesanti, che incastrano gli attori al centro dell’inquadratura in una staticità disarmante. Il montaggio, pieno di jump cut disordinati, che suggeriscono una “sottile” metafisicità della trama, dà movimento al film.
Nella seconda metà il film si stacca dalla dimensione reale. Kaufman ci regala recensioni di Una Moglie di Cassavetes e digressioni su David Foster Wallace, tre personaggi diversi ma profondamente legati. Il cinema kaufmaniano è infatti facilmente riconducibile al realismo isterico di Wallace: monologhi estenuanti, dolorosi, conditi da un’ironia grottesca. Dall’infanzia e dal rapporto coi genitori passiamo all’adolescenza e all’amore liceale, che si incarna nel musical Oklahoma!, fino ad arrivare alla chiusura del film.

Il gelato d’inverno non si scioglie mai
Il senso generale è abbastanza cristallino e verrà raccontato nella maniera più splendida e poetica possibile; tuttavia lo spettatore potrà speculare per mesi sui significati nascosti nei dettagli delle scene.
Sto Pensando Di Finirla Qui è un film incredibile e solido. È un film sul dubbio, sul non affrontare la propria vita fino in fondo, sul non detto e sul rimpianto. Si ha la sensazione che Charlie Kaufman abbia voluto giocare in casa, con emozioni che conosce bene e che ha già elaborato. Non si è messo in discussione come ne Il Ladro di Orchidee, non è spaventato come in Synecdoche, New York. Ne consegue un film equilibrato nel suo essere criptico e a volte cervellotico dove lo scrittore dà continuamente indizi e suggerimenti per la reale comprensione dell’opera.
Se non avete mai visto un film di Kaufman, quindi, questo potrebbe essere un buon punto di partenza.
Francesco Papadia



