Il nostro meglio di Alessio Forgione: imparare a chiamare le cose col proprio nome
Giocare a Taboo
La vita è un po’ come Taboo, il gioco delle parole vietate. Mi capita di pensarci tutte le volte in cui scatta quel meccanismo per cui ci sforziamo – con scarsissimi risultati – di trovare parole che ci consentano di non chiamare le cose con il loro nome. Un inganno in cui cadiamo un po’ tutti, con l’obiettivo comprensibile di edulcorare, esorcizzare, rendere meno brutale ciò che ci sta accadendo. Un espediente a cui sfugge il protagonista dell’ultimo romanzo di Alessio Forgione, Il nostro meglio, pubblicato a settembre dello scorso anno da La nave di Teseo.
In ogni cosa c’è una crepa
Come in Napoli Mon Amour e Giovanissimi, anche ne Il Nostro meglio il protagonista è Amoresano, ma non temete, non siamo in presenza di una saga. L’Amoresano de Il nostro meglio è un ventenne da poco iscritto all’università che vede improvvisamente creparsi la sua quotidianità quando scopre che la nonna materna – con cui ha un rapporto simbiotico – soffre di un cancro incurabile. Così, a danneggiarsi, a scolorirsi, a mostrare increspature, è anche la foto di copertina, in cui la nonna guarda fuori dalla finestra mentre Amoresano in canotta bianca, si volta a guardarci, come a chiederci un suggerimento, una parola in cambio.
Diventare grandi in un tempo piccolo
Piangiamo tutti, come se stessimo cantando. Piangiamo, cantiamo e nuotiamo. I bambini appena nati non parlano, ma piangono. Lo fanno con naturalezza, fino a che qualcuno non gli insegna a parlare.
La malattia della nonna lo ammutolisce e lo catapulta in un tempo sospeso, in cui tutto sembra non aver senso. Il frequentare ragazze, il suonare con gli amici, l’andare in gita fuori, all’università, ai concerti, muoversi per la città per confondersi tra le persone e fermarsi in un posto capace di richiamare un momento passato felice: lui bambino con i nonni. La casa a Bagnoli e una serenità fatta di piccole abitudini. Lui in estate a riposare con la nonna. Ma il conforto dei ricordi dura un attimo e lascia subito spazio alla cupezza del presente, al tempo che resta, misurato dai segni della malattia, giorno dopo giorno più visibili. Forgione non risparmia niente: c’è la difficoltà di accettare la morte, il percorso che si fa per elaborare la perdita, la paura che ci rende egoisti, gli errori che si fanno e la consapevolezza che prende il sopravvento. Non si può sfuggire a lungo, perché ci sarà un momento in cui al protagonista non resterà altra scelta che affrontare quello che fa terrore, guardare in faccia le cose e chiamarle con il nome che hanno.
Il nostro meglio
I pianti diventano grida, le grida diventano schiaffi. Nonno si prende a schiaffi. Nonno si prende a schiaffi da solo e nessuno ha il coraggio di fermarlo e, finito il giro, gli schiaffi ritornano pianti.
Quello di Amoresano è un percorso universale di crescita. Si va avanti e anche il tempo va avanti fino al momento in cui si passa dall’essere giovanissimi a giovani. È un passaggio che avviene senza cambiamenti estetici apparentemente evidenti: niente rughe, niente capelli bianchi. Ci si accorge di aver superato l’essere giovanissimi dal fatto che ciò che andava bene prima, che era vero prima, dopo non è più accettabile, non è più vero. Crescere, diventare adulti, forse significa anche questo. E di quello che si era prima non resta che niente. Non ci resta niente, questa è la verità.
Fabio D’Angelo




