Angel Olsen – All Mirrors
È una settimana che litigo con All Mirrors, il nuovo disco di Angel Olsen, ascoltandolo ripetutamente. La prima volta mi era sembrato lento e noioso, addirittura lo avevo stroncato su Facebook. Mi sbagliavo, e molto. Dopo ripetuti ascolti si è rivelato invece emozionante e bellissimo, con qualche ombra qua e là.
Ci troviamo di fronte a un disco di rottura. Dimenticate il mix anni ’90 e Ronettes di My Woman o l’indie di Burn Your Fire For No Witness. Il cambio di stile è netto. Le canzoni sono più stratificate, la voce di Angel è dolente e profonda (come sempre). All Mirrors affida tutto l’accompagnamento a un’orchestra perfettamente miscelata a synth e suoni elettronici. Il risultato non è, però, il classico disco con beceri echi anni ’80 (che comunque un po’ ci sono), bensì un lavoro sontuoso, raffinato, struggente e soprattutto non banale.
Angel Olsen racconta l’amore, l’amore complicato, l’amicizia, il tempo che passa e i mutamenti, apparentemente invisibili, che la vita opera su di noi. Preparatevi a numerosi scossoni emotivi, perché niente muove il cuore come un quartetto d’archi. Nonostante il tema principale non sia gioioso e spensierato, All Mirrors intrattiene l’ascoltatore per tutta la sua durata in maniera eccezionale.
La canzone che apre il disco è un saliscendi di violini, batteria e voce che piano piano tocca picchi di volume vertiginosi. Non c’è ritornello, Lark è una treccia sonora che si annoda e si snoda fino a un finale in crescendo, potentissimo. Il primo singolo estratto dal disco è anche la titletrack. All Mirrors è la canzone che più risente delle influenze anni ’80. Il basso, che ricorda i Berlin di Take my breath away, e i synth richiamano neon e colori accesi, mentre il video in bianco e nero dipinge Angel Olsen come una diva di altri tempi.
La parte centrale del disco ha le canzoni più interessanti ma è anche quella che rallenta un po’ troppo il ritmo. Spring è una canzone sul ritrovarsi cresciuti e non aver paura di ammettere che non tutto è andato come volevamo. Angel cinicamente canta “Remember when we said we’d never have children, I’m holdin’ your baby now that we’re older”. L’andatura è sognante, in puro stile dreampop, profumata di Lennon e Harrison. Grazie a un synth stonato raggiungiamo vette quasi psichedeliche. Sicuramente la mia preferita.
Il cuore caldo del disco è Tonight. Angel canta la consapevolezza di bastare a se stessi dopo una separazione e lo fa con la morbidezza che da sempre la contraddistingue. Il vibrato nella sua voce è dolorosamente commovente.
La parte finale del disco prosegue intima e mostra la passione che Angel Olsen ha per le voci del passato, con due brani che di solito etichetto con “canzone Scandalo al sole”. Se in Endgame la voce è un sussurro, morbido e amareggiato, che viene soffiato in cielo da violini eterei, Chance fa calare il sipario rosso su un pianoforte a coda bianco. I violini anni ’60 rendono Angel sempre più diva, il testo lancia frasi da bondgirl: “It’s hard to say forever love, forever’s just so far”.
All Mirrors, nonostante le difficoltà che ho incontrato nell’ascoltarlo, è un disco meraviglioso con suoni ricercati che sa portare l’ascoltatore in una dimensione più alta. Si sente purtroppo un grosso sbilanciamento tra le canzoni “importanti” e quelle transitorie, quasi sempre trascurabili. Angel Olsen con questo album mostra al mondo che non è più soltanto una cantante con la chitarra, emula di Cat Power e Fiona Apple, ma è molto, molto di più: è una delle voci più belle di questo secolo.
Francesco Papadia
Tracklist:
- Lark
- All Mirrors
- Too Easy
- New Love Cassette
- Spring
- What Is It
- Impasse
- Tonight
- Summer
- Endgame
- Chance
Summary:



