Emma Ruth Rundle – Engine Of Hell
Dopo anni di pellegrinaggio musicale tra album e collaborazioni, Emma Ruth Rundle riparte da se stessa. Ma chi è Emma Ruth Rundle? Semplicemente una delle artiste più interessanti del panorama musicale attuale. Da anni musicista e cantante nella scena post-rock e alternative rock, relegata a un mercato di nicchia, dal 2016 comincia ufficialmente la sua carriera solista e sgomitando sta riuscendo a far sentire la sua voce. Interprete estremamente versatile, in grado di coprire range vocali molto alti (l’ho conosciuta grazie a una pazzesca cover metal di Kate Bush), chitarrista, pianista, visual artist. Una personalità forte e complessa che, dopo essersi disintossicata da droga e alcol, ha fatto del dolore e della solitudine il centro del suo nuovo disco, Engine Of Hell.
Emma Ruth Rundle riparte da se stessa lavorando per sottrazione. C’è solo lei, la sua voce, un pianoforte, una chitarra, il tutto registrato in presa diretta. I testi sono oscuri, confessionali e dolorosi: una catarsi lunga otto canzoni. Dall’ascolto si esce completamente trasfigurati.
Un dolore e una tristezza amplificati dall’isolamento forzato che il lockdown ha imposto al mondo. Engine of Hell è stato registrato infatti alla fine del 2020.
L’incedere di pianoforte e chitarra non è mai elegante, i pezzi sono morbidi ma le mani sono pesanti e l’andamento è faticoso, sospirato, sussurrato. Return che apre il disco è un esempio di quanto detto. Nella forma potremmo trovare delle congiunzioni astrali con la Tori Amos più crepuscolare.
È Blooms Of Oblivion la perla che Rundle ha trovato dentro di sé. La voce è quella di una donna che ha visto l’oblio. Con la sua chitarra ci parla di Giuda, di morte e di file per il metadone. Un testo che potrebbe tranquillamente stare in bocca a Leonard Cohen, nonostante l’autrice ha dichiarato di volersi più ispirare a Nick Drake e Sybil Baier.
Nella meravigliosa Body il pianoforte aiuta Emma a tessere una poesia da Antologia di Spoon River, dedicata alla nonna. Se non vi vengono i brividi mentre la ascoltate siete bestie senz’anima.
The Company ha un bellissimo ritornello, fatto di parole singole, slegate, flautate, che da sole riescono perfettamente ad esprimere concetti complessi con sintetica maestria.
Con l’arpeggio leggero di Razor’s Edge intravediamo un pochino di luce, almeno musicalmente, perché il testo non fa sconti nel raccontare un’esistenza sprecata mentre balliamo sulla lama del rasoio.
La canzone che chiude il disco si intitola curiosamente In My Afterlife, e nel testo contiene il titolo dell’album. È dunque il dolore il “motore infernale”, forza creatrice e distruttrice a seconda di chi lo controlla, a muovere tutto e a far rinascere come la fenice una nuova Emma libera da ogni peso.
Consigliarvi di ascoltare questo disco sarebbe come chiedervi di strapparvi il cuore, buttarlo in una pozzanghera e camminarci sopra. Non si esce interi dall’ascolto di Engine of Hell, non è un disco da ascoltare in macchina al semaforo, fermi a un incrocio. Se però avete voglia di visitare un luogo oscuro e meraviglioso o di viaggiare nell’anima di Emma Ruth Rundle, perché di questo si tratta, tuffatevi a occhi chiusi. Di emozioni forti ne proverete tante. È tempo che il mondo si accorga di Emma Ruth Rundle.
Tracklist:
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- Return
- Blooms Of Oblivion
- Body
- The Company
- Dancing Man
- Razor’s Edge
- Citadel
- In My Afterlife



