Libri i superflui

Published on Giugno 21st, 2021 | by Lia Amen

0

I superflui di Dante Arfelli

i superflui

Dante Arfelli, I superflui, Readerforblind edizioni

Normalmente un libro interrompe il silenzio e inizia a raccontarci la sua storia nel momento in cui lo apriamo e, andando oltre la copertina e i risguardi, iniziamo a riceverne le prime informazioni attraverso occhiello, frontespizio, colophon… e così entriamo in confidenza con l’oggetto e ci prepariamo al viaggio della lettura. Alcuni libri, però, giungono a noi dopo un cammino avventuroso e impervio, al punto che, quando il volume si trova tra le nostre mani, soltanto a guardarlo, si avverte un tremito, e forse l’eco di una voce che arriva da lontano, e ci suggerisce che certi incontri hanno davvero qualcosa di miracoloso. Ho provato qualcosa di simile stringendo I superflui di Dante Arfelli, che la neonata casa editrice Readerforblind ha deciso di ripubblicare – con una accurata introduzione di Gabriele Sabatini – inaugurando la sua prima collana “Le polveri”, che si pone come obiettivo il recupero di opere che hanno fatto la storia della nostra letteratura, e che poi sono precipitate nell’oblio. Ne avevo sentito parlare alcuni anni fa, e nemmeno mi ero cimentata nella ricerca di una copia superstite, ma scoprirlo disponibile a quasi trent’anni dalla sua ultima pubblicazione (Marsilio, 1994), e a oltre settant’anni dalla prima (Rizzoli, 1949), nel centenario della nascita dell’autore – che con il più famoso Dante condivide anche questa ricorrenza – ha ispirato in me un sentimento di soddisfazione e di giustizia. Posso dire di essermi affezionata all’autore prima ancora di leggerlo, per aver appreso una difficile storia di alti e bassi, di momenti di solitudine estrema e di cupa rassegnazione, e di inattese risalite e vittorie difficili da immaginare. Una storia di clamori e silenzi, di lontananze transoceaniche che pesano meno della distanza che avvertiamo tra noi stessi e la società cui pure dovremmo appartenere.
Immaginate un uomo che non è giunto ai trent’anni e che, dal silenzio della sua periferia, in soli dieci giorni scrive un romanzo che vende centomila copie e vince il Premio Venezia (antenato del Campiello) nella sezione inediti. Immaginate poi che questo stesso prodigioso libro attraversi l’Atlantico e arrivi a vendere oltre ottocentomila copie negli Stati Uniti, tradotto dallo stesso editore che pubblicava Hemingway (Scribner), e giunga nelle mani tremanti dell’autore in una edizione di gran pregio.
Arfelli, romagnolo, era amico del poeta Moretti ed era stato compagno di scuola di Federico Fellini. Soldato in Montenegro, aveva subito gli scossoni della guerra. Dopo l’insperato successo de I superflui, pubblica un secondo romanzo (La quinta generazione, Rizzoli 1951) che ottiene un discreto successo ma non replica quello del primo. Basta tanto poco per destinare l’autore al silenzio. Non sappiamo bene se fu questa l’unica ragione dell’isolamento di Arfelli, e del mutismo in cui si rinchiuse, che non fu soltanto letterario, ma proprio fisico, e lo indusse a pubblicare soltanto molti anni dopo, quando decise di raccontare la sua “nevrosi” e le sue “fobie”.
Ma chi sono questi superflui? In una intervista l’autore parlò esplicitamente di una categoria “morale”, nel concreto si riferisce a quegli uomini e quelle donne, spesso molto giovani, che faticano a trovare un posto nella società e che si sentono esclusi e abbandonati da questa, proprio in quanto inutili, superflui. Arfelli ci offre un affresco dell’Italia del dopoguerra e scrive un romanzo generazionale che però, a oltre settant’anni dalla sua nascita, risulta ancora terribilmente attuale. Quando la guerra finisce, accanto alle ferite da risanare, c’è la voglia di ricostruire. I sopravvissuti sanno di essere testimoni di un evento doloroso destinato a essere ricordato e sanno che la vita deve tornare alla normalità a partire dai loro singoli gesti. Alcuni di loro si muovono con destrezza tra le macerie e avviano la ricostruzione col favore della Fortuna. Altri, invece, incespicano tra le rovine, procedono a tentoni o faticano proprio a rialzarsi: il recente passato sembra farsi condizione perpetua, impasta le membra ai resti delle loro case. Spesso l’unica soluzione è la fuga. Lo sa bene Luca, che prova a dare una svolta alla propria esistenza e porta le sue speranze a Roma, e in tasca due lettere di raccomandazione firmate dal parroco del suo paese e del segretario della sezione del Partito Socialista, grazie alle quali spera di ottenere lavoro. Ma lo stesso treno che lo conduce alla capitale è una successione di vagoni che trasportano segreti dolori, flebili speranze, stanchezza e sfiducia, nelle istituzioni come nei servizi, nel prossimo come nel futuro.  Un mezzo che non può portare lontano dal dolore, mentre il benessere sembra destinato a orizzonti troppo lontani, a un altrove che perseguita i viaggiatori dalle facce stanche, spaesate e tristi. Eppure Luca sente dentro sé il moto del cambiamento.

Quando il treno passava sui ponti il rumore si faceva meno pesante, più metallico, e il treno pareva più leggero. Luca pensava che fra poco sarebbe arrivato nella città dove avrebbe cominciato una nuova vita. Era strano come alla sua età, giovane, avesse già tante volte cominciato una nuova vita. Una nuova vita quando aveva dovuto lasciare gli studi, un’altra nuova vita quando era andato militare, un’altra quando gli era morta la madre, una nuova vita ancora adesso, partito dal paese in cerca dell’avvenire. Senza contare poi le piccole nuove vite, come quelle che aveva creduto di cominciare ogni volta che si era innamorato di una ragazza. Ma così non era solo lui, erano anche gli altri. Tutti ogni tanto incominciano una nuova vita e buttano all’aria la vecchia.

Ma per quante nuove vie e nuove vite possano intraprendere, alcuni sono perennemente accompagnati – e proprio seguiti come da un’ombra – da una povertà e da un senso di inadeguatezza che non si stacca di dosso e conferisce loro una tristezza esistenziale senza via di scampo. La città, centro del mondo, coacervo di affari veri e di persone che contano, possibilità di futuro, riserva a Luca una successione di delusioni e attese del nulla e lo induce a incontrare altri disagiati come lui, oppressi da una miseria che appanna la vista e non lascia vedere oltre, che nutrono un vago sentimento di rivincita destinato a dissolversi come cenere al vento. Nella città scintillante di luci e di vetrine, di automobili veloci nel traffico che va riducendosi per la notte, Luca si lascia guidare attraverso vie sconosciute e dominate da alti palazzi da una ragazza che gli offre alloggio e “divertimento” in cambio di un compenso da concordare. È così che il lettore conosce l’altra protagonista del romanzo, Lidia: la osserva mediante il filtro del lavoro che esercita e proprio con lei si avvia a scandagliare le profondità dei desideri soffocati dalla contingenza del presente e da una condizione meschina che della salvezza non mostra che l’illusione. Anche Lidia vagheggia un futuro migliore, e lo immagina altrove: in una terra lontana dalla miseria delle sue giornate e dal senso di vergogna che le cuce addosso il suo lavoro.

Nella sua stanza Lidia rileggeva la lettera arrivata la mattina precedente. Seduta sulla sponda del letto teneva la busta in mano e la guardava. La lettera veniva dall’Argentina, da una zia che abitava là da molti anni e che Lidia non conosceva perché era piccola quando la zia era partita. Da qualche tempo Lidia aveva ricominciato a scriverle. Ora teneva in mano la busta e la osservava. Come era leggera quella busta! Lidia strisciava la carta tra il pollice e l’indice e si stupiva che fosse una carta così sottile, tanto trasparente che si vedeva la scrittura del foglio che v’era dentro. In alto, a sinistra, v’era una rondine azzurra con le ali spiegate e sotto v’era stampato “Par Avion”. A ripeterle, queste due parole avevano un sapore tutto speciale, forse creato dalle migliaia di chilometri di oceano e di cielo per cui la lettera aveva volato. “Par Avion…”. Com’era dolce quella parola!

E’ certo che Lidia vorrebbe migrare come la rondine della lettera, prendere su di sé la leggerezza della carta e distaccarsi da tutto, ma la tengono inchiodata alla cupa realtà un “libretto di deposito” con cifre sempre insufficienti al viaggio e il pensiero del mensile dovuto alla vecchia della pensione, che compare sulla porta all’ultimo giorno del mese, di ogni mese, “puntuale come la morte”. Nella più fredda indifferenza, i personaggi di Arfelli procedono a fatica verso una meta che non si fa raggiungere e il lettore li insegue con la stanchezza dovuta a un’attenzione e a una cura delicata che però non possono sortire alcun effetto. E vorrebbe vederli spiccare il volo, porgere loro l’aiuto necessario, spingerli un po’ in avanti, incoraggiarli in qualche modo. Il processo di identificazione  con questi disperati scatta nel lettore in automatico perché, oggi come allora, nel nostro Paese sono molti quelli che si affannano, talvolta inutilmente, a cercare una collocazione nella gerarchia sociale e, si può dire, viviamo tra generazioni di nuovi superflui. Questo tratto conferisce al romanzo di Dante Arfelli una grande, tragica modernità, espressa in una lingua limpida, che non cede a regionalismi, dalla costruzione classica e priva di intoppi, che si rivolge al lettore con immediatezza estrema, e con la stessa efficacia lo catapulta negli ambienti nitidamente descritti, tra i sentimenti dei personaggi, che si indeboliscono pagina dopo pagina e man mano che cresce la solitudine e la frustrazione. I superflui siamo noi ogni volta che ci sembra tutto troppo difficile, siamo noi prima di trovare quello spiraglio di luce che ci aiuta a riemergere dall’angoscia di non farcela, quando dimentichiamo che qualcuno può comprendere la nostra disperazione e aiutarci. E un libro giovane di settant’anni. Quella di Arfelli è una voce ingiustamente dimenticata che ha ancora molto da dire.

Lia Amen

Twitter
Visit Us

Tags: , , ,


About the Author

Il cefalo porteño



Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Dichiaro di aver letto, compreso e accettato la privacy policy del sito

Back to Top ↑
  • Seguici su facebook

  • Vincitori del premio Radiolibri

    Vincitori del premio Radiolibri
  • Verità per Giulio Regeni

    Verità per Giulio Regeni
  • Giustizia per Mario Paciolla

    Mario Paciolla