Come finisce la Rivoluzione: Intervista a Raffaele Mozzillo
«Mi punisco a dire per tutta la vita che la rivoluzione non esiste. Stavolta è dura davvero. Che mi tocca ricominciare dal ricominciato. Sento di aver scritto troppe volte la parola “rivoluzione”: ho paura la notte che mi vengano a prendere. Ché io, poi alla fine, non lo so se mi sono spiegato. Che tempi. Non lasciamoci andare.»
Appartengo a una generazione – quella dei bambini cresciuti a Bim Bum Bam negli anni Ottanta, poi adolescenti negli anni Novanta e maggiorenni ma non vaccinati nei primi anni Duemila – che quando dici “anni Novanta”, capace che ti urlano in coro: “la migliore musica!”.
Che un po’ di ragione ce l’abbiamo, dato che dal punto di vista musicale quegli anni sono stati oggettivamente un decennio fantastico, travolgente, dirompente. Fu come se un unico suono arrivasse da Seattle, Bristol, Dublino, Oxford, Los Angeles. Una musica unì i punti, congiunse direttrici e creò nella mia generazione un’illusione: quella per cui tutti hanno diritto alla propria Rivoluzione. A rompere la bolla, distruggere il mito e infine spegnere la fiamma della rivoluzione – in verità era una fiammella – bastò un’estate, quella del 2001. Raffaele Mozzillo in Come finisce la Rivoluzione racconta il tentativo di sopravvivere ai mutamenti portati dallo spegnimento di quella fiammella rivoluzionaria di un ventenne dei primi anni Duemila, spinto ad andare avanti dalla quasi convinzione che anche per le rivoluzioni vale il detto “chiusa una porta, si apre un portone”. Sarà stato poi vero? Per scoprirlo ho fatto quattro chiacchiere con lo scrittore. Buona lettura.
Ciao Raffaele, come stai? Direi di partire a bomba con la domande delle domande: cosa prova un collaboratore dei cefali a essere intervistato da un cefalo?
È come quando al liceo torni a casa da scuola e tua madre ti fa il terzo grado su quello che hai combinato o non combinato in classe. In questo caso, la mamma sei tu.
Come Finisce la Rivoluzione è una raccolta di racconti, in cui a farla da padrone è un sentimento di fondo legato proprio al significato più ampio di rivoluzione, intesa come cambiamento radicale. Questo sentimento è più un auspicio o certifica ufficialmente la condanna di una generazione a vivere un’eterna adolescenza?
I problemi della generazione di cui parlo sono molteplici ma tutti legati al “cambiamento”, che, non potendosi realizzare in maniera naturale, si fa “rivoluzione”. Ognuno dei personaggi si ritrova a “ricominciare dal ricominciato”, a vivere e rivivere le stesse esperienze di formazione quasi all’infinito. Questo fermo-immagine in una precisa fase della vita, però, non è voluto, ma è più dato da una sorta di incapacità al cambiamento, incapacità da far risalire anche alle eccessive coccole famigliari e alla strampalata idea che hanno alcuni genitori che lasciare andare vuol dire non amare, mentre invece è esattamente il contrario.
Centrale in Come Finisce la Rivoluzione è l’estate del 2001. Il G8 di Genova a luglio e l’attentato alle torri gemelle di New York a settembre. Quell’estate doveva suonare da sveglia, farci svegliare, crescere, invece forse ci ha semplicemente reso persone irrisolte. Un grande guaio, non credi?
Di quella estate del 2001 è rimasto molto, le nostre vite sono profondamente cambiate a causa di quel momento storico preciso, ma il cambiamento è avvenuto in una fase successiva, anni dopo. Mentre accadeva e vivevamo tutta quella storia, c’eravamo noi stessi immersi in quella stessa storia, anche in prima persona; ma poi è stato un repentino ritornare al calduccio della cameretta in affitto da fuori sede, alle birrette fino a tardi in piazzetta, alle lunghe discussioni che non portavano mai a niente ma servivano solo a consumare un tempo che si aveva difficoltà a riempire.
Molti di noi, credo, hanno registrato i fatti di Genova come un fallimento e nulla più, come a dire “tanto alla fine non cambia mai niente, anzi ci rimetti pure la vita…”. Lo stesso per gli attentati dell’11 settembre: non potevamo farci niente, non potevamo difenderci, eravamo lì, in attesa che qualcosa potesse abbattersi pure su di noi.
Ovviamente faccio riferimenti alla mia esperienza personale di quel momento storico, per cui non sto parlando di una generazione che non ha saputo rispondere a quei fatti in maniera consona: parlo di quello che ho vissuto io, di quello che hanno vissuto molte persone intorno a me, che in quel periodo vivevano in una Roma forse più viva, più accogliente, e anche più capace di distrarre dalla vita reale.
A nostra giustificazione possiamo dire che siamo passati in un batter d’occhio dal Commodore 64 alla connessione 54k, ai Nokia 3210, allo Smartphone. Ci sta che a un certo punto non c’abbiamo capito più niente, no?
Io credo che tutto questa “rivoluzione” digitale ci abbia soprattutto e innanzitutto distratti. All’inizio, da Internet, per esempio, abbiamo pensato di prendere soltanto le cose meno utili. La rivoluzione digitale ci è servita soprattutto a migliorare le capacità di cazzeggio, che già erano a livelli altissimi. Poi, col tempo, abbiamo imparato che ci poteva essere anche qualcosa di utile nel web e in tutti gli strumenti che ne sono venuti. Ma comunque, per dire, oggi lo strumento meglio perfezionato di uno smartphone è la fotocamera… La verità, alla fine, è che questa enorme quantità di informazioni, questo buco infinito in cui ficcarsi e trovare tutto, con l’avvento di Internet e del digitale, ci ha colpiti come un’onda d’urto a cui non eravamo per niente preparati.
Alla fine, non credi che una terza adolescenza ce la siamo meritata?
È una domanda complicata, questa. Se intendiamo questa “terza adolescenza” come un fatto negativo, che in qualche modo ha intralciato il nostro cambiamento, allora la risposta è sì, un po’ ce la siamo meritata. Avere mille idee e mille progetti, da realizzare prima o poi, è un caratteristica di una certa generazione in cui mi riconosco, e – almeno tra i tanti miei coetanei con cui ho vissuto la mia esistenza dei vent’anni-trent’anni – questo è un fatto che in qualche modo ha rallentato le nostre crescite. Ho conosciuto troppi ragazzi brillanti che non riuscivano a combinare nulla, per cui sono sicuro della mia affermazione.
Ci sarebbe anche da aprire una parentesi riguardo al non-conflitto tra generazioni: molti di noi si sono accoccolati nell’abbraccio caldo e rassicurante della famiglia, dei propri genitori, e in queste condizioni attivare un conflitto è molto difficile. Il conflitto ti porta a prendere la tua strada, a guardare al futuro incerto con curiosità (e anche con una certa ingenuità positiva) e ad abbandonare il rassicurante passato delle generazione che ci hanno messi al mondo (rassicurante per noi, ovviamente). Un conflitto può essere sano, e credo che molti di noi non l’abbiano mai avuto.
Come Finisce la Rivoluzione arriva dopo Tutte le Promesse e Calce. Chiude un capitolo? Ci dobbiamo aspettare una rivoluzione mozzilliana e una nuova Hit parade?
Questa raccolta arriva in libreria dopo i mie primi due romanzi, ma in realtà i racconti che la compongono sono stati scritti a cavallo degli ultimi venti anni, per cui più che chiudere un capitolo, lo completano; e leggendo questi racconti si può capire, credo, da dove sono nati i due romanzi che hai citato. In ogni caso, questi tre libri chiudono un ciclo, almeno del mio immaginario e relativo alla mia esistenza – tutte cose connesse con la scrittura, ovviamente. Il nuovo ciclo ha già avuto inizio, vediamo dove mi porta e se non mi tocca ricominciare dal ricominciato.
Intervista a cura di Fabio D’Angelo




