Il cuore dell’amore e del rispetto di Kim Keum-hee

Il cuore dell’amore e del rispetto, di Kim Keum-Hee (a cura di Federica Amodio e Cho Wonjung), Atmosphere libri, 2022. PP 390, € 17,50
Dopo aver chiuso «Il cuore dell’amore e del rispetto» di Kim Keum-hee, ho sentito un angolo del mio cuore scaldarsi. Come se le trame tessute dalle matasse di filo che il protagonista, Sangsu, conserva in macchina, avessero finalmente rivelato un ricamo. Non un ricamo di una bellezza struggente, ma delicato come la voce che l’autrice affida ai suoi personaggi, accompagnandoli per mano in un percorso di crescita e riscoperta del sé e dell’altro.
Il titolo originale coreano, Kyŏngaeŭi maŭm, è particolarmente evocativo, perché custodisce una duplicità che rischia di perdersi nella traduzione italiana. Kyŏngaeŭi maŭm, infatti, può significare sia “il cuore dell’amore e del rispetto” sia “il cuore di Kyŏngae”, protagonista femminile del romanzo. Tuttavia, nonostante il titolo alluda a un’esplorazione della psiche e dei sentimenti di Kyŏngae, chi viene maggiormente analizzato è proprio Sangsu.
Sangsu incarna ciò che la società coreana rifiuta: un’identità ambigua, incerta, per nulla costante – una negazione del significato del suo nome. Lui oscilla tra due ruoli: quello di impiegato alla Pando Mishing, azienda di macchine da cucire, e quello di Sorella, alter ego femminile con cui gestisce la pagina Facebook Lei è innocente, consolando cuori infranti e dispensando consigli d’amore. La società coreana, così rinchiusa nei suoi schemi e nelle sue rigidità, non gli permette di vivere nessuna delle due identità come se gli appartenesse, spingendolo sul confine instabile tra chi dovrebbe essere e chi vorrebbe essere: Sangsu si smaterializza, fino a diventare una “cosa”.
Ed è qui che il cuore di Kyŏngae si colloca perfettamente. Anche lei è una negazione del proprio nome: non riesce a liberarsi da un amore tossico che la consuma e la svuota né è in grado di rispettare se stessa e imporsi. Proprio cercando di ricucire i pezzi del cuore infranto di Kyŏngae, tuttavia, Sangsu riesce a ricostruire la propria identità frammentata.
Entrambi i protagonisti lavorano alla Pando Mishing, un’impresa produttrice di macchine da cucine, e, per un gioco del destino, si ritrovano a lavorare nello stesso team. Lui è un raccomandato privo di particolari abilità; lei è stata reintegrata al lavoro dopo aver partecipato a uno sciopero, rasandosi la testa, e aver denunciato le molestie subite dalle colleghe, senza essere ascoltata. Sono elementi scomodi nella gerarchia aziendale che li tollera senza accettarli: sono sbagliati, rotti, non conformi alla società. Quella dell’azienda in cui lavorano è una realtà di alienazione, di marginalizzazione silenziosa.
Lavorando a stretto contatto, i due scoprono presto di condividere ben più del semplice posto di lavoro. Sono legati da un passato segnato dal lutto. Kyŏngae, infatti, è la sopravvissuta di un incendio che uccise cinquantasette giovani, tra cui un amico in comune con Sangsu, Ŭnch’ong – o E, come si faceva chiamare nel cineclub frequentato da entrambi. Inizialmente, nessuno dei due è consapevole di questa sofferenza in comune e di quanto profondo sia il loro legame.
Nella cultura coreana esiste il concetto di inyŏn, simile al nostro concetto di destino: l’idea che due persone siano destinate a incontrarsi, anche in tempi o forme impreviste, come se un filo invisibile le legasse da sempre. Non è amore romantico, né amicizia tradizionale: è qualcosa di più instabile e misterioso. Non per niente i due protagonisti sono entrati in contatto in maniera indiretta ben due volte, prima di iniziare a lavorare insieme: la prima attraverso l’amico in comune e la seconda quando Kyŏngae, devastata dalla rottura con quello che credeva essere il grande amore della sua vita, era riuscita ad andare avanti e trovare conforto solo attraverso le lettere inviate alla pagina Facebook gestita da Sangsu e alle risposte di Sorella.
Eppure, l’amore tra loro non è mai romantico in senso tradizionale. Non è nemmeno propriamente un amore: è una lenta convergenza tra due solitudini che non hanno più il linguaggio per dirsi. Più che innamorarsi, si riconoscono. Il dolore è la loro lingua franca.
Sentì, quindi, che quel dolore silenzioso veniva lentamente condiviso. Come l’inoltrarsi della notte e l’albeggiare del mattino. (p.317)
Le loro anime si intrecciano nel tentativo di ritagliarsi uno spazio in un mondo che li respinge, anche quando questo mondo è straniero e lontano dalla propria casa.
Mentre Sangsu parlando veloce […] seguiva un tempo di swing, Kyŏngae […] scandiva perfettamente il tempo come un metronomo. Se si fossero mescolati insieme sarebbero diventati un jazz caotico con un ritmo tutto suo. (p.51)
I personaggi secondari sono tutti funzionali al processo di guarigione dei cuori di Sangsu e Kyŏngae, diventando parte del ricamo sull’orlo della loro esistenza. La narrazione stessa si snoda come un filo che srotola memorie e traumi, conducendo il lettore fuori dal labirinto di solitudine in cui i due protagonisti si erano persi.
«Il cuore dell’amore e del rispetto» non è un romanzo rosa né un romanzo di formazione, è un processo di ricamo tra anime sofferenti. È anche un ritratto sincero e privo di abbellimenti della società coreana contemporanea.
Una società che rinchiude l’identità in piccole scatole tutte uguali, imponendo ai suoi membri una performatività costante e costringendoli a cercare spazi alternativi per affermare la propria verità. Sangsu apre la pagina Facebook Lei è innocente e assume un’identità femminile per dar sfogo alla vulnerabilità che lo caratterizza e che lotta per uscire allo scoperto. Legge Jane Eyre, piange davanti ai film romantici, si invaghisce di un altro uomo e porta sempre con sé del filo da cucito per poter smuovere gli animi dei suoi clienti.
È anche una società impari che sfrutta i dipendenti e non tutela le donne, discriminandole e riservando loro un atteggiamento diverso rispetto agli uomini. Ma la lotta sindacale o di genere in questo romanzo non è epica, è quotidiana; non è eroica, ma è sfinita: non ci sono rivoluzioni, solo piccoli spostamenti, minuscoli atti di resistenza. Come uscire di casa. Come confessare un dolore. Come tornare con un taxi, da sole, su una superstrada.
Il cuore non può gettare via una parte di sé. È vero che possiamo frantumarci ma non ci distruggiamo, perché siamo sempre in grado di tornare da sole sulla superstrada, no? (p.178)
Kim Keum-hee non idealizza il mondo del lavoro, né offre personaggi esemplari. Kyŏngae è punita per aver scioperato, ma non viene eroicizzata. Sangsu è raccomandato e ne prova vergogna, ma non per questo si redime attraverso il merito. Non ci sono riscatti o grandi consolazioni, solo la lenta e incerta marcia della realtà.
Persino il percorso di guarigione non è lineare. È invisibile, quasi come una ferita che smette di pulsare. In un’epoca che ci spinge a rattoppare in fretta, l’autrice ci invita a restare dentro lo strappo. A sentirlo. A capirlo. A rispettarlo. E, solo allore, forse, ad amare.
«Perdonami, credo che farò tardi… inizia a goderti la neve senza di me». (p.116)
L’incendio raccontato nel romanzo è ispirato a un fatto realmente accaduto il 30 ottobre 1999 a Incheon, città in cui l’autrice ha vissuto. Una tragedia nascosta da un sistema corrotto: cinquantasette giovani morti in una birreria che vendeva illegalmente alcol ai minorenni. Kim Keum-hee è così toccata dall’avvenimento da cucire un racconto attorno al superamento del trauma dei sopravvissuti, coloro che restano e salutano per sempre gli amici perduti, cristallizzati nella neve.
La stessa Kyŏngae soffre per ciò che le è accaduto, si sente colpevole per essere sopravvissuta. Ma al mondo non interessa: lei deve correre, tenere il passo, dimenticare e andare avanti senza aver il tempo di metabolizzare e interiorizzare il dolore.
Questo non è un romanzo d’amore, non è un romanzo di formazione, è il romanzo della solitudine e del trauma, della sofferenza condivisa nel silenzio. È faticoso, a tratti frustrante. Non regala catarsi, non offre personaggi con cui identificarsi facilmente. Ci obbliga a sostare nel dolore, a tollerare l’ambiguità, a leggere anche ciò che non è scritto. Non è un libro che consola. Ma è un libro che resta. Come una cucitura lasciata a vista, imperfetta eppure resistente.
Puce Raffaella



