Il maggiore e Cher Ami
È sufficiente digitare “piccioni” attraverso il più comune motore di ricerca, per leggere un elenco di espressioni contenenti parole come “malattie”, “allontanare”, “uccidere”… in sostanza, “odio”. Ci riferiamo a un sentimento comune e normalmente “insediato” nell’uomo, che mostra di sentirsi costantemente “insidiato” e talvolta “assediato” da altre specie con le quali si trova a condividere suo malgrado ampie porzioni di pianeta. Eppure l’uomo, dotato di forza, dimensioni e possibilità superiori, si è spesso servito a suo vantaggio di altre specie animali, e parlando di piccioni l’avverbio “spesso” equivale a dire anche “da oltre tremila anni”. I piccioni hanno significato qualcosa di simile alla “priority mail” per le più antiche civiltà, ma sono stati impiegati per diversi scopi fino al secolo scorso, e ampiamente durante la Prima Guerra Mondiale, dove, grazie all’innato senso di orientamento e alla capacità di coprire lunghe distanze a notevole velocità, riuscivano a tenere in comunicazione le truppe impegnate in prima linea con il quartier generale. I piccioni – come moltissimi altri animali – sono quindi protagonisti involontari di una attività pensata e determinata esclusivamente da esseri detti “umani”. Basterebbe fermare l’attenzione su questo semplice dato per pensare diversamente a questi uccelli tanto bistrattati, ma ammetto di aver mutato opinione sul loro conto soltanto grazie a una lettura estremamente profonda e ricca di spunti di riflessione.
Kathleen Rooney, autrice americana eclettica e di grande sensibilità, già tradotta, grazie al lavoro di Cristina Cicognini, dalla milanese 8TTO EDIZIONI – casa editrice che intercetta autori anglofoni originali e di avanguardia – ci consente di vestire i panni, o meglio le penne, di un eroe capace di raccontarci la guerra dall’alto e di aprire la strada a più profonde meditazioni. Il suo ultimo romanzo, Il maggiore e Cher Ami (8TTO EDIZIONI 2021), è un libro prezioso, che attraverso un duplice punto di vista vi permetterà di tornare su una pagina dolorosissima della grande Storia, e di ripensare la storia e il suo valore a partire da piccoli gesti che rinviano a grandi temi, a pregiudizi radicati, a battaglie non ancora concluse e all’inconsistenza delle ragioni che le muovono, all’assurdità delle guerre combattute sul campo e nella profondità dell’animo umano, dilaniato dalla mancata accettazione della diversità che popola il mondo. Il maggiore e Cher Ami è un libro che vi farà sprofondare nell’orrore delle trincee e, al tempo stesso, vi fornirà ali per volare oltre le false idee che generano odio e negano la bellezza dell’esistenza. È un libro sulla guerra e sull’amore, o meglio, un libro che scava nell’assurdità della guerra e adotta il più alto e puro sguardo sull’amore, e sulla necessità di viverlo nella più totale naturalezza. Nella difficoltà a raccogliere in maniera ordinata la moltitudine di input e di emozioni che ci sorprendono pagina dopo pagina, forniremo le coordinate spazio-temporali dei fatti narrati e diremo dei due protagonisti che incontriamo sin dal titolo e fino all’ultima riga, l’uno presente nei pensieri dell’altro, fino all’ultimo gesto e fino all’ultimo respiro.
Siamo nella foresta dell’Argonne, zona collinare della Francia nord-orientale compresa tra Lorena e Champagne-Ardenne, tra la fine di settembre e i primi giorni di ottobre 1918. Il 308° battaglione della 77a divisione – passato alla storia come “Battaglione Perduto” – alla cui guida c’è il maggiore Charles Whittlesey, nel tentativo di avanzare per combattere al fianco dei francesi contro i tedeschi, si ritrova isolato in un piccolo avvallamento, dietro la collina dove sono stanziati i tedeschi e, senza munizioni, senza più cibo, e senza alcuna possibilità di sbloccare la situazione, viene attaccato per sbaglio dal “fuoco amico” e vede cadere i suoi uomini uno dopo l’altro, e infine, ormai decimato, viene salvato da un piccione viaggiatore inglese: Cher Ami riesce a spiccare il volo e a coprire una distanza di quaranta chilometri in soli venti minuti, nonostante le ferite, nonostante la perdita dell’udito e di un occhio e di una zampa, nonostante i colpi continui. E nonostante il dolore, perché Cher Ami è un piccione e prova dolore, come tutti gli esseri viventi. Cher Ami può salvare il Battaglione Perduto, ma non può decidere della propria esistenza, può amare e vivere con naturalezza le proprie inclinazioni sessuali – è una femmina che viene scambiata per maschio a causa dei suoi atteggiamenti – ma non può stare accanto alla sua amata, da cui viene separata per ragioni di gloria: una gloria che non può capire e non può apprezzare, che non potrà restituirle nulla di ciò che era la sua esistenza prima dell’intervento in guerra.
Perché la guerra tutto cambia e tutto distrugge, annulla il senso di tutte le cose e attribuisce alle cose nuovi titoli privi di senso, privi di vita. Kathleen Rooney si avvicina a raccontare la Grande Guerra fermando l’attenzione su un singolo episodio che ha catturato l’attenzione di molti, ma lo fa intessendo una storia di amicizia che solleva argomenti universali e non ancora risolti: il maggiore Charles Whittlesey, avvocato newyorkese, partecipa alla guerra senza alcuna preparazione, mosso da un forte senso di responsabilità e nell’idea di combattere per la libertà, ma gli è preclusa prima di tutto la libertà di vivere serenamente il proprio orientamento sessuale, a differenza di Cher Ami che, priva di pregiudizi “umani”, è ostacolata nell’amore unicamente da necessità belliche, anche queste stabilite soltanto dal mondo “umano”. Su diciannove capitoli, i primi diciotto si susseguono a coppie identificate dallo stesso incipit che, spostando di volta in volta il punto di vista dal piccione al maggiore, ci raccontano da diverse angolazioni una storia cruda e graffiante, una storia di violenza estrema e pertanto inspiegabile, ma anche di profonda umanità, e si tratta di una umanità sepolta dal fango, e offuscata dall’orrore, colpita dalle granate e intimamente minata dai più assurdi pregiudizi che soltanto gli uomini sono capaci di inventarsi. C’è una umanità che resiste sotto un piccolo corpo lacerato e impagliato e messo sotto una teca, ignorata e offuscata da una storia di eroismo, che pure subisce i colpi della fortuna e viene travisata e raccontata a un prezzo scontato. C’è una umanità sepolta sul fondo del mare, una umanità zittita e soffocata, gravata dal peso di medaglie al valore senza senso: dure da sopportare. C’è una storia che ci regala occhi nuovi e profondi, e uno sguardo alto sulle cose capace di squarciare la Storia e di cercare dentro noi stessi significati più veri, che sono anche i più semplici, regolati dalla natura.
Attraverso una prosa elegante e una intelligente capacità descrittiva che si nutre di ironia quanto di poesia, Kathleen Rooney strappa alle cronache di guerra un episodio che ci allontana dalla logica bellica e ci avvicina a un sentire più umano …ricoperto di piume!
Un libro straordinario che regala forti emozioni e alt(r)e prospettive.
Lia Amen
«Il desiderio di essere qualcos’altro da ciò che si è è una sofferenza crudele, e io infine ne sono guarita.
Non desidero più essere umana. Ma quando ero giovane, nelle Costswords, gli esseri umani mi sembravano le creature più ammirevoli.
Questo perché il primo essere umano che conobbi fu John.
Era un uomo eccezionale, del tipo che ho avuto la fortuna di incontrare molte volte nel corso della mia relativamente breve vita. Quello che voglio dire è: questo tipo amava i piccioni.
Qui allo Smithsonian ho intuito che la nostra reputazione come specie non è ottima come un tempo. Mi capita di sentire commenti sarcastici tipo “ratti con le ali”. Anche se non sono una fan dei ratti – nessuno che abbia servito in trincea lo è – sono riluttante a offendermi di fronte a commenti ignoranti come questi. Anche i ratti hanno un carattere più forte e abitudini più ammirevoli di quanto gli esseri umani tendano a conferire loro.
In vita mi lisciavo le penne. Mi tenevo pulita. Noi piccioni non portiamo malattie più di qualsiasi altro essere vivente. Quando sento i visitatori fuori dalla mia teca di vetro dire cose odiose, vorrei poter ricordare loro come la nostra storia sia intrecciata.
Dagli scrittori: è così che la maggior parte di noi cittadini aveva imparato qualcosa sulla guerra prima che ne combattessimo una, che fosse uno scritto apparso in una rivista sensazionalistica o in un romanzo da due soldi o nell’Iliade e nell’Eneide o nelle pagine sanguinarie del Vecchio testamento.
Sembra infantile confessarlo ora, ma la mia stessa nozione di battaglia veniva dalla letteratura. Quando arrivammo nelle Argonne, osservai il paesaggio attraverso le lenti dei poemi pastorali che conoscevo, cercando similitudini e differenze, Nessun pastore e niente pecore, ma un intenso cinguettio: allodole al mattino, usignoli la sera. Case rustiche devastate. Paesaggi rurali devastati senza motivo apparente. Ma i giovani forti e coraggiosi almeno si dimostrarono come i poeti li avevano descritti. E io, casto e mascolino, avevo goduto della vicinanza a tanta bellezza maschile. Et in Arcadia ego, però: Bill Cavanaugh, l’uomo migliore e più bello di tutti loro, se ne era andato, e la sua brutta morte allo stesso tempo confermava la verità e dimostrava l’oscena inadeguatezza di quei bei versi.
Gli umani non hanno il monopolio del dolore. I delfini portano i loro morti sulla schiena per giorni. Le giraffe si rifiutano di mangiare. Gli elefanti piangono.
Whit aveva portato i morti sulla propria schiena per anni. Per la vita. Io porterò sempre lui sulle mie ali che non volano più.»




