Quando le belve arriveranno: Lia Amen intervista Alfredo Palomba
Di Alfredo Palomba si usa dire spesso “scrittore coraggioso”. Glielo faccio notare, si sorprende, ma senza scomporsi. Si ferma un istante, riflette. Si interroga apertamente sul coraggio e sull’essere coraggioso. Aggiunge che ha difficoltà anche a definirsi “scrittore”. Lui insegna Lettere per vivere. E sembra vivere per osservare, osservare per scrivere, oppure scrivere perché si possa vedere. Ciò che lui vede nitidamente, ciò che a volte non vorremmo vedere. Ma spiega bene che scrivere storie cupe, puntare gli occhi dentro il “male”, significa anche credere nell’esistenza, o almeno nella necessità, di “un orizzonte di umanità”. Non faccio in tempo a dirgli che le pagine del suo ultimo romanzo hanno fatto un groviglio dei miei pensieri, che mi confessa di aspirare a un libro che rimanga attaccato addosso, anche quando arreca dolore.
Quando le belve arriveranno, ultimo nato in casa Wojtek – che aveva lanciato anche l’esordio di Palomba, Teorie della comprensione profonda delle cose (2019) – è arrivato in libreria il 16 febbraio, il giorno dopo la notizia della candidatura al Premio Strega. È Riccardo Cavallero a segnalare il libro, che, a suo dire, «conferma ed esalta le doti narrative di un autore che non teme sfide coraggiose di costruzione del pensiero, dell’intreccio, di scelta dello sguardo sulla realtà».
Il tuo romanzo d’esordio aveva conquistato l’attenzione di Antonella Cilento che lo aveva segnalato al Premio Strega per “coraggio e qualità”, apprezzandone la vocazione a “romanzo aperto e ricco di codici”. Oggi, con un lavoro profondamente diverso, si fa riferimento al tuo nome e alla tua scrittura negli stessi termini. Dunque, possiamo dire che sei ormai uno specialista del Premio?
Ma per carità. Guarda, attorno al Premio Strega si fa, come prevedibile, molto rumore: io cerco di prenderla quanto più larga possibile e provo, per la maggior parte del tempo, a considerare che la cosa non mi riguardi, se non proprio a dimenticarmene. È fin troppo facile, per chi non sia fornito di abbastanza senso della realtà e della decenza, ritrovarsi a cantare le proprie lodi – il personaggio di Toni Dattero ne è un esempio più che eloquente – una delle consuetudini più patetiche della social-contemporaneità. Sono profondamente onorato e grato della proposta al Premio e felice del bene che potrà portare al percorso di Quando le belve arriveranno, ma la situazione in cui mi trovo dipende, se tutto va bene, solo per un terzo dalla eventuale bontà del romanzo: gli altri due terzi li devo al lavoro eccezionale di Wojtek edizioni e in particolare a Ciro Marino; poi alla generosità di Riccardo Cavallero, un gigante, che ha deciso di dare fiducia al testo. Davvero, io c’entro poco.
Persiste l’esigenza di sperimentare e l’attitudine al coraggio, ma anche il focus: la società che viviamo nei suoi aspetti più cupi e desolanti. La nuova forma adottata, però, spinge la tua ricerca ancora più a fondo, ma proprio al fondo della degradazione umana, tanto che sembra poi difficile risalire la china.
Essere definito “coraggioso” – per non parlare dell’essere definito “scrittore”, parola a cui non riesco ad abituarmi – fa uno strano effetto. Credo, piuttosto, di essere stato onesto nel provare a perseguire gli obiettivi, in parte simili, che mi ero prefissato per i due romanzi: per quanto riguarda Teorie della comprensione profonda delle cose, dare uno spaccato del presente; in questo caso, scendere in fondo alla psicologia di un uomo addolorato e, forse, disturbato. Si tratta anche di onestà nei confronti del/dei personaggi. Il protagonista di Quando le belve arriveranno ha una visione delle cose particolarissima, profondamente tragica: interagisce col mondo da osservatore passivo, sperimenta sulla sua pelle la dolorosa incapacità di avere rapporti genuini con gli altri, e io dovevo portare questo dolore totale fino in fondo. Se andare a fondo è un’operazione coraggiosa, non saprei: di certo, è quanto mi aspetto dalla letteratura che scelgo di leggere. Edulcorare il punto di vista del personaggio, sollevarlo a forza dallo stato di profonda prostrazione emotiva in cui si trova o costringerlo a considerare i rapporti umani meno bestiali e desolanti di come li avverte, avrebbe significato snaturarlo per strizzare l’occhio a una certa narrazione edificante che, forse, piace a molta editoria in quanto sottintende che alla fine “la luce vince sempre sull’oscurità”. E magari si pensa che il lettore-tipo voglia sentirsi raccontare questo. Sarebbe stata una vigliaccata. La luce non vince sempre sull’oscurità. Non ho niente contro le narrazioni positive, quando dettate da una visione onesta e non da opportunismi di sorta o dalla volontà di assecondare i gusti supposti dei lettori, che troppo spesso vengono bistrattati da una pavida levità o da un quotidiano narrativo che si pone come realistico e invece è solo banale. Io non voglio che un libro mi rassicuri a tutti i costi, voglio che mi rimanga attaccato addosso, anche quando ciò che racconta fa male, anche e soprattutto quando racconta il male.
Quando le belve arriveranno è popolato da personaggi che a prima vista si presentano come “normali”, ma subito svelano i lati più oscuri dell’animo umano e si muovono nella più sorda incomunicabilità. Il culto dell’apparenza e la mancanza di empatia hanno davvero annullato ogni possibilità di reale comunione?
Spero proprio di no e, anzi, sono convinto del contrario. C’è forse un equivoco: scrivere una storia cupa come Quando le belve arriveranno, in cui l’umanità è presentata in una condizione di sordida bestialità, in cui i rapporti tra le persone sono dettati dall’opportunismo e dalla prevaricazione, significa proprio mostrare, magari nel modo più spietato, come ci sia bisogno dell’opposto. Dunque, significa credere che esista – o che, perlomeno, dovrebbe esistere – un orizzonte di umanità. Il senso del mio primo romanzo, in fondo, era tutto lì: il collante che alla fine della giostra letteraria di Teorie della comprensione profonda delle cose teneva insieme tutte le voci, tutte le storie di tutte le epoche del mondo, era un empatico, disperato, leopardiano senso di affratellamento e perdono reciproco. Credo che anche qui tale sentimento si avverta, anche se in maniera meno manifesta, per assenza.
Il protagonista è un personaggio complesso, senza nome, senza stabilità, senza affetti, senza una piena percezione di sé e del mondo, senza una volontà ferrea, talvolta, senza voce. Eppure, nel corso della narrazione, qualcosa cambia. È possibile scorgere, in un così arido deserto di umanità, un germoglio di speranza?
È possibile, almeno credo. Se tutto è oscurità, tanto più forte emerge l’esigenza che ci sia luce, il desiderio, la necessità della luce. Il rapporto del protagonista con Haochen, un bambino cinese microcefalo e paraplegico, un vero e proprio alieno – è solo grazie a questa speciale condizione che l’empatia tra i due può darsi – è a mio avviso colmo di umanità. I due personaggi stabiliscono una comunicazione non verbale, fatta di gesti routinari ma anche di fiducia reciproca nella presenza dell’altro. Non è detto che salvi dall’orrore, però è qualcosa di incredibilmente potente che, per paradosso, rende tutto più fragile e umano. Il protagonista si affanna spesso a negare l’esistenza di questo legame ma il suo punto di vista, per quanto permeante, non è affidabile. Sebbene avverta con forza il dolore che attraversa il mondo, di quando in quando le circostanze suggeriscono a lui e al lettore che un’alternativa potrebbe esistere, anche se all’apparenza è irraggiungibile.
In Quando le belve arriveranno il tema della disabilità è questione abbastanza centrale, ed è una questione complessa che ne solleva diverse altre. Quando non si ha più stretta familiarità con soggetti disabili, la disabilità si incontra a scuola, dove è richiesta l’integrazione, ma vediamo che i problemi sono molteplici, a partire dalla stessa figura dell’insegnante di sostegno. Quanto è realmente visibile il disabile?
Per vivere insegno Lettere nella scuola pubblica: l’esperienza maturata finora con le disabilità, per fortuna, è positiva. Al netto di alcune situazioni-limite, non ho mai assistito a casi di bullismo o stigmatizzazione di alunni disabili. Al contrario di quanto sembra emergere nel romanzo, credo che i ragazzi possiedano risorse di empatia naturali e a volte inaspettate. Ma la storia raccontata in Quando le belve arriveranno necessitava che non si facessero sconti a nulla e a nessuno, era una conditio sine qua non per poter esplorare fino in fondo il dolore e l’orrore che il protagonista avverte gravare su di sé, sugli altri, sui rapporti tra le persone. Anche il mondo della disabilità doveva allora essere ritratto in tutta la sua crudezza, attraverso esperienze di frustrazione, esclusione, sadismo, disumana cattiveria. È un mondo, quello del protagonista che appunto è insegnante di Sostegno, in cui la sempre più evidente bestialità altrui costringe i deboli a subire e, talvolta, a soccombere. Scrivere questo romanzo è stato difficilissimo: ricordo intense sessioni di lavoro tra Forlì, Cesena e Scafati dalle quali uscivo letteralmente a pezzi, di umore nero. Affrontare il tema della disabilità, soprattutto della disabilità infantile, adattandolo allo sguardo del protagonista, è stato terrificante. Eppure, quanto è falsificante e irrispettoso sottostare alla narrazione per cui “disabile” equivale a “speciale”, a “buono”, a “puro”? Nel romanzo, in particolare, c’è Giannino, un ragazzino affetto dalla sindrome di Down. Giannino, al pari di tanti ragazzini “normali”, ha dei difetti: sfrutta la sua disabilità per manipolare gli altri, per raggiungere con furbizia alcuni obiettivi. È un essere umano e, come molti esseri umani, è meschino. Mostrare la meschinità di un bambino disabile può risultare sgradevole, di sicuro per me non è stato facile, eppure trattare una persona come una persona è il modo migliore che io conosca per normalizzarla, per renderla realmente uguale agli altri, non nei modi ipocriti dell’inclusività acritica.
L’irruzione delle belve, al di là del significato simbolico, è connessa anche a un uso sapiente della visione, che sia visione onirica, allucinatoria, visione di un evento passato o presagio di morte…Inoltre, nello sviluppo narrativo si infittiscono i segnali di eventi che sfuggono a un controllo della “ragione”, e che interessano personaggi e ambienti. Come vivi l’accostamento del tuo romanzo al genere horror?
Mi lusinga e lo trovo adatto al romanzo, senza girarci intorno. È sterilissima la battaglia tra letteratura “alta” e “bassa”, tra libri “di genere” e “letterari”, tra “stile” e “trama”. Mi sembra la classica situazione manichea, di tifo all’italiana, che riusciamo a creare in relazione a qualsiasi argomento, solo per il gusto di delegittimare una qualsiasi posizione avversaria. Quando le belve arriveranno, se pure non è un romanzo classicamente horror, pesca a piene mani dal genere – vi si ritrovano allucinazioni, presagi, paranoia, eventi che sfuggono alla logica, metamorfosi – ed è imbevuto di immaginario nero, tanto letterario quanto cinematografico, da King a Lagerkvist passando per il primo Moresco, da Caraco a Golding, da Cronenberg a Lynch. Da parte mia sarebbe solo una posa, per di più malriposta, rinnegare tali ascendenti, che sono sì letterari, ma anche di genere. Sono sempre stato e sono tuttora un appassionato dell’horror; pur non percependone la volontà o la piena coscienza mentre lo scrivevo, sono felice dell’accostamento.
Nonostante la gravità degli argomenti trattati – ogni pagina è pervasa da un dolore non misurabile, quasi assoluto – il tuo sguardo indagatore riesce a prodursi spesso in immagini grottesche capaci di suscitare l’ilarità del lettore. Possiamo intendere questo come un espediente utile alla serenità di chi legge e, fuori dalle pagine, alla sopravvivenza al buio che ci avvolge?
No, se c’è qualcosa che nell’orrore del mondo può salvare, in questo libro, non è l’ironia. Uno dei primi elementi che mi viene da evidenziare quando ne parlo, soprattutto accostandolo a Teorie della comprensione profonda delle cose, è che qui, al contrario, non si ride. Teorie è, sostanzialmente, un romanzo comico: uno dei suoi scopi, avendo un’architettura narrativa piuttosto complessa, era compensare intrattenendo il lettore, facendolo ridere. Sono rimasto stupito quando diversi lettori mi hanno confessato di aver riso anche con questo romanzo. Il grottesco è di sicuro una caratteristica connaturata alla mia scrittura, mi riesce istintivo esasperare descrizioni ed eventi. Riconoscendomi in un modo ‘espressionista’ di raccontare storie, trovo difficile mantenere una scrittura piana, senza picchi. Probabilmente è un difetto. Però in Quando le belve arriveranno l’ironia è involontaria, amara, scaturisce dalla pochezza di alcune situazioni o dall’inadeguatezza dei personaggi, insomma: si ride a denti strettissimi, per pietà. Non c’è uno sguardo ironico sul mondo. Anzi: ho dovuto tagliare dalle prime stesure del romanzo alcuni commenti ironici o sarcastici del protagonista, proprio perché più corrispondenti alla mia natura che alla sua, e dunque in bocca a lui stonavano.
Quale potrebbe essere per te, scrittore, la sfida più ardua? C’è un’idea che oggi reputi irrealizzabile e al tempo stesso stimolante? Quali altri salti nel vuoto possiamo aspettarci da uno sperimentatore come Alfredo Palomba?
Scrivere un Harmony, farci dei soldi, raccogliere molte lodi e andare a presentarlo in un brutto programma Mediaset.
Intervista a cura di Lia Amen




