Libri lacci

Published on Ottobre 9th, 2020 | by cefalo precario

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I Lacci di Domenico Starnone

Lacci

Domenico Starnone, Lacci, Supert ET

Si intitola Lacci il romanzo di Domenico Starnone, pubblicato da Einaudi nel 2014 e ristampato nel 2020 in versione economica. Vanda e Aldo vivono a Napoli e si sposano nel 1962, poco più che ventenni. Lei diventa “l’organizzatrice rigorosa della vita quotidiana”, lui ha un lavoro precario come assistente all’università. Negli anni che seguiranno nasceranno due figli, Sandro e Anna. Tutto sembra procedere per il meglio fino a quando, dopo dodici anni, qualcosa si rompe e Aldo va via di casa. A Roma trova la ventenne Lidia e la giovinezza che non aveva vissuto. Pensa di essere libero, eppure, i lacci hanno anche doppi nodi.

“Se te ne sei scordato, egregio signore, te lo ricordo io: sono tua moglie”. Questa frase apre il romanzo fatto di lettere, di pensieri e di conversazioni dei protagonisti. Ogni personaggio racconta il suo punto di vista e, per farlo, sembra scegliere la forma che meglio traduce il suo dramma familiare.

Non è facile slegare i lacci per i due protagonisti. Credono che si tratti di un gesto meccanico, che basti tirare solo un capo dei due fili per sciogliere il contatto. Eppure non è così. Ci si può ritrovare, infatti, in un nodo di rimorsi e sensi di colpa così forti da restarne incastrati. Soprattutto se, a tenere insieme il nodo, è solo un sentimento fatto di una paura codarda.

Vanda e Aldo si sono sposati più per una adolescenziale ricerca di indipendenza, che per amore. Lei tralascia le sue ambizioni per la realizzazione del marito, lui tralascia la moglie e i figli per la realizzazione del suo ego.

Fanno parte di una generazione nata a cavallo di un periodo storico in cui i vecchi stili di vita urtavano con il mondo che stava cambiando, e in questo cambiamento, si trovano totalmente disarmati.

Il matrimonio, per Aldo, diventa un peso, una vergogna, il retaggio di una cultura ancestrale. Il lor legame somiglia a un labirinto in cui i muri impediscono il contatto e le novità, sempre dietro l’angolo, fanno perdere l’orientamento e regalano l’illusione di aver trovato la libertà.

Vanda, inondata da un dolore nuovo, si consuma con troppe domande e cerca nella razionalità le risposte a dei sentimenti che, come i conti, non tornano. Alle spalle di questo reticolato di sentimenti senza via d’uscita non resta nessun filo rosso per tornare al punto di partenza ma solo due figli che si nutrono di un dolore non loro e che li devasterà.

I due protagonisti si rubano la vita a vicenda non confessandosi mai il loro reciproco disamore.  “Ora che sono vicina agli ottanta anni posso dire che della mia vita non mi piace niente”, confesserà Vanda al marito. Sembrano entrambi egoisti, in realtà sono reciprocamente sordi perché non ascoltare sembra loro una soluzione più semplice quando ci sentiamo dire cose che non corrispondono a ciò che vorremmo vivere. Lacci, senza alcun cinismo, narra il dolore che nasce dell’incomunicabilità dei sentimenti, dalla paura del salto verso l’ignoto che immobilizza il passo.

Starnone ci ricorda che allacciare i lacci è un gesto meccanico, tessere relazioni è un istinto empatico. Eppure, in entrambi i casi, si inciampa.

Chiara Arcone

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