Libri Giuseppe Misso

Published on Giugno 11th, 2025 | by Fabio D'Angelo

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Giuseppe Misso e Donnaregina: anatomia di un boss tra camorra e autofiction

Mettiamo subito le mani avanti: questo non è un articolo, non è un saggio, non è nemmeno un tributo postmoderno alla figura di un boss trasformato in romanziere come in una versione distorta e partenopea di American History X girata con mezzi di fortuna e sceneggiatura di gruppo. È piuttosto il tentativo disperato e probabilmente arrogante di mappare — a posteriori e a tentoni — di smontare e rimontare — tipo Lego — la figura di Giuseppe Misso, detto ’o Nasone, boss camorrista e scrittore, attraverso Napoli come superficie narrativa che precede il romanzo I leoni di marmo, ovvero la sua autofiction come autobiografia truccata con l’eye-liner della letteratura; Nostalgia di Ermanno Rea per spiegare l’amicizia tradita; il libro Donnaregina di Teresa Ciabatti, ovvero quando il boss incontra l’incertezza; il podcast La Tigre, ovvero un figlio (Salvatore Giuliano) che rompe la genealogia dell’inferno e, infine, di nuovo Napoli: come grammatica, come spettro, come archivio non richiesto. Tutto questo senza pretendere risposte. Solo per mettere le cose in fila, anche se tremano.

Anamnesi di un criminale che legge

Napoli. L’anno del freddo e della fame. Giuseppe Misso nasce ultimo di sette, cioè destinato all’irrilevanza affettiva secondo la legge del “quinto figlio fa da tappezzeria, il settimo manco lo registrano all’anagrafe”. Cresce come crescono i ragazzini che non hanno opzioni: furtivo, ingegnoso, affamato. A cinque anni ruba. A quattordici viene arrestato. Il carcere diventa un secondo grembo: tossico ma inevitabile. Nel ’68 partecipa alla rivolta di Poggioreale, che non è Woodstock ma è altrettanto simbolica. Viene spedito nudo su un treno. Inizia a fingersi pazzo per sopravvivere. Il crimine, scopre, è un linguaggio coniugato in un sistema. Negli anni ’80 crea il clan Misso, fonde i Pirozzi e i Savarese, governa il Rione Sanità come un despota illuminato da lampadine fioche. Ma è atipico: odia la droga, il pizzo, le catene d’oro. Quando Giuliano rompe un patto, Misso risponde come si risponde nella tragedia greca: sequestra, dichiara guerra, apre la sede della destra sociale (che detta così sembra una boutade, ma non lo è). Nasce il mito. E con lui, la perversione mitologica: il boss contro la camorra. È accusato di tutto: rapine, stragi, delitti e forse pure di aver inventato le mezze stagioni. Ma è anche assolto. Poi gli uccidono la moglie ed è lì, forse, che l’uomo crolla, o cambia, o fa entrambe le cose.

I leoni di marmo: infanzia, identità e pietra

giuseppe misso

Giuseppe Misso, I leoni di Marmo, Milieu edizioni

Prima di tutto: Michele Massa non è Giuseppe Misso, così come i leoni di marmo del Duomo non sono solo arredo urbano. Sono portali mitologici, troni posticci da cui i bambini del rione immaginano imperi. E i bambini, qui, diventano imperatori del nulla: fratelli di fame, alleati per sopravvivenza, nemici per statistica. Il libro I leoni di marmo di Giuseppe Misso è questo: un testo che fa finta di essere un’autobiografia ma in realtà è una mappa truccata del tempo. Dentro c’è tutto quello che serve per un’epica urbana: il furto iniziale per fame, il carcere come iniziazione, l’onore come anestetico morale. Il protagonista si chiama Michele Massa, ma è chiaro fin da subito che è solo un alias, il trucco dell’autofiction. Misso racconta sé stesso da dentro e da fuori, in soggettiva e in terza persona, come se stesse cercando un punto di osservazione da cui riuscire a guardarsi senza collassare. E Napoli? Napoli è sempre lo sfondo che diventa personaggio: la città che ingoia e restituisce, che punisce con indifferenza e consola con la stessa voce con cui ti minaccia. Quando Massa esce dal carcere, la trova cambiata: la camorra non è più onore e pistole ma azienda, cartello, federazione fluida. Il suo sogno? Essere indipendente, non appartenere, non schierarsi. E già questo, in quella geografia, è un delirio. Il tono del libro è strano, obliquo. Misso non scrive come chi vuole redimersi, ma come chi ha bisogno che tutto sia messo a verbale. Ogni dettaglio è importante, ogni memoria è un atto di resistenza: la madre che muore mentre lui è dentro, il figlio che nasce lontano, le carceri che diventano luoghi simbolici, stazioni dell’inferno, i dialoghi con i politici (tipo Massimo Abbatangelo, parlamentare MSI) che sembrano usciti da un romanzo di Malaparte rivisto da Tarantino. Ma la cosa più disturbante — e affascinante — è che Misso ha una teoria del male. Davvero. Una visione strutturata. Il male, per lui, non è da distruggere, è da contenere, da gestire, da dotare di un’etica. Dice di aver scelto il crimine per combattere la camorra, cioè per evitare che il crimine diventasse camorra. Che è una tesi che solo in una città schizofrenica come Napoli può suonare meno assurda di quanto sia. La scrittura è intrisa di letteratura alta: Nietzsche, Céline, Dostoevskij, ma anche di slang carcerario, di volgarità vernacolari, di filosofia da cortile. Misso scrive come uno che ha letto troppo e vissuto troppo, e non sa più dove finisce l’uno e inizia l’altro. È un testo che non chiede empatia. Chiede comprensione. Non assolve, non giustifica, non educa. Però mostra, con un’onestà quasi imbarazzante. Alla fine, rimane l’immagine dei due bambini sui leoni di marmo e quella frase che ritorna come un ritornello stonato: “perché nella vera amicizia c’è anche amore, ma nell’amore non sempre c’è amicizia”. È qui che tutto si rompe. È qui che inizia la tragedia.

Nostalgia come sintomo del ritorno impossibile

Ermanno Rea, Nostalgia, Feltrinelli

Immagina due bambini che giocano sui leoni di marmo del Duomo — quelli veri, di pietra, scolpiti e già erosi prima che loro nascessero — e immagina che quei due bambini, chiamiamoli Giuseppe e Luigi (ma potresti anche chiamarli Michele e Mario, o Felice e Oreste), condividano tutto: la fame, la polvere, il lessico della sopravvivenza. Poi immagina che quella condivisione — che è una forma primordiale di amore, forse l’unica davvero gratuita — venga corrotta. Ma non da un tradimento specifico, da una somma lenta e opaca di piccole fratture: un favore non ricambiato, una parola fuori posto, un pizzo chiesto nel posto sbagliato. Il sospetto, a Napoli, è una valuta più forte dell’euro. E a quel punto, come nei miti greci senza divinità a pareggiare i conti, arriva il sangue. Il fratello diventa nemico, l’infanzia una condanna, la città un teatro dove si gioca alla morte. Felice Lasco torna dopo quarant’anni e trova Oreste diventato Malommo. Misso resta e Giuliano cambia faccia. Ma la verità è che non c’era mai stata un’unica faccia, solo maschere, e il rione come fondale mobile. L’amicizia, qui, è un bug del sistema, un errore che produce tragedia. E il ritorno — che sia in carne o in parola — è solo una maniera di maneggiare il lutto.

Donnaregina: il romanzo della resa

giuseppe misso

Teresa Ciabatti, Donnaregina, Mondadori

Ciabatti lo incontra perché glielo chiede Saviano. Ma Donnaregina non è la storia di un boss. È il racconto di una collisione emotiva, un incontro tra una donna impreparata e un uomo che ha fatto della preparazione alla guerra la propria religione. La protagonista — alter ego dichiarato della scrittrice — è una cinquantenne borghese, vulnerabile come una metafora sbagliata, priva degli strumenti dell’inchiesta ma armata di qualcosa di più raro: l’incertezza. E l’incertezza, in un mondo dove tutti gridano, è il nuovo coraggio. Il libro è costruito come un percorso di disorientamento guidato. La scrittura stessa si fa struttura instabile: anacoluti, scarti, frasi che sembrano rompersi a metà come vetri sotto pressione. Ciabatti non vuole raccontare una verità. Vuole avvicinarsi a qualcosa che ci somiglia — una verità minuscola, parziale, imperfetta — e farla detonare. Misso, dal canto suo, è un ossimoro ambulante. Si definisce “prelevatore”, non camorrista. Un bandito fascista che ama Céline e Dostoevskij, alleva colombi, si professa contro la droga e l’estorsione. E poi parla di Ufo. E poi ancora racconta dell’amore per suo figlio Giulio e del giorno in cui disse, in tribunale: “Mio figlio è gay. È una vergogna? Per me no”. In un mondo che odora di piombo e testosterone, quella frase è un cortocircuito, è una dichiarazione politica, è un cedimento magnifico. La scrittrice non lo giudica, non lo assolve. Lo ascolta, lo interroga, lo trasforma in voce. Ed è proprio in questa trasformazione che avviene il miracolo della letteratura: l’assurdo si fa intimo, il crudele si fa pensabile, il mostro si rivela simile, pericolosamente simile, a noi. I mostri, dice Ciabatti, non esistono. Esistono persone che fanno cose mostruose. E questo cambia tutto. In parallelo, si sviluppa il rapporto con la figlia Camilla: un rapporto fatto di incomprensioni, tagli sul corpo, farmaci nascosti e tenerezze taciute. Misso e Ciabatti si incontrano, si riflettono. Due genitori che non capiscono i propri figli, eppure li amano. Due adulti che si scoprono fragili. Due esseri umani che hanno fatto danni — o subito danni — e ora provano a ricucire con la parola. Nel romanzo compare anche M., figura che omaggia Michela Murgia, bussola etica e affettiva per la protagonista. M. incarna la possibilità di affrontare la morte — e la complessità della realtà — con uno sguardo limpido, spietato, amorevole. Il murales dedicato a Murgia in Largo Donnaregina — proprio lì dove Misso aveva stabilito il suo impero criminale — sembra un caso, uno scherzo della toponomastica, e forse lo è. Ma forse no. Perché in quella sovrapposizione tra la memoria della scrittrice e l’eco del boss, c’è qualcosa che somiglia molto a un messaggio: le storie si parlano anche quando fingono di ignorarsi. Il murales è un volto che veglia, una memoria che resiste, un gesto che dice “per quanto io non creda ai segnali, qui mi arrendo”. Figura che omaggia Michela Murgia, bussola etica e affettiva per la protagonista.

M. incarna la possibilità di affrontare la morte — e la complessità della realtà — con uno sguardo limpido, spietato, amorevole. Donnaregina è un quaderno, un diario, una scatola nera. È un romanzo che si lascia contraddire e che proprio per questo suona autentico. Come Napoli, come Misso. Come ogni storia che vale la pena di essere raccontata senza sapere dove finirà.

La Tigre: genealogie dell’inferno

Poi c’è La Tigre. Il podcast. Salvatore Giuliano — figlio di Luigi — racconta la propria infanzia nella casa-bunker di Forcella. La voce è calma, ma sotto c’è un dolore acido, costante, che non chiede pietà ma solo ascolto. Racconta dell’amore e della paura. Dice che lo avrebbe seguito ovunque e che poi ha capito che quel “ovunque” era un abisso. La Tigre è il romanzo di formazione di chi si rifiuta di ereditare l’inferno. In una Napoli dove ogni figlio porta la colpa del padre come uno zainetto scolastico pieno di piombo, Salvatore sceglie di non diventare copia. Dove Misso racconta per riscriversi, Salvatore racconta per smettere di essere scritto da altri. È la differenza tra chi cerca un posto nella memoria e chi cerca di non essere più prigioniero della genealogia. E in tutto questo, Napoli resta. Contraddittoria, incollata ai suoi fantasmi. La città che non perdona, ma ascolta, se glielo chiedi con la voce giusta.

Conclusione: epilogo con colombi, detriti e note a piè di pagina fantasma

Se fosse un film — girato male, montato peggio — questo sarebbe il momento in cui Misso svanisce dietro l’angolo e resta solo il rumore del motorino. Napoli rimane. Sempre. Residuale, invasiva, un po’ fasulla eppure vera.
Chi racconta cosa, e perché? Misso non voleva redenzione. Voleva esistere. Che è già molto più di quanto ammetta chi lo osserva da lontano.
Napoli, nel frattempo, continua a parlare da sola. Come quei PNG dei videogiochi che ripetono frasi prefabbricate ma poi ti dicono, all’improvviso, una verità. La verità qui è sempre un frammento: piastrella rotta, pezzo di vetro, nota a piè di pagina.
E poi ci sono i figli: Camilla che si taglia, Giulio che non si nasconde, Salvatore che rifiuta l’eredità. Tre storie diverse, tre genealogie deviate, tre ferite che non diventano mai cicatrice. I figli non ereditano solo i peccati, ma anche i silenzi. E tutti, a modo loro, hanno scelto di parlare. Di dire. Di riscriversi.
Alla fine resta questa sensazione scomoda: che tutto — i libri, i podcast, i tradimenti, le carceri, le madri, i leoni di marmo — sia un modo per dire la stessa cosa. Che esistere non basta. Bisogna essere raccontati. Male, più volte, da angolazioni sbagliate. E allora eccolo, il punto: Per capire davvero una storia, ci vuole silenzio.
E un po’ di fame.

Fabio D’Angelo

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About the Author

è una persona semplice: ama la pasta e patate con la provola, la pizza, il sole, il mandolino e la SSC Napoli 1926. Alla domanda “Progetti per il futuro?”, generalmente risponde: non sottovalutare le conseguenze di una parmigiana di melanzane.



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