I fuochi della terra di Raffaele Mozzillo
La redenzione è un rogo, non una resurrezione
Raffaele Mozzillo ha scritto un libro che ti si infila nei polmoni come la diossina che sfiata dalle campagne di Acerra. Non chiede alcun permesso, non ti dà il tempo di adattarti. Comincia col fuoco e finisce col fuoco. E in mezzo? In mezzo nevica. I fuochi della terra è un libro che non percepisce la cognizione della salvezza e non se la propone: ti indica il punto preciso in cui sei già perduto e ti invita, con calma, a guardarlo bene. Ma davvero bene. Tipo: con la fronte attaccata al vetro rovente.
Nel mondo distopico, ma tremendamente riconoscibile, che Mozzillo mette in scena, Napoli – o meglio la sua maschera terminale – brucia per contratto. Il Vesuvio è un’attrazione turistica, le taniche di benzina sono strumenti di lavoro, i roghi sono “performance”. I turisti arrivano da ogni parte del mondo per assistere alle fiamme, come pellegrini di un culto alla rovescia, per assistere a un’orgia del dolore a pagamento in cui il sangue scivola per le strade e qualcuno, dietro un separé, fa i conti su Excel.
Carmine, Futura, Luisa (e noi)
“Carmine è l’anello di una catena, una filiera che agisce sapendo bene quello che c’è da fare… organizza il rogo e poi torna, silenzioso, a casa sua.”
Mozzillo non crea personaggi: crea superfici bruciate. Carmine de Santo – l’uomo-tanica – non ha una storia da raccontare, ha solo cose da fare: portare benzina, fare il lavoro sporco e poi tornare a casa. La moglie, Futura, è una donna piena di corsi regionali e di vuoto esistenziale. Il figlio Armando è un adolescente incastrato tra il ridere e l’autoasfissia, una specie di Giobbe con le unghie sporche e le mani in tasca. La loro casa è una camera a gas affettiva.
E poi c’è Luisa. La maestra. Quella che non vuole più combattere, e allora si cosparge di benzina e si dà fuoco sul tetto della Regione. E lì – proprio lì – Mozzillo alza il tono. Lo fa ardere. Non in modo spettacolare. In modo vero. Perché se la morte di una donna che brucia con la foto della figlia stretta al petto in mezzo alla neve non ti scuote dentro, è solo perché ci sei già dentro, sei già parte di quella distopia; ad essa ti sei già abituato.
Il mercato dell’apocalisse
Il vero colpo di genio è il turismo del disastro. Le “licenze di prossimità emergenziale”, i B&B autorizzati là dove le fiamme hanno fatto il vuoto, la guida turistica che dà il via al massacro in cuffia bilingue. È satira? È lugubre profezia? No. È cronaca. Scritta con la voce di chi, invece di alzare la voce, alza il livello del dettaglio.
C’è qualcosa di kafkiano in questo sistema in cui ogni rogo è un’occasione di sviluppo, ogni fiammata un attivo di bilancio. I politici parlano come ex-manager di Ryanair, gli intellettuali stanno zitti, e la gente – be’, la gente/massa – si arrangia. Come sempre. Come da sempre. Il fuoco, qui, è il prodotto interno lordo.
Una lingua che geme, urla, bestemmia
Mozzillo scrive come se la lingua gli colasse dalle dita con il calore di una vanpa. È un italiano contaminato, viscerale, pieno di epifanie sporche e stracci poetici. I suoi paragrafi sembrano incisi col punteruolo sulle pareti di un condominio in fiamme: “Brucia l’occhio che ha visto la benzina avvampare. Brucia l’altro occhio che ha visto la mano col guanto svitare il tappo…”. Questa non è scrittura. È sudore, è carne. È un urlo che non chiede attenzione, ma che ti guarda mentre abbassi gli occhi.
E noi, alla fine, dove siamo?
“E così arriva la sera, ogni cosa torna com’è sempre stata, il miracolo si scioglie, come il sangue di san Gennaro, lasciando tutto com’era, senza risolvere niente.”
Ci siamo anche noi, naturalmente. I lettori. Gli spettatori. Gli assuefatti. Siamo nei turisti che scattano foto ai morti, nei ragazzi che giocano a pallone tra i roghi, nei genitori che sognano una vita altrove ma intanto preparano la cena con l’acqua al tetracloroetilene. I fuochi della terra è un romanzo in cui la salvezza non arriva dall’alto, ma da sotto: dallo stesso posto in cui proviene il veleno. E forse è questo il punto. Mozzillo non ci salva. Ma ci osserva. E scrive. E mentre scrive ci costringe a guardarci. A riconoscere il volto di Gemma, di Carmine, di Futura, nell’ombra della nostra finestra. Perché alla fine, chiunque può accendere un fiammifero. Ma non tutti hanno il coraggio di restare a guardare mentre brucia tutto ciò che ama, tutto ciò che ha taciuto, tutto ciò da cui ha sempre provato a distrarsi. E allora tu chiudi il libro. E pensi: «E io? Che faccio adesso? Aspetto che nevichi?».
E poi lo riprendi il libro. Lo guardi con sospetto perché sai che qui non nevica mai se non dentro l’anima dissolta di un popolo che si sospende, che si abiura di sé e della propria speranza.
Fabio D’Angelo




