La regina degli scacchi
| Ideatore: Scott Frank, Allan Scott
Genere: drammatico Durata: 46-67 minuti a episodio Lingua originale: inglese Stagioni: 1 Episodi: 7 puntate Cast: Anya Taylor-Joy, Bill Camp, Marielle Heller, Harry Melling, Thomas Brodie-Sangster Produzione: Netflix Prima Tv: 23 ottobre 2020 (Italia) |
“Oddio, che noia gli scacchi!”
“A malapena so come si muove il cavallo…”
“Ah, io non ci capisco niente!”
Ecco, se state pensando qualcosa del genere, vi rassicuro subito: la nuova serie Netflix del momento non parla di scacchi.
“Ma come? Si intitola La regina degli scacchi, di cosa parla, di tennis?”
No, no, è chiaro che gli scacchi ci sono eccome!
A partire dal titolo. La regina degli scacchi è la versione italiana (notevolmente più azzeccata del solito) del titolo originale della serie, nonché del romanzo di Walter Teves da cui è tratta, ovvero The Queen’s Gambit: il “gambetto di donna”.
Si tratta di una mossa d’apertura scacchistica in cui il primo a muovere è il pedone bianco di fronte alla donna, la quale rimane quindi in qualche modo “esposta” (almeno ai miei occhi di profano).
Proprio come esposta e al centro dell’attenzione si viene a trovare Elizabeth Harmon (interpretata da Anya Taylor-Joy), giovane scacchista prodigio che a cavallo degli anni ’50 e ’60 sbuca dal Kentucky e si ritrova a farsi strada, unica regina, in un mondo dominato solo da re.

Sapete di cosa parla questa serie, secondo me?
Di case.
Vere o metaforiche, presenti o assenti, ma sempre case.
Una casa è quella che viene a mancare alla piccola Beth quando, a seguito di un incidente, si ritrova orfana di madre (e con un padre già assente da molto tempo).
Così come una casa è l’orfanotrofio dove, suo malgrado, Beth viene portata. Una casa poco accogliente, salvo l’amicizia con la ribelle Jolene.
Ma è qui che Beth farà la conoscenza della sua vera, futura casa.
Anzi, case, al plurale. Sessantaquattro case, per essere precisi. Così, infatti, si chiamano nel gergo degli scacchi le caselle bianche e nere che costituiscono la scacchiera e che Beth scopre per la prima volta grazie al signor Shaibel, il custode dell’orfanotrofio, da cui si reca sempre più spesso a giocare di nascosto.
Da lì, la rivelazione: la piccola è un genio degli scacchi, uno dei giocatori più forti mai esistiti. E allora, come nel Monopoli, le case diventano alberghi, gli alberghi dove sono ospitate i prestigiosi tornei di scacchi. Elizabeth partecipa a competizioni sempre più importanti e macina vittorie su vittorie, con la compagnia e la complicità della madre adottiva Alma (ecco un’altra casa che nel frattempo si è aggiunta alla lista), che trova in lei un riscatto, una via di fuga dalla sua monotona vita di casalinga repressa.
Ci sono poi altre “case” in cui la ragazza si rifugia, quando le cose non girano per il verso giusto, case sicuramente accoglienti per lei, ma pericolose: sono le sue dipendenze da tranquillanti e alcolici, che la accompagneranno per tutto il tragitto, fin dallo stesso orfanotrofio.

E c’è infine una casa della quale Beth forse non è molto consapevole, ma che ha una parte importante nella storia: è la famiglia allargata di persone che incontra lungo il suo cammino e che, anche nei momenti più difficili, saprà sostenerla e guidarla.
Insomma, come vi dicevo, La regina degli scacchi è più un romanzo di formazione che una lezione di scacchi. Anche se non mancherete di imparare qualcosa di nuovo su questo strano universo in bianchi e neri, la telecamera indugia più sui volti che sui pezzi, le partite e i tornei vengono spesso sorvolate con espedienti musicali o registici, per lasciare invece spazio alla crescita personale ed emotiva di Elizabeth, che trova nel gioco un modo per affermarsi in un mondo dal quale per il resto si sente emarginata ed esclusa. Effetti speciali praticamente assenti, fatta eccezione per i suggestivi momenti in cui Elizabeth visualizza una scacchiera gigante sul soffitto per riflettere sulle proprie partite e “allenarsi”.

Insomma, che siate amanti della scacchiera o meno (anzi, forse proprio se non lo siete), questa serie vi metterà… sotto scacco in men che non si dica.
Bene, io la mia mossa di apertura l’ho fatta. Accettate o rifiutate?
Andrea Ravasio
Summary:



