Musica Furèsta

Published on Maggio 14th, 2025 | by Fabio D'Angelo

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Furèsta di La Niña: voce, radici e resistenza femminile

La voce, la notte, e quell’effetto collaterale che nessuno dice

Stavo scrollando, senza motivo, come si fa quando non si vuole pensare a niente. Era una di quelle sere in cui cerchi una scusa per non sentirti solo, e finisci per sentirti ancora più solo. E a un certo punto, in mezzo a meme, pubblicità e gattini che parlano, parte un pezzetto di canzone in una story. Non ricordo nemmeno di chi fosse la story. Forse di una cantante, forse di un’amica, forse di una sconosciuta che seguo per sbaglio. Non importa. Parte quel frammento, e io mi blocco. Come se quella voce mi avesse visto in pigiama, col telefono mezzo scarico e la faccia da lunedì sera, e mi avesse detto: “Oh, tu. Sì, proprio tu. Posalo un attimo sto telefono e senti qua.”

E allora vado a cercare il disco su Spotify. Furèsta. Lo metto. Così, per vedere. Non avevo aspettative, cercavo solo qualcosa da mettere in sottofondo. Ma dopo trenta secondi mi accorgo che non sto più facendo nient’altro. Neanche respirare come si deve. Perché c’è questa voce che non si accontenta di suonare: vuole essere ascoltata. Carola Moccia, La Niña, non canta: ti mette in discussione. E lo fa con una lingua che sembra uscita dal fondo della terra. Il napoletano qui è denso, duro, preciso. Non è folclore: è resistenza. È una lettera d’amore scritta con un coltello.

Il folklore non è intrattenimento. È sudore. È bestemmia. È sangue.

Furèsta non è un disco facile. Non è lì per farti compagnia mentre cucini o scrolli altre story. Ti chiede attenzione. Ogni suono – tamburi, cori, strumenti della tradizione – è messo lì per raccontarti qualcosa che non hai mai voluto sentire. È un disco che non si mette in posa. Ti guarda male.

Dentro ci trovi tutto. Le pulsazioni elettroniche, i cori di donne che sembrano arrivate dritte dritte da un paese che non esiste più ma che, inspiegabilmente, conosci. La chitarra battente, il mandolino, la tammorra, le nacchere. E poi ci sono gli zoccoli – veri zoccoli – per riprodurre il passo dei cavalli, e i capelli di Carola sbattuti sui tamburi, che se lo racconti a qualcuno ti ride in faccia. Ma poi lo ascolta e smette di ridere, perché funziona. Funziona tutto. È come se qualcuno avesse preso un mosaico bizantino, lo avesse smontato, e poi rimontato pezzo per pezzo ma con le mani un po’ sporche. E alla fine ti accorgi che quel mosaico non è antico. Sei tu.

Ogni traccia è un racconto. Guapparìa è una coltellata elegante a una certa estetica della criminalità. O’ Ballo d’ ‘e ‘mpennate è un rito, una danza che non balla nessuno ma che senti addosso. Ahi! è un lamento d’amore che sembra uscito da una telenovela e invece ti inchioda. Oinè ti mette davanti gatti, serpenti e parole che sembrano sognate male. Tremm’ è un terremoto, nel senso fisico, ma pure emotivo. Chiena ‘e scippe è l’infanzia, quella che pensavi di aver dimenticato, che invece torna e ti prende per mano. Mammama’ è una confessione, una supplica, un atto d’accusa. E poi Sanghe, con l’arabo e il napoletano che si rincorrono come due lingue ubriache di dolore.

Figlia d’ ‘a Tempesta: quando la musica non è arte, ma vendetta

Figlia d’ ‘a Tempesta non è solo una canzone. È una denuncia in musica. Un elenco preciso, puntuale, delle cose che una donna è stata costretta a diventare senza averlo chiesto. È un testo che parla chiaro, senza giri di parole, senza indulgenze. La voce di La Niña è stanca, ma non si arrende. È come se avesse perso la pazienza una volta per tutte. E i suoni attorno – tamburi, cori, corde – sembrano accompagnare una marcia. Non una marcia qualunque: una marcia di chi è stato escluso e adesso rientra. Non dalla porta, ma sfondando il muro. È un brano femminista, sì. Ma non quello da manifesto o da talk show. È un femminismo scomodo, sporco, urgente. È il femminismo di chi è sopravvissuta. Di chi ha pianto, bestemmiato, riso, fatto figli, abortito, amato, odiato e adesso canta con i denti stretti, con la pancia e con una voce che ti dice: “Non mi basta più sopravvivere. Adesso tocca a me.”

Dopo la tempesta, il silenzio. Ma non quello che ti aspetti.

Alla fine arriva Pica Pica. Una canzone diversa, più leggera, ma non meno profonda. È come se dopo tutta quella tensione, qualcuno ti dicesse: “Puoi respirare”. Ma non è un respiro da spa. È il respiro che fai dopo un pianto, quello che ti libera e ti svuota allo stesso tempo. È una tregua, non la pace. Perché Furèsta non ti lascia in pace. Ti accompagna nei giorni dopo. E ogni volta che pensi di averlo capito, ti accorgi che no, c’è ancora qualcosa che ti è sfuggito. Qualcosa che si nasconde nelle pause, nei silenzi, nei respiri tra una frase e l’altra.

Fa male, a tratti, ma è un dolore che serve. Come quando vai dal fisioterapista e scopri che la parte che fa più male è proprio quella che non muovevi più da anni. Furèsta è quella cosa lì.


Fabio D’Angelo

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About the Author

è una persona semplice: ama la pasta e patate con la provola, la pizza, il sole, il mandolino e la SSC Napoli 1926. Alla domanda “Progetti per il futuro?”, generalmente risponde: non sottovalutare le conseguenze di una parmigiana di melanzane.



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