Avvicinati e ascolta di Charles Simic
Se un poeta domanda vicinanza, forse vale la pena di seguire le sue coordinate. Se un poeta domanda ascolto, conviene mettere a tacere i rumori del giorno che ci circonda. Se questo poeta risponde al nome Charles Simic, è proprio il caso di raccogliersi in religioso silenzio, di accostarsi il più possibile, e aspettare che si schiudano le porte di un sentire particolare, concreto e visionario allo stesso tempo.
Charles Simic è poeta e uomo che ha coperto distanze fisiche e temporali importanti, rese tanto più forti e significative dal peso della Storia, quella con la “S” maiuscola, che quando incontra la storia individuale la investe, la scuote, e alla fine la scaraventa da qualche altra parte, lasciandola – se possibile – ancora più forte. La forza e la consapevolezza che si costruiscono a partire dalle macerie, dalle mappe geografiche stravolte, dalle cancellature, dai silenzi forzati si materializzano nella voce del poeta: una voce sottile, ma persistente, una voce che non si annienta, non tace. E trova il modo e la forza di lasciare un segno del suo passaggio nel caos infinito del mondo.
Avvicinati e ascolta (Come closer and listen, 2019), che già dalla citazione biblica impressa nel titolo (Dt 5, 27) testimonia la volontà comunicativa che sottende l’opera, raccoglie i componimenti di Simic finora inediti, tradotti da Damiano Abeni e Moira Egan, e pubblicati lo scorso febbraio da TLON nella collana “Controcielo”. Si tratta di un volumetto che presenta grande cura dei dettagli e che sembra realizzare il messaggio del poeta sin dal progetto grafico di copertina. Sull’oscurità della notte si affacciano numerose finestre che sovrastano il libro fino alle alette e avvolgono e racchiudono le liriche che Simic rivolge ai suoi lettori e alle sue lettrici di tutto il mondo come in uno scrigno. Queste liriche consentono di affacciarsi su una moltitudine di pensieri illuminanti proprio come scrive Moira Egan nell’introduzione alla raccolta: «l’opera di Simic contiene, discute e si indirizza a tutti gli aspetti della nostra imperfetta, ma talora eroica, condizione umana».
Dall’alto delle sue venticinque opere di poesia, il pluripremiato autore statunitense di origine serba, Premio Pulitzer 1990, apprezzato in maniera pressoché unanime sia dai critici legati a un’idea conservatrice di poesia sia dai critici orientati a una forma più sperimentale, si cala al fianco del lettore e, accompagnato da tutta la sua esperienza di uomo e poeta, riproduce il suo sguardo su ogni sfaccettatura dello stare al mondo.
Attraverso un linguaggio oggettivo ed evocativo al tempo stesso, con una parola densissima, Simic è capace di raccontare una vita intera, la sua vita, in una manciata di versi, e di esprimere la sua più profonda visione dell’esistenza umana, governata da una Giustizia “cieca” e quindi incostante e incerta, ma degna comunque di rispetto proprio in virtù della sua cecità:
Sono nato – non so a che ora –
mi hanno dato una pacca sul sedere
e mi hanno passato in lacrime
a uno morto da parecchi anni, in una nazione
che non è più sulle carte geografiche,
dove come foglia su un albero,
la bella stagione finita,
ho vorticato cadendo a terra
quasi senza fare rumore
perché il vento mi portasse lontano
benedetto o maledetto – chi può dirlo?
Non me ne preoccupo più
dato che ho sentito parlare
di una signora cieca chiamata Giustizia
disposta ad ascoltare i problemi di chiunque,
ma non so dove trovarla
per chiederle il motivo
per cui il mondo certi giorni mi tratta bene
e altri giorni male. Comunque mai e poi mai
sarei il primo a darle contro.
Cieca com’è, poveretta,
se la cava meglio che può.
Se è cieca la Giustizia, che per il ruolo che incarna si immaginerebbe dotata di una vista straordinariamente acuta, risulta più accettabile anche la cecità del poeta, che potrebbe essere in grado di svelare il significato profondo delle cose del mondo agli occhi del lettore, e che invece qui si ritrova a confessare la sua incapacità di dominare le dinamiche della vita umana. Ma il tono del poeta risulta pacificato dalla necessità di accogliere l’incostanza della Giustizia, necessità che non si traduce in passiva rassegnazione, ma significa matura presa di coscienza di uno stato di cose che trova piena giustificazione nella stessa natura incerta e misteriosa della signora cieca che governa i fili della nostra esistenza.
Leggendo le poesie di Simic si percorrono strade lontanissime tra loro e spesso assai impervie, si prova la sensazione di penzolare sull’abisso dello sconforto più assoluto, ma poi si avverte un rassicurante senso di salvezza: è la parola del poeta che giunge a ristabilire l’ordine o a dare un senso a ciò che non può essere ricondotto all’ordine.
Suddivisa in quattro sezioni, la silloge raccoglie cinquantanove componimenti e si offre come un piccolo faro nel buio della fragilità dell’esistenza, che si consuma nella violenta tempesta generata dai capricci della fortuna e dalle ingiustizie inflitte dai potenti, destinata a terminare nel nonsenso di una morte che non lascia spazio a nulla se non all’oscurità più totale. Il poeta ripercorre il suo cammino e quello dell’umanità tutta, e per rintracciare un significato nel percorso intrapreso dal genere umano, attraversa il tempo a ritroso, per tornare sulle strade della sua giovinezza, ormai devastate e deserte, a ricordare gli uomini che le popolavano e che sembrano essersi nascosti, come nel gioco praticato da ragazzi.
Non ho trovato nessuno
della vecchia combriccola.
Devono essere ancora alla macchia,
trattenendo il respiro
e cercando di non ridere.
La nostra strada ha visto tempi migliori,
le finestre sfondate qui e là
dove le sere d’estate
sentivamo litigare le coppie
o le vedevamo ballare alla musica della radio.
La rossa di cui
eravamo tutti cotti,
che sedeva sulla scala d’emergenza
a fumare fino a notte fonda,
deve essersi data alla macchia anche lei.
Il magrolino
con le stampelle
che portava sempre un libro con sé,
può darsi non sia mai
andato troppo lontano.
Il buio arriva presto
a questo punto dell’anno
e rende difficile
riconoscere le facce familiari
tra quelle degli sconosciuti.
Unica consolazione possibile è nei fugaci attimi di dolcezza che la vita ci concede, negli affetti privati capaci di colmare il vuoto che ci avvolge e di spegnere il rumore roboante della guerra, di accendere una piccola luce nelle nebbie dell’insensatezza che sempre ci accompagna e verso cui muoviamo i nostri passi incerti, le gioie di quell’amore altrettanto difficile da capire, ma fortunato destinatario dei favori della natura, quell’amore inebriante per le sue note sensuali e per il concerto di emozioni che è capace di mettere in scena.
Prima che arrivino le piogge autunnali
facciamo un altro picnic,
ora che le foglie cambiano colore
e l’erba è ancora verde in certi posti.
Pane, formaggio e un po’ di uva nera
dovrebbero bastare,
e una bottiglia di vino per brindare ai corvi
sconcertati dal trovarci lì seduti.
Se verrà il freddo – come è certo – ti stringerò a me.
La notte scenderà presto.
Scruteremo il cielo sperando che la luna piena
ci illumini il cammino.
E se non ci sarà, porremo tutta la nostra fiducia
nella tua bustina di minerva
e sul mio senso dell’orientamento
mentre vaghiamo in cerca di casa.
Lia Amen




