Libri calce o delle cose nascoste

Published on Dicembre 3rd, 2019 | by Fabio D'Angelo

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Calce o delle cose nascoste. Quando gli immigrati eravamo noi.

calce o delle cose nascoste

Raffaele Mozzillo, Calce o delle cose nascoste, Effequ 2019

Il ciclo della calce

Ho sempre pensato all’intuito come alla forma più alta della nostra intelligenza. Potrei supportare la mia affermazione con vari esempi. Potrei, ad esempio, volare basso e vincere facile, ringraziando la persona che un giorno ha avuto l’intuizione di cucinare insieme salsicce e friarielli. O volare alto, come Raffaele Mozzillo in Calce o delle cose nascoste, suo nuovo romanzo uscito da poco per Effequ edizioni, e citare quell’uomo che secoli fa, senza laurea in chimica, decise di cuocere una pietra calcarea fino a portarla a fusione. E poi, una volta resa “viva”, spegnerla con l’acqua per ottenere polvere o una pasta della consistenza della ricotta. In ogni caso un legante capace, una volta impastato  con acqua  e sabbia, di dar vita a malte e intonaci. Sì, sto parlando del  ciclo della calce e di quella scoperta che da secoli consente di tirate su pareti o esistenze,  come quelle della famiglia Coppola.

Calce

Il ciclo della calce – albero genealogico della famiglia Coppola

«Partire verso le strade del mondo»

Come campi di concentramento, in una forma di olocausto involontario le stazioni elvetiche accoglievano gli italiani dal lungo viaggio estenuante, mettendoli subito in riga: donne da una parte e uomini dall’altra. Ore di attesa per il controllo dei documenti, visite mediche invasive. Ai maschi era ordinato di mettersi a torso nudo e passaporto alla mano, così veniva stilata una lista; poi, in colonna, uno per volta erano chiamati per nome e fatti entrare nudi in una stanzetta per la visita di idoneità. Alcuni proseguivano, altri, quelli giudicati non in buona salute, erano respinti e lasciati il più delle volte senza mezzi per ritornare.

“Bisogna fare uno sforzo per far studiare le lingue […] adattare a questa emigrazione le nostre scuole, i nostri corsi di perfezionamento […] bisogna tentare, in uno sforzo che il Governo dovrà favorire, di riprendere le vie del mondo”. Sostanzialmente un invito a emigrare. A farlo fu Alcide De Gasperi, durante il  III° Congresso nazionale della DC, l’anno era il 1949.

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«Se chiamma un nome, immigrazione Immigrazione signiffica terrone/ E poi terrone vuol dire fame/ Vuol dire suonno vuol dire figli/ Vuol dire paese volato via vuole dire nustalgia /Eh, comme puozzo raggionà, e comme puozzo raggiunà» (Paolo Conte, Naufragio a Milano)

 

Michele Coppola è un emigrante figlio di emigrati, vive a Baden, e con buona probabilità, deve questa sua condizione a quell’invito a partire di Alcide De Gasperi fatto un decennio prima. Non era sicuramente il solo. Perché gli italiani emigrarono in massa – in verità, i meridionali lo fanno ancora – e in Svizzera, alla fine degli anni ’60, la comunità contava circa cinquecentomila persone. I genitori di Michele, quasi sicuramente, erano arrivati qui con una valigia di cartone tenuta insieme con lo spago, spinti a salire su un treno stracarico dalla fame e da una politica che non offriva alternative, se non quella di partire attraverso i trattati bilaterali siglati con i Paesi ospitanti. E in Svizzera ci arrivavi solo se avevi un contratto di lavoro e superavi l’umiliazione delle visite mediche alla frontiera e le spruzzate di zolfo. D’altronde, la Svizzera voleva braccia forti e sane. Chi superava le visite riceveva il timbro d’entrata sul passaporto. I cagionevoli si ritrovavano marchiati con la R di respinti. Chi non aveva il contratto di lavoro, aveva la X che stava per indesiderabili. Non ci si poteva portare la famiglia in Svizzera,  il ricongiungimento familiare era vietato, cosicché molti bambini finivano per essere  nascosti in casa. Tappati vivi negli armadi con l’obbligo di  non far rumore né guardare dalla finestra, per paura che qualche vicino bastardo facesse la spia. Questa era la sorte toccata a Carmela Iodice. Per cui, quando Michele Coppola la vide emergere, ormai  quattordicenne, dalla segregazione forzata, decise di seguire il ciclo della calce e di fondere la pietra, mettendola incinta. Il matrimonio riparatore fu come spegnere la calce viva.

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Spegnere la calce viva

Sono parecchie le cose nascoste, quelle che non si dicono all’interno delle famiglie: ci sono storie di padri che i figli non riescono a capire solo perché mancano dei pezzi. E allora succede che la memoria dei fatti si sfalda e la linea che tiene insieme le generazioni si spezza in più punti, disgregando ogni legame e allontanando gli uni dagli altri.



Nel periodo in cui Michele Coppola decise di seguire il ciclo della calce e mettere su famiglia, gli italiani in Svizzera non erano visti di buon occhio. C’era un tizio, un certo Schwarzenbach, che come una sorta di pioniere, al grido di “prima gli svizzeri”, propose un  referendum per mandare via gli immigrati. Perse per poco.
In verità, Michele se ne fregava di Schwarzenbach, dato che odiava in egual misura italiani emigrati e svizzeri. Ma quando decise, controcorrente, di tornare in Italia, rischiò di farlo in compagnia di tutta la comunità. Fortunatamente il referendum non scombinò i suoi piani e Michele Coppola poté ritornare al paese, in santa pace, in compagnia solo della moglie. Lasciò in Svizzera il figlio, Salvatore. Venne a riprenderselo dopo sei anni, cioè solo quando, grazie al ciclo della calce, riuscì a farsi una posizione: aveva tirato su un’impresa edile e con essa anche il palazzo dove viveva. Era, insomma, diventato Mastro a tutti gli effetti. Per cui, una volta in Italia, a Salvatore venne facile decidere di seguire le orme paterne. E ben presto ne ereditò sia la rozza impostazione patriarcale che l’attività, quando Mastro Michele, ormai stanco, decide di avviarsi verso la pensione. Beh, c’è da dire che Salvatore è il fulcro vero del romanzo, il centro catalizzatore. Mozzillo, con un po’ di sadico accanimento nei confronti del personaggio, farà girare gran parte degli eventi intorno a questa figura e alla sua famiglia, composta dalla moglie Irina e dalla figlia Micaela.

La crepa

In tutta la carriera di manovale una cosa così non gli era mai capitata, nemmeno da apprendista. Una cosa così non la puoi sistemare con due colpi di spatola e un poco di calce, o peggio ancora, con un lacerto. Non viene giù solo l’intonaco, a crepare è tutta la struttura.

Ora chi vive secondo il ciclo della calce sa che sulle pareti si possono formare  crepe superficiali, dette a ragnatela, che riguardano solo l’intonaco e possono essere coperte facilmente. Ci sono, invece, squarci profondi che proprio come i segreti inconfessabili, presentano il conto all’improvviso, allungandosi e allargandosi velocemente sotto gli occhi increduli di chi assiste. Crepe capaci, come nel caso di Salvatore che assiste impotente al materializzarsi delle fessure, di rompere in modo irrimediabile tutte le piccole certezze quotidiane, creando così un netto distacco tra il senso e il significato.

Le cose nascoste

Murakami, in Kafka sulla spiaggia, scrive: “La felicità è sempre uguale, ma l’infelicità può avere infinite variazioni, come ha detto anche Tolstoj. La felicità è una fiaba, l’infelicità un romanzo”.
Ha ovviamente ragione, ed è comunque, se ci pensate, una cosa strana: l’infelicità di cui parla Mozzillo è qualcosa che non può appartenere né all’idea autoassolutoria legata a un destino infame già segnato, né tanto meno alla volontà di una forza superiore, rappresentata nel libro dalla figura di don Ciro, un prete di Paese che tutto sa e tutto vuole governare; quanto, piuttosto, al rischio calcolato delle nostre scelte. E alla fine, questa verità emerge violenta attraverso la crepa, moderno deus ex machina, capace contemporaneamente di essere custode della memoria familiare e di spostare il dramma umano dei protagonisti su un binario diverso da quello su cui inizialmente si  era incanalato. Mozzillo, con una prova poetica e violenta e un ritmo crescente che si fa opprimente,  scandisce gli eventi, spingendo il lettore a essere osservatore diretto. Come dire: guardare la fessura che si allarga nel muro giorno per giorno, millimetro per millimetro, pezzetto per pezzetto, notizia per notizia, diventa cronaca stessa della catastrofe. Alla fine, a crollare sarà l’ipocrisia dei protagonisti che, schiacciati dal peso di ogni cosa nascosta, saranno risucchiati dalla crepa da cui tutto sembra aver avuto inizio. Ma anche questa è una suggestione autoassolutoria.

Quel che si doveva fare andava fatto: l’amore, si sa, vince tutto, pure la morte. È la cura che sana da ogni malanno. Così ti sei ripreso il tempo che ti è stato sottratto: il tempo ritrovato, la freccia che si ricongiunge all’arco che l’ha scoccata, il proiettile che accarezza il tamburo che ha dato vita all’innesco, il male che torna a chi lo ha praticato e il bene al buono che lo ha creato. Sei un uomo fatto, adesso.

Fabio D’Angelo

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Calce o delle cose nascoste. Quando gli immigrati eravamo noi. Fabio D'Angelo

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è una persona semplice: ama la pasta e patate con la provola, la pizza, il sole, il mandolino e la SSC Napoli 1926. Alla domanda “Progetti per il futuro?”, generalmente risponde: non sottovalutare le conseguenze di una parmigiana di melanzane.



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